Dadhyañc, il due volte decapitato

Dadhyac o Dadhyañc o Dadhica, ovvero «Colui che possiede (oppure che sparge) il latte inacidito», secondo la tradizione vedica (cfr. Rig Veda, 1: 80. 16), era figlio di Atharvan, mitico «sacerdote del fuoco» dei tempi ancestrali. Era dunque votato, sin dal nascita, alle Dadhyancpratiche del Sacrificio e divenne, stando al Racconto, il «maestro di cerimonia» della Festa del «capodanno» indù (Pravargya).
Indra gli aveva, infatti, insegnato la scienza segreta del miele (madhu-vidyâ, la «ricetta» per la preparazione dell’idromele con cui gli officianti «brindavano» al nuovo anno) o, il che è più o meno la stessa cosa, gli aveva rivelato «l’incantesimo di Brahmâ», in virtù del quale poteva andare a prelevare il Soma, la bevanda sacra, direttamente nel luogo segreto in cui «cresceva» la sua pianta.
Quale che fosse il «segreto divino» di cui lo metteva a conoscenza, Indra gli aveva comunque imposto di non rivelarlo a nessuno, altrimenti gli avrebbe tagliato la testa!

Dadhyañc però trasgredì al divieto di Indra e finì per rivelare il segreto agli Asvin, i quali per proteggerlo da Indra gli sostituirono la testa con una testa di cavallo, sicché dopo che Indra gliel’ebbe recisa, Dadhyañc poté rimettersi sul collo la sua.
Il Racconto dice che la testa «posticcia» (quella equina) cadde nel lago del monte Saryanavat, dal quale tuttora emerge per dispensare «dolci acque» agli uomini. E per garantire la «dolcezza» di queste acque, in quel lago la testa equina resterà fino alla fine dell’attuale era cosmica.

Con il «segreto del miele» o in virtù dell’incantesimo di Brahmâ, ciò che Dadhyañc Atharvâna, tutto sommato, rivela agli Asvin è solo «come si rimette la testa del Sacrificio» (Sataphata Brâhmana, 14: 1.1.18): come si fa, cioè, a riportare in vita ciò che, pure, è stato «sacrificato». Ovvero come ciò che è «dato via», offerto o donato agli dèi, bruciato nel fuoco del Sacrificio, può tornare «al suo posto», e tornarci – altrimenti il giro sarebbe del tutto inutile – addirittura più «dolce» di prima.
Allora sì che il miele sprigiona la sua potenza: quando è capace di addolcire il salato – di rinnovare il vecchio (anno), di voltare pagina e generare futuro al proprio passato.

Non c’è segreto, in fondo, che nel ri-cominciare punto e a capo. E l’Arte dell’officiante solo in questo consiste: nel re-integrarsi nel suo proprio Inizio.
Gli stessi dèi, dice il Racconto, erano alle prese con un sacrificio senza testa, con un Tempo continuo, senza principio né fine, senza scadenze di fine o inizio d’anno, e là – in quel Tempo senza interruzioni, in quel Tempo di «divina incoscienza», nessuna loro epifania poteva intercettare il Tempo «discreto» degli uomini.
Solo gli Asvin, grazie alle istruzioni ricevute da Dadhyañc, poterono porre rimedio e fare in modo che i due tempi s’incrociassero di tanto in tanto. In realtà, non fecero altro che restituire al «nuovo anno» la testa «mancante», nient’altro che insegnare il trucco per rimetterla al suo posto dopo averla – solo momentaneamente – rimpiazzata.

Gira e rigira, Dadhyañc si trova così a essere due volte «decapitato»: una volta ad opera degli Asvin, e l’altra ad opera di Indra. Decapitato, dunque, una volta per travestirsi di testa-di-cavallonuove sembianze equine e così raggirare la furia di Indra, e l’altra per «rientrare» nella sua vecchia identità, dopo aver pagato pegno per la divulgazione di un segreto che tale doveva restare: il «segreto (della testa) del Sacrificio» (di capodanno).
Insomma, se ho ben capito, solo ciò che è «sacrificato» può tornare al suo posto. Mentre tutto il passato è ormai passato (e non c’è bisogno di tirare in ballo Eraclito per capirlo), solo ciò che è stato offerto in sacrificio al Tempo degli dèi, solo ciò che è stato «bruciato» nel fuoco del Sacrificio può ardere imperituro dello stesso «eterno» ardore dei desideri, ma anche delle illusioni, degli dèi.

