Graf – Gli animali del Paradiso

Il beato giardino del Paradiso non fu abitato solamente da uomini: esso fu ancora abitato da bruti, i quali vincevano di molto in dignità, in bellezza e in senno i loro simili della animali-paradisoterra d’esilio, ed erano per ogni rispetto tali da aggiungere vaghezza alla santa dimora. Non solo mostravansi pieni di benignità e mansuetudine; ma ancora, secondo afferma san Basilio, parlavano assai sensatamente; e la leggenda maomettana racconta che il cavallo Meimun rinfacciò ad Adamo, suo signore, il peccato commesso.
Com’è noto, nel paradiso di Maometto sono parecchi animali, fra gli altri il cammello del Profeta, e l’asino su cui Gesù entrò in Gerusalemme, e una leggenda tedesca narra di un paradiso degli animali, dove questi, sotto la tutela di Dio, vivono in piena tranquillità ed innocenza.
Vogliono alcuni che tutti gli animali parlassero in origine, e che perdessero la favella in seguito al peccato.

Fra gli animali del Paradiso tengono il principale luogo gli uccelli, i quali empiono tutto il giardino dei loro dolcissimi canti. Non v’è descrizione del santo luogo che non ricordi espressamente, insieme con le altre, anche questa delizia; e in più leggende particolari è detto tale essere l’armonia e la soavità di quei canti da forzare al sonno chiunque li ascolti.
L’uccello del Paradiso è spesso descritto nel Medioevo per la sua gran bellezza, e il nome suo indica la sua presunta origine. Francesco da Barberino scrive meraviglie di due uccelli bianchi che sono nel Paradiso terrestre; e una leggenda dei Copti cristiani narra che il gallo fu messo in Paradiso per aver rivelato a Cristo il tradimento di Giuda.

Ma di quanti uccelli poterono ornare e rallegrare della loro presenza il Paradiso, il più mirabile fu, senza dubbio, la Fenice, quell’una e immortale Fenice, di cui tanto aveva favoleggiato l’antichità, e di cui tanto ancora doveva favoleggiare il Medioevo.
Le ragioni che dovevano favorire, anzi richiedere, l’introduzione della Fenice nel Paradiso son quelle stesse che vediamo in altri casi analoghi: tutto quanto si sottraeva alla morte, a quella morte che era apparsa nel mondo come un effetto del peccato, apparteneva in certo qual modo al Paradiso, stanza naturale dell’innocenza e della vita.

I rabbini spiegarono l’immortalità della Fenice narrando che tutti gli uccelli mangiarono, insieme con Eva, del frutto proibito, salvo quella, che perciò rimase immortale.
Per i Dottori cristiani il meraviglioso uccello diventò un vivente simbolo della risurrezione, del rinnovamento mediante il battesimo, della felicità restaurata, della vita eterna, e sono senza numero quelli che ne parlano.

Come d’un simbolo se ne servì l’arte cristiana fin dai primi tempi, ritraendo l’immagine fenice-rogosua sopra monete, in sepolcri, in mosaici; ponendola accanto a quelle di Cristo e dei santi; facendone più tardi una figura del Redentore medesimo. Secondo Alcimo Avito, la Fenice raccoglie in Paradiso gli aromi con cui forma il suo vitale rogo.
Non m’indugerò a ripetere le descrizioni che di essa si leggono nei Bestiari e in altri trattati del Medioevo, come sarebbe il Tresor di Brunetto Latini. Dirò solo che della sua esistenza nessuno dubitava; che il Prete Gianni asseriva d’averla in quel suo fortunato paese; e che il Mandeville, il quale pretende d’averla veduta due volte, la dipinge più grossa d’un pavone, con una specie di corona in capo, le ali e la coda color di porpora, il dorso turchino, e tinta di tutti i colori dell’arcobaleno quando il sole la illumina.

Il Petrarca vide un giorno, sognando desto,

una strania fenice, ambedue l’ale,
di porpora vestita e ‘l capo d’oro
(Francesco Petrarca, Standomi un giorno, solo, alla finestra, 49-50)

ma il Tasso, il quale osa dirla

augelio eguale alle celesti forme

ne fa una pittura ben più pomposa nel poemetto che appunto s’intitola La Fenice.

Né m’indugerò oltre a dire delle altre sue meraviglie, del modo che teneva per abbruciarsi, anzi per rinnovarsi, e del tempo che si diceva passare tra uno e un altro rinnovamento, e che varia, secondo le opinioni, da 500 a 7.000 anni. Noterò solamente che le fu attribuita anche una certa virtù curativa, conveniente, del resto, alla natura del luogo ove credevasi da molti che essa dimorasse.
Secondo certa versione di una leggenda, i tre figlioli del re infermo vanno in cerca, non della fontana di giovinezza, o di vita, ma della Fenice, che restituisca la sanità al padre loro.

Un’altra finzione fece compagno della Fenice, nel Paradiso terrestre, il pellicano, simbolo anch’esso di Cristo, che dà col proprio sangue la vita ai peccatori.
Certi monaci videro nel Paradiso, fra molte altre meraviglie, «una fontana lunga uno quinto miglio, et era ampia secondo che rispondeva alla grandezza et era piena di pesci, i quali cantavano tanto dolcemente, che quasi ogni creatura umana vi sarebbe dormentata, tanto era soave e dolce a udire. E questo canto facevano a certe ore canoniche del dì, quando udivano cantare gli angioli del Paradiso».

(Graf, Miti, Leggende e Superstizioni del Medio Evo)