Goffredo di Strasburgo – Tristano è mandato a chiedere la mano di Isotta

Ora, re Marco e la sua gente hanno appreso che Tristano è tornato guarito; in ogni parte del regno tutti si rallegrano dal profondo del cuore. Lo zio e amico gli chiede cosa è accaduto, e Tristano fedelmente racconta la storia dal principio alla fine, come meglio può.
Tutti ne hanno grande meraviglia e prendono a ridere e a scherzare sul suo viaggio in Irlanda, su come sia stato risanato dalle mani della sua nemica, e su tutto quello che egli Isotta-velataha fatto laggiù. Dicono che mai hanno udito narrare un’avventura sì meravigliosa. Dopo che si sono spente le risa sul suo viaggio e la sua guarigione, essi lo incalzano di domande sulla fanciulla Isotta.

«Isotta – risponde Tristano – è tale fanciulla che quanto s’è detto al mondo della bellezza è poca cosa al confronto. La splendida Isotta mostra un tale portamento e tali costumi, che mai da donna è nata né nascerà fanciulla altrettanto leggiadra e squisita. La pura, la chiara Isotta risplende come il puro oro d’Arabia. Un tempo credevo, poiché l’avevo letto nei libri scritti in sua lode, che solo la figlia di Aurora, la gloriosa Tindaride [Elena], fosse il fiore di ogni femminile beltà; ora non lo credo più. Isotta mi ha tolto questa certezza! Mai più crederò che il sole sorga a Micene. La perfetta bellezza non apparve in Grecia: essa spuntò qui! I pensieri di tutti gli uomini si volgono all’Irlanda; là i loro occhi trovano letizia, e vedono come il nuovo sole si levi dopo la sua aurora – Isotta dopo Isotta – e come da Develine esso risplenda su ogni cuore! La radiosa, la bella Isotta illumina ogni regno. Tutte le lodi innalzate alla donna, quanto di lodevole si dice di lei, è nulla al confronto. Chi guarda Isotta negli occhi, purifica con quello sguardo l’anima e il cuore, proprio come il fuoco ardente con l’oro; costui amerà di più la vita. Pure, le altre donne non sono offuscate o sminuite da Isotta, come sostengono molti. La sua bellezza rende belle le altre; adorna e incorona la donna, e il nome stesso di donna. Nessuna deve perciò sentirsi avvilita».

Ora Tristano ha narrato quel che sa della sua signora, la leggiadra fanciulla d’Irlanda. Quanti sono presenti hanno ascoltato il racconto e l’hanno accolto nel cuore: le sue parole confortano la mente come fa coi fiori la rugiada di maggio. L’animo di ognuno è colmo di gioia.

Tristano riprende l’antica vita con cuore lieto. Un’altra esistenza gli è stata donata: è un uomo rinato. Ora soltanto comincia a vivere. È nuovamente gaio e felice, e il re e la corte sono pronti a soddisfare i suoi desideri.
Ma la maligna discordia, la maledetta invidia che mai riposa, comincia a diffondersi tra i cavalieri e a offuscare le menti e il comportamento di molti, che gli invidiano l’onore e la stima che la corte e il popolo gli hanno accordati.
Cominciano presto a parlare delle sue faccende e spargono la voce che egli è un mago. Dicono che le sue imprese – l’uccisione del nemico Moroldo e quanto ha fatto in Irlanda – sono state compiute con l’aiuto della magia.
«Guardate! – dicono. – Riflettete, e diteci come ha potuto salvarsi dal potente Moroldo. Come ha ingannato Isotta, la saggia regina, la sua nemica mortale, che s’è tanto commossa per lui da guarirlo di sua propria mano? Ascoltate! Non è forse prodigio che questo impostore sia riuscito ad abbagliare gli occhi di tutti e a portare a termine quanto ha intrapreso?».

