Libro di Exeter – La fenice brucia

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Ho udito che molto lontano da qui, verso oriente,
si trova una terra fra tutte la più nobile, ed essa
è famosa fra gli uomini. Una terra
inaccessibile a molti coloro che vivono nel mondo,
poiché per questa ragione Dio la pose ai limiti, lontana
dagli esseri malvagi. Stupenda è la pianura,
ricca d’ogni delizia, fragrante
dei più dolci profumi della terra, isola incomparabile:
il suo Creatore è nobile e superbo, possente,
Egli fondò quella terra, dove la porta del regno dei cieli
è sempre aperta alle anime felici,
alle quali si rende manifesta la sua gioiosa armonia. […]

Un uccello, di forte ala, splendidamente bello,
abita questi boschi; il suo nome è Fenice.
L’uccello solitario qui ha la sua dimora,
la sua orgogliosa esistenza; né mai la morte l’offende
sulla ridente pianura, mentre il mondo invecchia.
Dicono che l’uccello osserva il corso del sole
e va a incontrare quella lieta gemma,
la fiaccola di Dio, e avidamente la fissa, finché
la più nobile stella, l’opera antica del Padre,
il segno radioso di Dio sorge sul grande mare ondoso
scintillando a oriente in tutta la sua gloria.

Le stelle si nascondono, sommerse
dall’oceano a occidente, oscurate dall’alba,
e oscuramente la notte si parte con le tenebre; allora
forte nel volo e superbo di piume, l’uccello
fissa con desiderio il fiume in mezzo ai monti,
fissa le acque sotto il cielo immobile
finché la luce celeste si avvicina
scivolando da oriente sull’immenso mare.

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Allora il nobile uccello si posa
vicino alla sorgente, in tutto il suo splendore,
trova rifugio fra i limpidi ruscelli,
e per dodici volte la creatura radiosa si bagna
nelle acque che scorrono, prima che giunge la luce
della fiaccola del cielo, e a ogni bagno, freddo
come la schiuma dell’oceano, si diletta
delle gaie sorgenti dell’acqua zampillante.
E dopo i giochi d’acqua ecco si slancia
sulla cima frondosa di un immenso albero, da cui
più facilmente – superba – può osservare
l’avanzare del tempo dall’oriente,
quando la fiaccola del cielo, quel raggio di luce,
risplenderà serena sul corso delle acque. […]

Quando immobile è il vento, e serena la stagione,
quando la sacra gemma celeste quietamente riluce
e rade le nuvole e tutti i corsi d’acqua
in silenzio riposano, e tacciono lontane le tempeste;
quando dal sud scintilla la fiaccola mite
della stagione e illumina le genti disperse sulla terra,
allora l’uccello incomincia a prepararsi il nido,
a costruirsi la casa fra i rami più alti.
Grande il suo desiderio, forte l’impulso della conoscenza,
mutare la vecchiaia, vivere ancora,
ottenere una nuova e fresca giovinezza.

Raccoglie da ogni luogo, vicino e lontano,
erbe graziose e fogliame del bosco per la sua dimora,
e la dolce fragranza delle erbe che il Signore, il Padre
di tutti gli inizi creò sulla terra, le più delicate
per la gioia di tutte le creature. E questo ricco tesoro
porta nel cavo dell’albero e fra i suoi alti rami,
dove l’uccello solitario in quella solitudine erige
comoda e bella la sua casa e tutto solo vive
nella sua camera piena di sole, e l’ombra delle foglie
circonda il suo corpo e le ali, e tutto attorno il profumo
della beatitudine, con i più nobili fiori della terra;
l’uccello, posato su un ramo, si prepara al volo.

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Quando il gioiello del cielo, a metà dell’estate,
il sole splende più caldo, alto sull’ombra,
e osservando il mondo segue il sentiero che Dio gli ha tracciato,
sotto il cielo sereno la casa dell’uccello si riscalda,
le erbe crescono tiepide, la camera è fragrante
dei più dolci aromi, e nel calore splendente,
nella morsa del fuoco uccello e nido sono arsi insieme.
Il rogo è acceso; e allora il fuoco avviluppa
la casa della triste creatura; con furia spietata
la fiamma gialla divora, e la Fenice
brucia coi suoi anni; il fuoco morde il suo fragile corpo;
dalla sua vita l’anima condannata si diparte;
la fiamma del rogo brucia la carne e le ossa;
ma poi, nel tempo dovuto, una nuova vita vi torna
quando le ceneri iniziano ancora, finita
la forza della fiamma, a ricomporsi insieme,
come contratte in un pugno. Quando quel nido splendente,
la dimora dell’essere guerriero è divenuta pura,
polverizzata dal fuoco, e la sua spoglia ormai fredda,
il suo scheletro rotto, ecco la fiamma si estingue.

Nel rogo in mezzo alle ceneri si trova allora una mela,
e dalla mela ecco nascere un verme, e il verme cresce
meravigliosamente bello, come se fosse uscito da un uovo,
purissimo dal guscio. E si forma nell’ombra,
così che all’inizio somiglia all’implume di un’aquila,
un piccolissimo uccello; e ancora cresce fino a diventare,
felicemente, come una vecchia aquila, e si arricchisce di piume,
radiosamente adornato com’era all’inizio; la sua carne
è tutta rinnovata, nata ancora, pura d’ogni peccato […]

Di nuovo l’uccello, ormai vecchio nel corso degli anni,
diviene giovane, si veste di carne.
Non tocca cibo alcuno sulla terra,
assaggia solo rugiada di miele
che a mezzanotte talvolta ricade sulla pianura e sui boschi;
così il nobile uccello continua la sua vita
e ricerca il suo luogo originario, la sua dimora antica […]

Nel tempo in cui ogni cosa sarà rivelata,
anche il significato di quest’uccello felice diverrà manifesto,
alla luce del sole, quando il Potere Supremo
farà risorgere gli uomini dai loro oscuri sepolcri,
le ossa radunate, le membra e il corpo riuniti, lo spirito vitale
ospite un tempo della fiamma, inginocchiati
davanti a Cristo Signore; e nella Sua Maestà,
dal Suo altissimo trono il Re risplenderà sui beati ora salvi,
il luminoso Gioiello dei cieli.

(Libro di Exeter, La fenice)