Maori – Tawhaki vendica suo padre

A Tawhaki non c’era donna che sapesse resistere.
Mango e gli altri suoi cugini erano gelosi di Tawhaki perché tutte le ragazze non avevano occhi che per lui. Non erano belli, mentre Tawhaki era di così splendido aspetto, e così maori-maskseducente che tutte le ragazze mostravano apertamente di preferirlo: lo invitavano a casa, stendevano le stuoie più belle sul pavimento per farlo sdraiare e potersi con lui, sempre e solo con lui!, amabilmente intrattenere.

Accecati dalla gelosia, decisero allora di tendergli un agguato mentre Tawhaki faceva il bagno nelle acque del lago «celeste sacro» Rangituhi. Sapevano infatti che l’avrebbero preso alla sprovvista, intento di sicuro a lavarsi e pettinarsi i capelli, invece di guardarsi le spalle.
Ed ecco, detto fatto: l’assalirono e lo ferirono a morte. Poi, come se non bastasse, lo fecero a pezzi e sparsero le sue membra per le acque del lago, prima di tornarsene tranquillamente a casa.

Non vedendo tornare con loro anche Tawhaki, Muri Whaka Roto, la madre di alcuni di loro, domandò: «Dove l’avete lasciato?».
«Madre – risposero quelli – l’abbiamo lasciato al lago che si stava lavando e pettinando».
La donna l’attese ancora un po’ ma poi, vedendo che Tawhaki non tornava, uscì di casa e a gran voce cominciò a gran voce a chiamare: «Tawhaki! Tawhaki!».
Le rispose una gallinella di palude dalle penne blu e dal becco rosso, le rispose «Ke?», e la donna andò in direzione di quel richiamo senza mai smettere di chiamare: «Tawhaki! Tawhaki!».

Le fece eco un rallo che lanciò il suo grido: «Hu», e la donna, da quel grido, ahimé, comprese che a Tawhaki era accaduto qualcosa di grave. Tornò allora al villaggio e, radunati Mango e gli altri, domandò loro: «Avete fatto del male a Tawhaki?».
«Perché ci dici questo? – risposero i suoi figli. – Forse Tawhaki non ha risposto al tuo richiamo?».
«Ho avuto la risposta di una gallinella di palude e d’un rallo – disse la donna. – E dalla loro risposta ho compreso che a Tawhaki qualcuno ha fatto del male. Ma Tawhaki non è morto, sappiate che Tawhaki conosce la formula magica che fa rimarginare le ferite. Tawhaki si riprenderà e vivrà».

Muri aveva visto giusto. L’acqua fresca del lago ridiede vita ai pezzi sparsi del corpo di Tawhaki, e li ricompose ancora più belli di quanto erano prima.
Il Racconto dice che fu visto camminare sulle acque del lago, e qualcuno da lungi l’udì che cantava un oscuro incantesimo.

Cresce tra i capelli della testa,
il sangue avvampa sulla fronte,
il sangue, il sangue di Tawhaki,
e del Sole e della Luna,
e del cielo fausto,
del cielo che ora sta sopra.

Scampato all’attentato dei cugini, Tawhaki si mise in viaggio col fratello di latte Kariki per liberare il padre e la madre dagli spiriti maligni che li avevano portati via, chissà dove.
I due fratelli andarono dapprima alla Collina del Riposo, dove viveva la sorella Pupu mai nono. E la sorella li istruì sul cammino: «Andate pure – disse – ma non mettete mai i piedi nel cavo delle onde! Fate attenzione a camminare sulle creste!».
Così, grazie al suo consiglio, poterono traversare il mare senza correre pericoli. Anzi, Tawhaki trovò perfino il tempo e il modo d’intrattenersi con tutte le donne che incontrava. Con tutte egli giacque! Fece all’amore con Figlia della spiaggia da cui nacque Ika nui, il Grande Pesce. Poi conobbe Unghie ricurve e la possedette. Vide Tuna roa, la Madre delle anguille, e tra un bacio e una carezza le carpì più di un segreto, più di una formula magica, molto più di un incantesimo. S’imbatté infine nelle due sorelle, dette Chiacchiera di Procreazione e Chiacchiera di Fecondità, e tra una chiacchiera e l’altra non tralasciò di fare all’amore con entrambe.

Da un amore all’altro, Tawhaki continuò tuttavia il suo viaggio ed, ecco, finalmente scorse in lontananza una casa. Ma non sapendo chi vi abitasse, lo domandò a un vecchio maori-vecchioincontrato per strada.
Quel vecchio non a caso si chiamava «Radice di tutte le cose». Egli sapeva infatti tutte le cose antiche, e le genti, e le loro storie più remote. Sicché, quando Tawhaki gli domandò di quella casa: «Vedi, giovane – gli rispose il vecchio – quella è la casa dei Ponaturi. È alle travi di quella casa che stanno appese le ossa di tuo padre».
Così Tawhaki apprese, insieme, che suo padre era morto e che quella casa «laggiù» all’orizzonte era la casa dei suoi assassini.