I consiglieri di Marco s’accordano allora di assillare il re, notte e giorno, con l’esortazione a prendere moglie, ché abbia un erede, figlio o figlia che sia.
Marco risponde: «Dio ci ha dato un buon erede. Con il Suo aiuto, possa egli avere lunga baroni-consigliovita. Finché Tristano vivrà, sappiate per certo che qui a corte non vi sarà mai regina o signora!».
A tali parole monta il loro odio e s’accresce l’invidia che nutrivano per Tristano: in molti essa prorompe sì impetuosa che non possono più a lungo celarla. Spesso le parole e il comportamento sono tali che egli comincia a temere per la propria vita, ed è in costante trepidazione che essi, in qualche modo e in qualche momento, cospirino per colpirlo a morte.

Allora prega Marco, suo zio, di esaudire il desiderio dei baroni: per amore di Dio consideri il pericolo e l’angustia in cui egli si trova, ché non sa quando giungerà la sua morte e la sua fine.
«Taci, nipote Tristano – dice lo zio, uomo leale – mai vi consentirò. Non voglio altro erede, né devi temere per la tua vita. Io ti darò salda protezione. […] Non sollecitarmi oltre a compiere cosa che può risultare a tuo danno. Quali che siano le parole dette, io non ascolterò né te né loro».
«Sire, col vostro congedo, lascerò la corte, ché non posso difendermi. Se devo vivere con questo odio, non potrò avere conforto; preferirei non avere mai alcuna terra, che possedere tutti i regni in tale angustia».

Quando Marco ha visto la sua determinazione, non lo fa parlare oltre e dice: «Nipote, pur se volentieri ti sarei sempre leale e costante, tu non me lo concedi. Non avrò colpa alcuna di ciò che potrebbe derivarne. Ma sono pronto a compiere quanto soddisfi il tuo desiderio. Dimmi: cosa vuoi che io faccia?».
«Convocate dunque il consiglio di corte che vi ha indotto a questo, e sondate la mente di ognuno. Chiedete cosa reputano opportuno e come dovreste agire, e studiate l’animo loro, sì che la faccenda sia portata a termine con onore».

I consiglieri sono convocati senza indugio, e con l’unico intento di nuocere a Tristano, deliberano subito che, se fosse possibile, la bella Isotta sarebbe la sposa adatta a Marco, per nascita, virtù e bellezza; e lo confermano come loro consiglio. Si recano quindi da Marco.
Uno di essi, che sapeva parlare, esprime con la sua unica bocca la volontà e l’intento di tutti.
«Sire – dice – ecco quanto riteniamo giusto. La bella Isotta d’Irlanda, com’è risaputo in ogni paese vicino e lontano, è fanciulla in cui la perfezione muliebre ha riversato ogni possibile benedizione; invero voi stesso avete sovente udito dire che è favorita dalla fortuna e perfetta nei modi e nella persona. Se diverrà vostra sposa e nostra signora, non potremo avere miglior sorte sulla terra per merito di una donna».

vassalli

Il re risponde: «Signori, vediamo come si potrebbe fare se io volessi averla. Ché dovete ricordare quali, da lungo tempo, sono i rapporti tra noi e loro. La gente e il paese ci odiano. Gurmun è profondamente adirato contro di me, e a buona ragione, ché io lo sono altrettanto. Chi potrebbe mai suscitare grande amicizia tra noi?».
«Sire – rispondono tutti – spesso accade che vi sia discordia tra due paesi; allora le due parti devono cercare e trovare consiglio, e far pace, insieme ai figli. Dall’ostilità nasce sovente l’amicizia. Se vi ponete mente, vedrete il giorno in cui l’Irlanda sarà vostra. Il re e la regina hanno in Isotta la loro sola erede: ella è l’unica figlia. L’Irlanda appartiene a questi tre soli».
«Tristano mi ha fatto molto pensare a lei – risponde Marco. – È stata nei miei pensieri da che egli ne ha cantato le lodi. A seguito di tali riflessioni, anch’io, dimentico di ogni altra, sono sì preso di lei che, se non potrò averla, non mi sposerò mai. Lo giuro su Dio e sulla mia vita».

