Kerényi – La regina dei morti

Così ci appare la divina fanciulla dei Greci nella figura di Persefone: nelle vesti dell’essere femminile che, giunto al culmine della sua indomita vita, a quel punto vede Persefone-Adecompiersi il suo destino; un destino che significa morte nel momento di maggior pienezza, e sovranità nella morte.
C’è qualcosa di così sconvolgente e di così pregnante in tutto questo, che l’esemplarità del destino della greca regina dei morti non può non colpire chi s’imbatte nelle rappresentazioni poetiche e monumentali del suo mitologema.

Le figure mitologiche sono sempre prototipi; ma la dea Persefone lo è in modo particolarmente persuasivo. Il destino naturale di ogni fanciulla può essere considerato come la ripetizione del destino di Persefone. Anzi, il destino di tutti gli esseri viventi può essere interpretato in questo senso: giacché tutti sono anche contemporaneamente esseri mortali con un’unica speranza, modellata anch’essa dal mitologema di Persefone attraverso il ritorno della rapita.
Era quel ritorno che veniva celebrato in Eleusi con l’annuncio di una nascita nella morte: come un evento divino che sempre si rinnova, che inesauribilmente dà vita e che in questo suo ripetersi senza fine porta nel mondo anche la ricchezza, lo stesso Plutos.

Alla figura di Persefone si legano, da un lato, il ratto della fanciulla come evento di nozze e di morte insieme, dall’altro la nascita e la morte come avvenimenti intimamente legati tra di loro.
Singolari connessioni; e altre ancora ne compaiono parallele a quelle, non meno singolari, nella cultura greca: il legame di Persefone con la luna (interpretato dai Pitagorici in termini di identità tra la dea e il corpo celeste), con il grano e con l’animale sacrificale che in un certo senso essa rappresenta e significa (la Core con il porco).

Queste connessioni, in apparenza illogiche, sono riemerse improvvisamente in un complesso di miti mantenutisi vivi e significativi: i mitologemi della Fanciulla Luna di Ceram, la giovinetta Rabie o Hainuwele, o anche Rabie-Hainuwele.
Rabie è il nome mitico della luna; la fanciulla Rabie viene rapita dall’Uomo Sole. Come sposa è rappresentata da un maiale ucciso; in quanto donna, assume l’immagine di una scrofa col suo piccolo, un porcellino.
Col nome di Hainuwele è la ricchezza incarnata sulla terra, e quando viene uccisa dal suo corpo nascono i tuberi.

L’omicidio perpetrato nei suoi confronti ha anche un’altra conseguenza: solo allora i suoi assassini, gli uomini delle origini, diventano esseri viventi normali, visto che anch’essi, a partire da quel momento, dovranno morire.
Da quando la morte ha fatto la sua comparsa sulla terra, in virtù di quel primo omicidio, Hainuwele-disegnoanche la vita è cominciata. La vita, idea che comprende in sé anche la morte, è originata dal destino della luna, della pianta alimentare e dell’animale commestibile, che scompaiono tutti per poi apparire di nuovo.

Oppure (se si vuole esprimere lo stesso concetto mediante una figura umana) nasce dal destino della fanciulla primordiale che, rapita o uccisa, partorisce ed elargisce cibo.
Si divulga così – come certo avviene anche per il mitologema di Persefone – quell’idea della vita che si fonda sull’idea di morte; o anche, invertendo i termini, quell’idea della morte che costituisce il fondamento dell’idea di vita.
In tutte queste fanciulle primordiali si deve riconoscere l’eterno essere vivente-e-mortale, il cui destino è prototipo divino del vivere terreno.

I singoli mitologemi in cui l’eroina è Rabie o Hainuwele non ci creano problemi, in quanto insiemi che mostrano di avere un loro significato. Le storie della Fanciulla Luna e dell’Uomo Sole o della giovinetta Hainuwele sembrano racconti poetici.
Sarebbe tuttavia un errore ritenere che nelle storie di Rabie si parli soltanto della luna, perché anche Hainuwele, la fanciulla delle piante, è in realtà Rabie-Hainuwele; identificarla soltanto con la luna non è del tutto corretto.

