Inghilterra – La sfida del Cavaliere Verde

Camelot

Era il re a Camelot per il Natale,
molti signori con lui, belli, i migliori,
tutti i nobili fratelli della Tavola Rotonda
in splendida festa e spensierato piacere.
Molti di loro vi facevan torneo,
giostravano prodi i cavalieri gentili
e poi andavano a corte a fare carole.
Ché lì la festa durava eguale per quindici giorni
con tutto il cibo e i sollazzi che potevan pensare:
clamore e allegria stupendi a sentire,
bel suono di giorno, danze di notte.
Tutto era felicità grande in camere e sale
per signori e per dame, in diletto.
Con tutta la gioia del mondo stavano assieme
i cavalieri più famosi in terra cristiana,
le dame più belle che vissero mai
e il più bel re che mai resse la corte.
Tutti erano nella loro età prima in questa bella brigata:
sotto il cielo i più felici
e il re di più nobile tempra:
duro sarebbe menzionare
così ardita compagnia.

Quando l’Anno Nuovo era fresco,
ch’era appena venuto,
quel giorno la compagnia alla tavola alta
fu servita del doppio,
dopo che il re venne in sala coi cavalieri,
finito il canto nella cappella.
Si levarono grida di chierici e altri,
di nuovo fu acclamato Natale, spesso invocato;
poi i cavalieri corsero a dare regali,
annunciarono forte i doni di Capodanno,
li distribuirono attorno
e discussero d’essi con foga.
Ridevano forte le dame anche se avevano perso,
chi vinceva non era certo adirato, credetelo pure.
Così si divertirono fino all’ora di pranzo.
Quando si furono lavati sedettero a mensa,
in alto i più nobili, come giusto sembrava,
la regina Ginevra, felice, nel mezzo
del palco prezioso, ch’era tutto adornato:
cortine di zendado di lato, un baldacchino sopra
di seta tolosana e arazzi di Tarso
ricamati e trapunti delle gemme migliori,
di valore sicuro, che denaro potesse
comprare.
La più bella a vedersi
volgeva intorno gli occhi grigi:
donna più bella nessuno
poteva dire d’aver mai veduta.

Camelot-festa

Ma Artù non voleva mangiare,
finché tutti non eran serviti,
tanto era felice della sua giovinezza
e un po’ fanciullesco:
amava gaia la vita e non gli piaceva
stare a lungo disteso o seduto:
lo spingeva il giovane sangue e la mente vivace.
E un’altra abitudine così gli dettava:
impegno d’onore aveva preso di mai mangiare
in un giorno come quello festivo
finché non gli fosse narrata
la strana storia di qualche avventura,
di qualche gran meraviglia cui prestar fede,
di antichi o di armi o di altre avventure,
o qualcuno non gli chiedesse un cavaliere leale
con cui giostrare, tutto azzardare,
rischiar vita per vita,
ognuno all’altro lasciare il vantaggio,
come spirava fortuna.
Questo era l’uso del re quando corte teneva
a ogni splendida festa tra i suoi
nella sala.
E così, orgoglioso nel volto,
si stava senza paura;
pieno di vita in quell’Anno Nuovo,
grande allegria aveva con tutti.

Stava dunque il re coraggioso
davanti alla tavola alta
parlando cortese di cose leggere.
Il buon Gawain sedeva allato a Ginevra,
dall’altro Agravayn à la dure mayn,
nipoti entrambi del re, cavalieri fidati.
Il vescovo Baldwin in alto apre la tavolata
e con lui mangia Iwain figlio di Urien.
Questi eran seduti sul palco, con onore serviti,
e molti altri, di seguito, ai tavoli bassi.
Il primo piatto venne con uno schiocco di trombe
e sgargianti bandiere che v’erano appese;
nuovo suono di timpani e nobili flauti,
le note forti e selvagge svegliavano l’eco,
molti cuori si levavano alti agli squilli.
Furon portati cibi squisiti e costosi,
carni fresche in gran copia e su tanti vassoi
che era difficile trovare sulla tovaglia
posto davanti alla gente ove posare l’argento,
le varie pietanze.
Ognuno prendeva quel che voleva,
nessuno lo rimproverava:
due persone avevano dodici piatti,
buona birra e vino brillante.