Eternare l’Inizio – non importa di che cosa, o di quale evento. Ciò che conta è il Principio. Solo il Principio non cessa mai di principiare, e in ogni culto o rito o catechismo non c’è da iniziare altro che l’Inizio – il caput mundi, l’evento capitale. Non può che capitare quello. Tutto il resto, passa. Non capita mai. Capita solo ciò che capita all’incrocio dei due Tempi – nel Ritorno dell’Eterno sulla scala del cromatismo umano.

L’Inizio che ritorna, questo dice il Racconto, non una, ma due volte si trova a essere decapitato: tagliato via dal Tempo continuo del «tutto scorre» inconscio in modo da poter essere vissuto nel Tempo discreto degli eventi consci, per poi essere di nuovo reciso dalla coscienza, e ricadere nel «soffio a nulla», come dice Rilke: per poi «spirare nel [Tempo del] dio», affondare nel «luogo segreto» da cui è stato prelevato.
In modo che l’incantesimo sia cantato alla rovescia – come Apollo, giustamente!, pretende da Marsia.

Con ciò, non abbiamo però detto niente ancora, perché al «problema», qualcuno se ne sarà accorto, ci stiamo solo girando intorno. Il problema è: perché proprio la testa di cavallo?
La domanda è tanto più pertinente, in quanto di questa Testa Equina si trovano tracce sparse anche lontano dall’India.
Qui, per ora, ricorderemo solo quella della Gorgone ellenica nella leggenda di Perseo: la Medusa è infatti espressamente identificata col cavallo e dal suo collo decapitato nasce, insieme a Crisaore, il cavallo Pegaso, il cavallo che libera le Acque, o come più esplicitamente è detto nei testi indù, libera le «acque dolci» dal Mare Salato, libera l’Eterno dal Contingente – il Possibile Eterno dall’impossibilità reale.

Questo Dadhyañc possedeva un’energia ignea e uno splendore sacerdotale tali che quando i Titani lo vedevano anche solo da lontano crollavano a terra e «perdevano la testa», da intendersi proprio alla lettera.
Quando egli muore e va in cielo, Indra non riesce a vincere i Titani da solo e chiede: «C’è forse una qualche parte di Dadhyañc rimasta qua?».
Gli dicono che c’è ancora quella testa di cavallo con cui Dadhyañc ha insegnato la dottrina del miele agli Asvin. Indra allora colpisce i Titani con le ossa di questa testa; la sua potenza è così terribile che alla sola sua vista i Titani nuovamente perdono la testa, quasi si trattasse di Dadhyañc in persona.
(Coomaraswamy, Indra e Namuci)

Solo «armato» delle ossa della Testa Equina di Dadhyañc (qualcuno si domanda se per caso non si tratti dell’«osso mascellare» di cui si narra in tanti racconti), solo grazie a un «frammento» della Testa posticcia, smessa e rimessa da Dadhyañc per ingannare il tempo «di dio», solo con un «quanto» di quella stessa astuzia, con una parte appena di quella stessa finzione, può Indra riportare la vittoria sui Titani.
La sua arma, il vajra, era dunque fatta «con le ossa della testa equina». Perciò, la domanda insiste: che cosa ha di speciale questa Testa?

Il Saggio ci consiglia però di non precipitare il tempo d’una risposta. Perché di questa enigmatica Testa di Cavallo dovremo raccogliere tante altre notizie sparse nei racconti.
Lo so, capisco, l’Astronomo ha fretta di dire al mondo: si tratta di Canopo! Ma, detta così, la cosa non significa niente.
Coomaraswamy, dal canto suo, dice: chi detiene la Testa Equina, in tutti i racconti è un Mago, un Medico o addirittura un Chirurgo, dal momento che Dadhyañc sa come si rimette la testa del sacrificio.
Ma, anche così, la cosa continua a non significare niente.
Non è il caso di farci intrappolare nell’illusione della risposta prête-à-porter.
La domanda resiste: perché la Testa del Cavallo?