Qui l’analogia con la musica si presta meglio di quella con la poesia: si devono considerare la storia della Fanciulla Luna e quella della fanciulla delle piante come variazioni sullo stesso tema, che solo poste l’una accanto all’altra e concepite come un’unica, più ampia composizione costituiscono un’opera compiuta e significativa. Solo quando sono vicine esse rendono anche il mondo più trasparente allo spirito.
Le variazioni possono essere anche di altro genere: filosofiche, musicali, pittoriche (o anche grafiche, come stiamo vedendo col labirinto); oppure anche varianti mitologiche riscontrabili presso popolazioni diverse. Sono possibili perché il tema di una grande filosofia, di una grande arte o mitologia è sempre qualcosa di obiettivo, una realtà dotata di molteplici aspetti, che non si esaurisce completamente in alcuna di queste sue varianti.

Come realtà che si offre allo spirito, realtà cioè spirituale, il tema è sempre un’idea (come qui l’idea della vita, che corrisponde alla realtà naturale del «vivere»); un’idea filosofica o mitologica, a seconda che fissi un aspetto della realtà che meglio si esprime in termini filosofici o un altro meglio esprimibile in figure mitologiche.
Solo quando le varianti del mitologema risvegliano in noi qualcosa che ci muove contro come realtà divina, incomprensibile se non in termini di figure o avvenimenti divini o di L0076165 Life and death. Oil painting.simboli religiosi, abbiamo in mano il nocciolo del problema, il punto a partire dal quale tutti i singoli elementi del mito e del culto si aprono alla comprensione (ma solo nei limiti entro cui è possibile capire quello che nel più profondo rimane incomprensibile).

La realtà della «vita» si presta particolarmente a esemplificare la differenza tra un’antica idea filosofica e un’idea mitologica; il filosofo antico concepisce l’idea della vita come principio polare rispetto alla morte, come una realtà legata al polo opposto in modo tale che l’una può darsi solo in assenza dell’altra.
Per Eraclito questa congiunzione equivale a un’identità più profonda: il nome dell’arco è vita, ma la sua azione è morte; ovvero – per dirla in termini mitologici – Ade e Dioniso sono la stessa divinità.
Nel Fedone platonico (§105) questa opposizione garantisce che la morte non può nuocere all’anima (= alla vita): infatti l’una esclude l’altra.
Anche Epicuro è ancora convinto di questa separazione tra morte e vita, sebbene ne tragga un’altra considerazione: «Quando noi ci siamo, la morte non c’è, e quando c’è la morte, non ci siamo più noi».
Solo molto più tardi nel pensiero europeo si cominciò a concepire la «vita» come un fenomeno che non è identico alla morte, ma neppure la esclude, e anzi la indica come una sua componente.

L’assoluta separazione tra vita e morte (sulla quale concordano, ciascuno a suo modo, sia Platone sia Epicuro) corrisponde alla realtà della discriminazione che divide definitivamente i vivi e i morti e che è fissata mitologicamente nell’idea dei confini dell’Ade.
La religione antica non rifiuta l’idea della morte come non-essere: anche Persefone appartiene, in quanto regina degli inferi, al regno del non-essere.
L’idea mitologica che sta alla base dei mitologemi della Core di Ceram, invece, contempla insieme le due realtà e della vita e della morte.

In un primo momento sembra incredibile trovare un’idea così ricca e articolata come questa della vita e della morte quale tema non tanto di antichi filosofemi (l’idea di Platone e di Epicuro è al confronto assai meno ampia e complessa), bensì di mitologemi primordiali.
Ricordiamo intanto che i racconti mitologici sull’origine della morte appartengono sempre, nel mondo antico, al mito delle origini della vita normale dell’umanità.

Citiamo qui un solo esempio, tra gli innumerevoli possibili, tratto dalla cosmogonia dei Voguli: la vita sulla terra è già quasi nata, e manca solo la morte per rendere possibile l’esistenza normale.
La necessità della morte viene motivata col fatto che altrimenti la terra avrebbe troppi abitanti; solo quando gli uomini possono morire si dice: «Il mondo dell’età dell’uomo è ora finalmente nato, il mondo dell’età dell’uomo si è ora finalmente realizzato. Ora essi (gli uomini) vivono in questa sorte felice».

(Kerényi, Nel labirinto)