Jung – I «grandi» sogni

Non tutti i sogni hanno la stessa importanza. Già i primitivi distinguono tra sogni «piccoli» e «grandi». Noi diremmo piuttosto sogni «insignificanti» e sogni «significanti».
A ben guardare i «piccoli» sogni sono i frammenti della fantasia che compaiono ogni Speculum-Colonianotte, provengono dalla sfera soggettiva e personale e, quanto al loro significato, si esauriscono nella vita quotidiana. Perciò questi sogni vengono dimenticati facilmente: la loro validità non va oltre le oscillazioni quotidiane dell’equilibrio psichico.

Vi sono invece sogni pregni di significato, i quali spesso sono conservati nella memoria per tutta la vita, e formano non di rado il nucleo racchiuso nel forziere degli eventi psichici.
Quanti uomini ho incontrato che, fin dal primo momento, non potevano fare a meno di dire: «Una volta ho fatto un sogno». A volte si trattava del primissimo sogno di cui erano in grado di ricordarsi, ed era stato fatto fra i tre e i cinque anni.

Ho analizzato molti sogni di questo tipo e vi ho rintracciato spesso una particolarità che li distingue da altri sogni.
Infatti, in questi sogni affiorano immagini simboliche che incontriamo anche nella «storia dello spirito umano». […] Essi contengono cosiddetti «motivi mitologici» o «mitologemi», che io ho definito col termine di «archetipi».
Si intendono con tale termine forme specifiche e nessi figurativi rintracciabili in forma analoga non soltanto in tutti i tempi e in tutti i paesi, ma anche nelle fantasie, nelle visioni, nelle idee illusorie e nei sogni individuali. La loro frequente presenza in casi individuali, come la loro ubiquità etnica, dimostra che la psiche umana è solo in parte unica e soggettiva o personale: per l’altra invece è «collettiva» e «oggettiva».

Noi parliamo quindi da un lato di un inconscio «personale», dall’altro di un inconscio «collettivo», il quale rappresenta in certo modo uno strato più profondo rispetto all’inconscio personale, più prossimo alla coscienza.
I «grandi» sogni, ossia i sogni ricchi di significato, provengono da questo strato più profondo. La loro significatività trapela – a prescindere dall’impressione soggettiva – già fin dalla loro plasticità, che mostra non di rado forza e bellezza poetica.

Tali sogni si presentano perlopiù in periodi decisivi della vita, vale a dire nella prima giovinezza, durante la pubertà, a mezzo del cammino (fra i trentasei e i quarant’anni) e in cospectu mortis.
La loro interpretazione implica spesso difficoltà considerevoli perché il materiale che può mettere a disposizione colui che fa il sogno è troppo esiguo. Non si tratta più, nel caso delle immagini archetipiche, di esperienze personali, ma in certo qual modo di idee generali il cui significato fondamentale va rintracciato nel senso che è loro caratteristico e non in qualche contesto di eventi personali.

Un giovane sognò per esempio che un grosso serpente stava a guardia di una coppa d’oro in una cripta sotterranea. In effetti egli aveva visto una volta al giardino zoologico un gigantesco serpente, ma per il resto non era assolutamente in grado di indicare che cosa potesse aver dato il via a un sogno del genere, a parte il ricordo di racconti fiabeschi.
Volendo trarre conclusioni da questo contesto insoddisfacente, il sogno – che però era caratterizzato precisamente dalla presenza di fortissimi affetti – dovrebbe avere un significato del tutto indifferente. Ma questo non chiarirebbe affatto la sua esplicita emotività.
In un caso del genere dobbiamo risalire al mitologema, in cui serpente o drago, tesoro e caverna rappresentano una delle prove di bravura nella vita dell’eroe.

Speculum-Humanae-Salvationis

A questo punto diventa evidente che si tratta di un’emozione collettiva, vale a dire di una situazione tipica, fortemente caratterizzata dalla presenza di affetti, che non è in prima istanza un evento personale, ma lo diventa solo secondariamente.
Ciò che è primario qui è un problema universalmente umano che è stato trascurato a livello soggettivo e che perciò penetra nella coscienza a livello oggettivo.