I Ponaturi era gente davvero strana: di giorno vivevano in fondo al mare e di notte si trasferivano in una casa sulla terraferma. Erano loro le «miriadi di spiriti maligni» che avevano ucciso Hema e che ancora tenevano prigioniera sua moglie Urutonga.
Tawhaki, essendovi arrivato di giorno, trovò la casa vuota. Non c’era nessuno, tranne sua madre. Urutonga se ne stava seduta alla finestra e le ossa del padre erano in una cesta appesa alle travi della casa.
Su quelle ossa Tawhaki pronunciò le parole di uno di quegli incantesimi segreti carpiti «in amore» a Tuna roa, e così poté parlare con loro e dire lo scopo della sua visita. Le ossa tintinnarono, come a dare un segno di approvazione.

Quel tintinnio l’udì pure Urutonga. E avendo riconosciuto le voci dei figli, corse loro incontro per abbracciarli.
«Perché, madre – le chiese subito Tawhaki – hanno ucciso papà e hanno risparmiato te?».
«Mi hanno tenuta in vita – rispose Urutonga – perché guardassi l’arrivo dell’alba; ecco perché mi hanno assegnato il compito di stare seduta accanto alla porta: vogliono che spii per loro il sorgere del sole. Perciò mi chiamano Tatau, la Porta. Durante la notte, si svegliano per chiedere a me se l’alba è spuntata».

«Madre – domandò Kariki – dove potremmo nasconderci?».
«No – rispose la donna. – Non c’è nessun nascondiglio sicuro per voi. I Ponaturi hanno buon naso e perciò vi fiuterebbero ovunque siate nascosti».
«Non temere, madre – la confortò Tawhaki. – Noi conosciamo un incantesimo che ci renderà invisibili».
Solo allora la vecchia acconsentì che restassero per vendicare la morte di Hema. Li fece salire sul tetto della casa e si raccomandò: «Alle prime luci dell’alba dovete scendere e chiudere per bene ogni fessura, in modo da non far entrare la luce. Così continueranno a dormire».

Appena il sole tramontò nell’oceano, i Ponaturi emersero dal mare e vennero, come tutte le notti, a dormire nella casa sulla terraferma. Mandarono avanti uno di loro perché si assicurasse che non c’erano nemici in casa loro.
Lo spirito aveva buon naso e, appena entrato, fiutò la presenza di estranei. La vecchia era seduta, come sempre, dietro la porta, e per un momento temette per la sorte dei figli. Ma per fortuna sopraggiunsero gli altri Ponaturi e, poiché erano tutti sudati, il loro odore coprì quello di Tawhaki e Kariki.
Gli «spiriti maligni», intanto, entrarono a migliaia e si stesero a dormire.

maori-picture

Nel cuore della notte, i due fratelli scesero dal tetto e andarono dalla madre.
«Qual è il modo migliore per annientare questa gente?», le domandò Tawhaki.
«Controlla che ogni fessura sia ben otturata, in modo che non filtri la luce – disse di nuovo Urutonga. – Continueranno a dormire, credendo che sia notte e, quando infine usciranno da questa casa, il sole li ucciderà coi suoi raggi».
La donna tornò al suo posto dietro la porta, mentre i fratelli otturarono ogni fessura.

Poco dopo si sentì uno gridare: «Non è ancora l’alba?».
La donna rispose: «È ancora notte, notte fonda. Continua a dormire!».
Sul far del giorno, si udì un altro lamentarsi: «Com’è lunga questa notte! Pare che non debba mai finire».
«Dormi, continua a dormire, è notte ancora!», gli rispose Urutonga.
Tongahiti, il demone del mal di testa, fiutò il pericolo: «Una volta – disse – le notti avevano una fine. Come mai questa notte è così lunga?».
Anche a lui la vecchia rispose al solito modo: «Dormi, non è ancora l’alba. Torna a dormire, è notte fonda!».

Era ormai pieno giorno e i raggi del sole inondavano la terra. Si udì un’altra voce che domandava: «Tatau, non è ancora spuntata l’alba?».
E Tatau a voce alta rispose in modo che sentissero anche i figli: «Sì, l’alba è spuntata! È ora di svegliarsi!».
Tawhaki e Kariki spalancarono di colpo porte e finestre, e sturarono una per una tutte le fessure nei muri. La luce abbagliante del sole inondò la casa e accecò i Ponaturi. Poi Tawhaki diede fuoco alla casa e si appostò con una rete alla porta della sala delle riunioni.

Quando le miriadi di spiriti maligni gridarono assieme: «Dov’è la Porta?», Tawhaki disse forte: «Eccola qui!». E quelli pensarono che fosse stato uno della loro banda a parlare, e così si avventarono a capofitto nella rete e Tawhaki li arse nel fuoco. La casa crollò una volta per sempre e seppellì i corpi bruciati dei Ponaturi.
Morirono tutti, a eccezione di Tongahiti che trovò scampo rifugiandosi in un buco nella parete posteriore della casa. È per questo che il mal di testa che ci tormenta ancora! Con lui c’era anche Kanae, la triglia, che si salvò guadagnando a balzi la via del mare.
Raccolte le ossa del padre, Tawhaki e Kariki fecero ritorno a casa.