Fa questo giuramento non perché il suo animo si volga più da una parte che dall’altra, ma per astuzia, ché non crede che una simile avventura potrà mai riuscire.
Ma i consiglieri del re rispondono: «Sire, se disponeste che ser Tristano qui presente, che conosce quella corte, porti la vostra ambasciata, tutto sarà conseguito e concluso. Egli è saggio e prudente e fortunato in ogni cosa: saprà condurre a buon fine l’impresa. Parla bene la loro lingua. Porterà a termine quanto gli viene affidato».

«Il vostro è un malvagio consiglio – risponde Marco. – Troppo vi adoperate a nuocere a Tristano e a ricercare il suo danno. Non è già morto una volta per voi e per i vostri eredi? Eppure volete condurlo a morte una seconda volta! No, signori di Cornovaglia, voi stessi dovrete andare laggiù. Non consigliatemi oltre di inviare Tristano».
«Sire – interviene Tristano – non v’è nulla di male in quel che dicono. È del tutto conveniente che sia io, ardito e pronto più d’ogni altro, a intraprendere quanto desiderate; e invero è giusto che lo faccia. Sono io l’uomo adatto, sire. Nessuno può far meglio. Solo, ordinate che essi vengano e ritornino con me, per confortare il vostro onore e la vostra causa».
«No, non cadrai una seconda volta nelle mani e in potere degli Irlandesi, ora che Iddio ti ha ricondotto a me!».
«Sire, deve essere così. Che i baroni vivano o muoiano, io dovrò condividere la loro sorte. Voglio che vedano di persona se, per colpa mia, il paese rimarrà senza erede. Dite loro di tenersi pronti. Piloterò e guiderò la nave fino alla benedetta terra d’Irlanda, di nuovo a Develine e a quel sole splendente che rischiara molti cuori! Forse potremo conquistare la bellezza! Sire, se la bella Isotta fosse vostra, e noi ne dovessimo tutti morire, ne risulterebbe poco danno».

galera-medievale

Quando i consiglieri di Marco comprendono dove tendono quelle parole, ne sono sconfortati come mai in tutta la loro vita. Ma ormai è deciso e stabilito.
Dal cancelliere del re Tristano fa scegliere nella corte venti cavalieri fidati, i migliori nel bisogno: egli stesso assolda sessanta uomini tra la gente del luogo e dei paesi stranieri e, tra i consiglieri, prende venti baroni, senza soldo. Così la compagnia è di cento, e non uno di più.
Tale è la scorta di Tristano, e con essa egli attraversa il mare. Prende con sé una grande quantità di abiti, di provviste e di altro carico: mai nave con tanta gente fu meglio equipaggiata per un viaggio.

Nell’antica storia di Tristano si legge che una rondine era volata dalla Cornovaglia in Irlanda, dove aveva preso un capello di donna con cui fare il nido (non so come l’uccello sapesse dove si trovava il capello) e l’aveva riportato al di là del mare.
Vi fu mai una rondine che facesse il nido con maggior difficoltà e, a dispetto dell’abbondante materiale del suo proprio paese, andasse a cercarlo oltre mare, in un paese straniero?

Dio sa che il Racconto si fa fantastico e la storia balbetta. Pure, è stolto chi afferma che Tristano si ponesse in mare alla ventura, insieme alla scorta, e non si rendesse conto di dove stesse andando, e per quanto tempo; e neppure sapesse chi stesse cercando!
Quali dispute doveva avere coi libri colui che scrisse e fece leggere simili cose!
Il re che mandò i suoi consiglieri fuori del paese, e i suoi messi, tutti sarebbero stati stolti e folli se avessero affrontato così la propria missione!

(Goffredo di Strasburgo, Tristano)