Maya – La fine di Zipacná e Cabracán

Il cuore di Hunahpú e Ixbalanqué era pieno di rancore per l’uccisione dei quattrocento giovani da parte di Zipacná.
Costui intanto conduceva la sua solita vita: di giorno andava sulle rive del fiume in cerca granchio-simulatodi pesci e granchi che costituivano il suo pasto quotidiano, e di notte portava montagne sulle spalle.

Allora i due giovani, raccolte delle foglie della foresta, vi avvolsero una pietra e così modellarono il fantoccio di un grosso granchio e lo posero in fondo a una caverna ai piedi di una grande montagna.
Poi si recarono sulla riva del fiume e, quando Zipacná venne a pescare, gli chiesero: «Dove vai, giovanotto?».
«Non vado in nessun posto, ragazzi – rispose quello. – Sto solo cercando da mangiare».
«E che cosa mangi?», gli chiesero quelli.
«Pesci e granchi – disse Zipacná – ma qui non ve ne sono. Non mangio da due giorni e sto morendo di fame».

Allora Hunahpú e Ixbalanqué misero in atto il loro piano.
«Laggiù – dissero – in fondo al burrone abbiamo visto un granchio, un granchio veramente grosso. Abbiamo provato ad afferrarlo, ma ci ha morso. Provaci tu e vedi se riesci a catturarlo».
«Su, abbiate pietà di me. Venite a mostrarmi dove si nasconde questo granchio!», s’affrettò a dire l’affamato Zipacná.
«Noi non possiamo venirci, abbiamo paura. Vacci da solo, è facile. Segui la riva del fiume fino ai piedi di quella grande montagna, e là vedrai il granchio muoversi».
«Vi prego, accompagnatemi! Ci sono tanti uccelli che potreste colpire con le vostre cerbottane e io so dove trovarli», disse Zipacná.

Hunahpú e Ixbalanqué si lasciarono convincere a seguirlo, perché lo sentivano mite. Intanto gli chiesero: «Ma saprai veramente prenderlo? Perché noi torniamo là solo per te; noi rinunciamo a prenderlo perché ci fa paura il suo morso. L’avevamo quasi acciuffato, mai poi avemmo paura di continuare. Perciò è meglio che entri tu nella caverna».
«Benissimo», rispose Zipacná, e tutt’e tre andarono.

Quando giunsero ai piedi della montagna, Zipacná avvistò il granchio in fondo al burrone, disteso sul dorso, che mostrava il suo guscio rosso: e lì era anche l’incantesimo.
«Bene, bene! – disse felice Zipacná. – Vorrei averlo già sotto i denti!». E realmente stava morendo di fame. Voleva strisciare dentro, voleva entrare nella caverna, ma il granchio stava salendo.
Egli venne allora subito fuori e i ragazzi gli chiesero: «Non l’hai preso?».
«No – rispose – perché stava salendo. È meglio se nella caverna ci entro da sopra».

Zipacna-Motz

E poi entrò da su, ma mentre era quasi completamente nell’interno, con le sole piante dei piedi ancora fuori, la grande montagna scivolò giù e franò lentamente sul suo petto.
Zipacná non tornò più su e fu cambiato in pietra. In tal modo Zipacná fu vinto dai due giovani Hunahpú e Ixbalanqué. Egli era il primogenito di Vucub Caquix e, secondo l’antica leggenda, fu lui a creare le montagne.

Morto lui, degli Antichi Superbi rimaneva in vita solo uno: suo fratello Cabracán.
«Io demolisco le montagne», egli diceva.
Ma Hunahpú e Ixbalanqué vinsero anche lui. Fu Hunrakán a dare il consiglio: «Attiratelo dove sorge il Sole!», disse ai due ragazzi. E quelli gli diedero ascolto e si misero in cammino.

Quando incontrarono il Titano, gli chiesero: «Dove stai andando?».
«Da nessuna parte – rispose quello – io sto qui a spianare le montagne per l’eternità. Voi, piuttosto, chi siete? Quali sono i vostri nomi?».
«Noi non abbiamo nome – dissero Hunahpú e Ixbalanqué. – Non siamo che semplici cacciatori, e non abbiamo che le cerbottane per cacciare gli uccelli. Proprio ora abbiamo visto una grande montagna, laggiù dove il cielo si tinge di rosa. È troppo alta e non siamo riusciti a scalarla. Ecco perché oggi non abbiamo preso neppure un uccello. Ma è vero che tu riesci a spianare le montagne?».
«Avete davvero visto la montagna di cui parlate? Dov’è? se la vedo, la demolisco subito. ZipacnáDove l’avete vista?».
«Laggiù, dove sorge il Sole», dissero Hunahpú e Ixbalanqué.
«Benissimo, mostratemi la strada», egli disse ai due giovani.
«Oh, no! ti ci porteremo – risposero. – Ci metteremo uno alla tua sinistra, l’altro alla tua destra, e ti accompagneremo, perché abbiamo le cerbottane e, se vi saranno uccelli, li uccideremo».

E così, lieti, si misero in cammino per guidarlo alla grande montagna, e cominciarono a usare le cerbottane. Ma non si servivano dei proiettili di argilla, bensì facevano cadere gli uccelli semplicemente col loro fiato, il che sorprese moltissimo Cabracán.
Poi i due giovani accesero un fuoco e vi misero a cuocere gli uccelli; ma ne spalmarono uno di gesso, coprendolo di una patina bianca.
«Lo daremo a lui per stimolare il suo appetito con l’odore che emana – si dissero. – Questo uccello sarà la sua rovina; poiché abbiamo coperto l’uccello di terra, lo butteremo a terra e lo seppelliremo nella terra».

Intanto gli uccelli cominciavano a rosolarsi e ne gocciolavano grasso e sugo. Stuzzicato dall’odore che emanava, Cabracán con l’acquolina in bocca domandò ai ragazzi: «Che cosa state mangiando? Ha un buon odore, datene un poco anche a me».
Ed essi gli diedero l’uccello che doveva rovinarlo; e quando egli ebbe finito di mangiarlo, si rimisero in cammino verso Oriente, dov’era la grande montagna.
Ma già le gambe e le braccia di Cabracán si erano appesantite, ed egli non aveva più forze, a causa del gesso con cui era spalmato l’uccello che aveva mangiato.
Allora i ragazzi lo legarono mani e piedi, lo buttarono a terra e lo seppellirono. In tal modo Cabracán fu vinto da Hunahpú e Ixbalanqué.