Ora più nulla dirò del loro banchetto:
può credere ognuno che niente mancava.
Un altro rumore nuovissimo si fece veloce vicino,
che avrebbe permesso al re di mangiare.
Perché la musica quasi non era finita
e il primo piatto servito, che sulla porta
apparve di furia un uomo tremendo,
della terra il più grosso e il più alto:
così robusto e quadrato dal collo alla vita,
così grandi i suoi lombi, così lunghe le cosce,
che mezzo gigante credo che fosse,
o almeno certo un uomo di enorme possanza,
e il più bel cavaliere a cavallo di sella,
ché di schiena e di petto il suo corpo era forte
ma la vita e il ventre sottili
e tutti i suoi tratti alla sagoma
giusti.
Al suo colore stupirono tutti,
così chiaro a vedersi:
era fiero nel portamento
e ovunque verde brillante.

Cavaliere-verde

L’uomo e i suoi vestiti erano tutti di verde:
una tunica dritta, aderente sui fianchi,
sopra uno splendido manto, adornato all’interno
di pelliccia rasa bene in vista, la stoffa splendente
di bordi di gaio ermellino ed anche il cappuccio
che scoprendo i capelli sulle spalle posava;
dello stesso verde calzabrache ben tese
strette ai polpacci, e sotto speroni
d’oro brillante su calze a strisce di seta:
senza scarpe ai piedi l’uomo cavalca.
Tutti i vestiti erano del verde più puro,
le strisce della cintura e le pietre preziose
in ricca abbondanza nel suo arredo splendente,
su di lui, sulla sella, sui ricami di seta,
che sarebbe duro dire anche solo a metà
le minuzie lì ricamate, uccelli e farfalle
su lieta gloria di verde e sempre l’oro nel centro.
I pendenti della pettiera, la groppiera superba,
le borchie del morso e tutto il metallo
smaltati di verde, e verdi le staffe
su cui stava ritto e gli arcioni e le falde:
di pietre verdi scintillanti brillava ogni cosa.
Dello stesso colore il cavallo che inforca
sicuro,
verde, enorme e robusto,
un destriero forte a frenare,
alle briglie ricamate vivace,
al cavaliere obbediente.

Luminoso era l’uomo vestito di verde,
in armonia con la criniera i capelli:
chiari e ondulati gli copron le spalle,
una gran barba come un cespuglio pende sul petto
e insieme ai capelli che scendono ricchi dal capo
all’altezza dei gomiti tutt’in giro è tagliata,
sicché per metà vi sono nascoste le braccia
come la cappa d’un re attorno al collo;
la criniera del cavallo assai simile a loro;
pettinata e arricciata: moltissimi i nodi
di fili d’oro intessuti al bel verde,
ovunque una ciocca di peli e un fil d’oro;
la coda e il ciuffo similmente accoppiati,
legati ambedue con un nastro di verde brillante
e ornati per tutta la loro lunghezza
di pietre preziose,
in fondo una correggia strettamente annodata
dove tintinnano sonagli d’oro brunito.
Un cavallo così e il suo cavaliere
mai prima d’allora in quella sala avevan veduto
occhi mortali.
Come il lampo appariva splendente:
così chi lo vide affermò.
Sembrava impossibile impresa
uscir vivi da sotto i suoi colpi.