Un uomo a metà della vita si sente ancora giovane, vecchiaia e morte sono per lui qualcosa di remoto. Intorno ai trentasei anni però egli varca lo zenit dell’esistenza senza rendersi conto dell’importanza di questo fatto. Egli è ora un uomo che, pur con tutte le sue doti e il suo talento, non tollera un inconscio eccessivo, cosicché la consapevolezza di questo momento gli si impone forse in forma di un sogno archetipico. Inutilmente egli si sforzerà, con l’aiuto di un contesto rilevato accuratamente, di comprendere il sogno, giacché il sogno si esprime in strane forme mitologiche con le quali l’uomo non ha familiarità.
Il sogno utilizza figure collettive in quanto deve esprimere un problema umano eterno che si ripete all’infinito, e non una perlustrazione dell’equilibrio personale.

Tutti questi momenti della vita individuale in cui le leggi universalmente valide del destino umano infrangono le intenzioni, le aspettative e le visioni della coscienza personale, sono anche «stazioni» del processo di individuazione.
Questo processo è infatti la spontanea realizzazione dell’uomo nella sua interezza. L’uomo conscio del suo io è una parte soltanto del tutto vivente, e la sua vita non rappresenta ancora una realizzazione del tutto. Quanto più egli è puro e semplice io, tanto più si separa dall’uomo collettivo di cui anch’egli fa parte, e viene a trovarsi addirittura in contrasto con esso.
Ma siccome tutto ciò che vive tende alla sua totalità, l’inevitabile unilateralità della vita cosciente trova riscontro in una costante correzione e compensazione da parte della natura universalmente umana che è in noi, allo scopo di attuare una definitiva integrazione dell’inconscio nella coscienza o, meglio, una assimilazione dell’io in una più vasta personalità.

Riflessioni del genere sono inevitabili se si vuole rendere giustizia al significato dei «grandi» sogni. Essi ricorrono infatti a numerosi mitologemi che caratterizzano la vita dell’eroe, uomo superiore di natura semidivina.
Qui vi sono pericolose avventure e prove di bravura, quali quelle che si ritrovano nelle iniziazioni. Vi sono draghi, demoni e animali soccorrevoli. Incontriamo il vecchio saggio, l’uomo bestia, il tesoro nascosto, l’albero dei desideri, la fontana, la caverna, il giardino difeso da un muro, i processi di trasformazione e le sostanze dell’alchimia, ecc., tutte cose che non hanno nessun punto di contatto con le banalità della vita quotidiana.
La ragione di ciò è che si tratta della realizzazione di una personalità che non esisteva ancora, ma che è in atto di divenire.

Del modo in cui questi mitologemi, condensandosi e modificandosi vicendevolmente, affiorano nel sogno è un esempio l’illustrazione del sogno di Nabucodonosor (Daniele, 4: 7 sogno-Nabuchodonosor-Speculumss.) in un manoscritto del sec. XV dello Speculum humanae salvationis.
Sebbene l’immagine non aspiri in apparenza a essere nient’altro che una raffigurazione di quel sogno, pure l’artista l’ha per così dire sognata un’altra volta: e la cosa diventa subito evidente se si esaminano i dettagli da vicino.

L’albero (diversamente da quanto dice il testo biblico) cresce dall’ombelico del re: esso è quindi l’albero genealogico degli antenati di Cristo che cresce dall’ombelico di Adamo, il progenitore. Per questo reca sulla chioma il pellicano che nutre i piccoli col suo sangue, nota allegoria Christi.
Inoltre, il pellicano forma il quincunx col tetramorfo, i quattro uccelli che stanno in luogo dei quattro simboli degli evangelisti. Lo stesso quincunx si trova anche in basso, dove appare il cervo come simbolo di Cristo insieme coi quattro animali che guardano verso l’alto pieni di aspettativa.
Queste due quaternità sono in strettissimo rapporto con rappresentazioni alchimistiche: sopra i volatilia, sotto i terrena, i primi (come al solito) raffigurati come uccelli, i secondi come quadrupedi.

Nella raffigurazione del sogno si è quindi introdotta non solo la rappresentazione cristiana dell’albero genealogico e della quaternità degli evangelisti, ma anche il pensiero alchimistico della doppia quaternità (superius est sicut quod inferius).
Questa contaminazione illustra in maniera evidentissima come i sogni individuali procedano con gli archetipi. Questi ultimi si assommano, si intessono e si frammischiano non soltanto tra loro (come accade nel nostro caso), ma anche con elementi individuali isolati.

(Jung, L’essenza dei sogni)