Cavaliere-verde-2

Eppure non aveva né elmo, né usbergo,
né pettorale, né piastra appartenente alle armi,
né lancia, né scudo, per affondare o colpire,
ma in una mano un ramo di agrifoglio stringeva,
ch’è più verde quando i boschi son nudi,
e un’ascia nell’altra, mostruosa ed enorme,
un’arma da guerra terribile a dirsi,
chiunque vi provi.
Più lunga d’un gomito era la testa,
la punta tutta di verde acciaio e d’oro sbalzata,
la lama forbita e brillante, largo il filo,
adatto a tagliare come rasoio affilato.
Era il manico un robusto bastone
che l’uomo stringeva con forza,
avvinto di ferro fin sulla punta,
intarsiato di verde con disegni graziosi:
una striscia di stoffa fissata alla cima
attorno al manico girava più volte,
con molte nappe preziose fermate
da bottoni ricamati di verde brillante.
Entra il cavaliere e attraversa la sala,
s’avvicina alla tavola alta, non teme pericolo.
Non salutò nessuno: in alto guardava.
Le prime parole che pronunciò: «Dov’è, disse,
il signore di questa brigata? Volentieri vorrei
posar gli occhi su lui, insieme con lui
ragionare».
Fissò gli occhi sui cavalieri,
su e giù li ruotò.
Si fermò e scrutò per vedere
chi avesse più gran rinomanza.

Sguardi vi furono, a lungo, gettati sull’uomo:
stupiva ognuno: che voleva mai dire
che un cavaliere e il cavallo
prendessero un tale colore,
da divenir verdi com’erba, più verdi sembrare,
più brillanti splendere di smalto verde su oro?
Tutti quelli in piedi guardavano fissi,
si avvicinarono cauti
chiedendosi con meraviglia che mai
avrebbe fatto quell’uomo.
Perché molti portenti avevano visto,
ma tali mai prima:
e così pensarono fosse illusione e magia.
Molti cavalieri temettero di dare risposta,
sbigottirono tutti alla sua voce impietriti,
in mortale silenzio seduti nella splendida sala,
come caduti nel sonno, si spensero le loro parole
nell’aria.
Non tutti, credo, per paura,
alcuni per cortesia,
perché quello cui va ogni onore
fosse il primo a parlare a quell’uomo.

corte-Artù-cavaliere-verde

Artù allora davanti alla tavola alta
contempla questa avventura,
e lo saluta cortese, per nulla impaurito:
«Benvenuto in questo luogo, signore.
Capo di questa casa, Artù io mi chiamo.
Smonta, ti prego, e resta con noi,
apprenderemo più tardi che cosa tu voglia».
«No. Colui che siede in alto m’aiuti –
quello rispose –
passare qui il tempo non è mia missione.
Ma poiché la tua fama, sire, così alta è lodata
e il tuo castello e i tuoi ritenuti i migliori,
i più forti e valenti del genere umano,
coi quali contendere in nobili gare,
e regna tra voi, udii, cortesia,
questo ora qui mi ha condotto.
Potete esser certi per questo ramo che porto
che vengo in pace, non cerco nemici.
Ché se fossi venuto in costume di guerra,
ho a casa un elmo e un usbergo,
uno scudo e una lancia appuntita
che scintilla brillante,
e altre armi ho da imbracciare, so bene.
Ma poiché non voglio la guerra
la mia veste è più dolce.
E tu, se sei coraggioso come dicono tutti,
mi concederai di buon grado il gioco che chiedo
a ragione».
Artù rispose dicendo:
«Signore, cavaliere cortese,
se chiedi duello
non ti mancherà la battaglia».

«No, non cerco battaglia, in fede ti dico.
Solo imberbi fanciulli siedon qui tutt’in giro.
Se fossi chiuso nell’armi su un alto cavallo,
non ci sarebbe qui uomo a me pari
tanto son fiacchi di forza.
Perciò chiedo alla corte un gioco di Natale,
perché di Natale sono le feste e di Capodanno
e i giovani qui sono molti.
Se in questa casa qualcuno si ritiene così forte,
audace di sangue, calda la testa,
che osi scambiare fiero colpo con colpo,
gli darò in regalo quest’ascia preziosa,
questa scure pesante davvero: l’usi come gli piace.
Disarmato come sono attenderò il primo colpo.
Se qualcuno ha tanto ardimento
da provar quel che dico,
da me corra, afferri quest’arma:
vi rinuncio per sempre, la tenga per sua.
Fermo su questo terreno al suo colpo starò,
se tu mi accordi il diritto di dargliene uno
a mia volta.
Ma una tregua ho per lui:
dodici mesi e un giorno.
Orsù, presto vediamo
se qualcuno osa parlare».

(Anonimo, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, 37-300)