Griaule – Il telaio è la tomba della risurrezione

Avendo i colloqui precedenti dimostrato l’importanza della tessitura, l’Europeo chiese al cieco di parlargli di questa tecnica.
dogon-telaioPoco prima aveva osservato, per l’ennesima volta da quando per la prima volta era venuto in Africa, un telaio in movimento e alcune filatrici al lavoro.

L’armatura dello strumento, composta di quattro pali verticali confitti al suolo e collegati da assi orizzontali, delimita un prisma nel quale trova comodamente posto un uomo coi suoi utensili. L’ordito, stretto e senza fine, parte da uno strascico coperto di pietre, passa su un supporto orizzontale e si presenta inclinato al tessitore.
Nel settore attivo compreso tra questo supporto e il rullo intorno al quale si avvolge la fascia del tessuto, l’ordito passa nei licci e poi nella griglia del battente, i cui denti sono fatti di schegge di canna. I licci, mossi con i piedi, si alternano grazie a una carrucola attaccata a una traversa dell’armatura; il battente è sospeso a una cordicella fissata alle sue estremità.

La spola, formata da un pezzo di legno incavato e appuntito all’estremità, viene manovrata a mano.
Per la filatura, occupazione femminile, ci si serve di un fuso composto da una sottile assicella confitta per la punta in un fusaiolo che ha la forma di una grossa biglia di terra secca. Con la mano destra, la donna imprime un movimento rotatorio al suo strumento, e pareggia il filo sopra una pelle che protegge il tutto dalla polvere. Con la sinistra, essa sorregge la matassa di fibre da cui parte il filo; ogni tanto, si asciuga le dita nella cenere bianca contenuta in un piccolo recipiente di zucca.

Prima di far ciò, essa avrà sgranato il cotone passando un’asse di ferro, lunga un palmo e più larga nel centro, sulle fibre distese sopra una pietra piatta. La cardatura si fa con una bacchetta. I semi vengono conservati da una donna, che, in attesa della semina, li mette a seccare in casa, sull’architrave della seconda porta, simbolo del suo sesso e dell’umidità che conviene alla germinazione.

«La filatrice – disse Ogotemmeli – è il Settimo Nommo. Il ferro per sgranare il cotone, come il maglio del fabbro, è un simbolo del granaio celeste. Esso è, dunque, in rapporto coi semi. La bacchetta per cardare è quella di cui si serve il fabbro quando schizza l’acqua sul suo fuoco per ridurlo».
La pelle su cui la donna fila è il sole, perché il primo cuoio utilizzato a questo scopo è stato quello del mantice che aveva contenuto il fuoco solare.
La rotazione del fuso è il movimento della spirale di rame che fa muovere il sole, spirale che si trova raffigurata nelle linee bianche che spesso ornano l’equatore del fusaiolo. Il fuso-Anankefilo che scende dalla mano della donna e si avvolge intorno al fuso è il filo della Vergine, lungo il quale è sceso in terra il sistema del mondo.

Il fuso stesso è la freccia confitta nella volta celeste e alla quale questo filo è attaccato; ed è anche la freccia confitta nel granaio celeste.
Il recipiente contenente la cenere per asciugare le dita è il grande Nommo femmina; esso ricorda il vaso di zucca che copre il capo dell’ariete celeste, avatar del grande Nommo maschio. La cenere è, a un tempo, l’ariete e il suo seme; e il cotone gonfio da cui parte il filo è il suo vello.
La matassa di filo che viene dipanata per formare l’ordito è il sentiero del Settimo Nommo antenato; ed è, anche, questo Nommo nella sua forma di rettile. Il grande rocchetto dipanato per la tessitura è il sole ruotante nello spazio.

«Il telaio aveva il suo posto, insieme alla fucina, nel sistema del mondo?».
«Sì! ma solo simbolicamente. La scalinata nord del granaio rappresenta l’ordito; le quattro travi che spuntano dalla facciata all’altezza del primo piano erano i quattro montanti. La porta del granaio era il petto del tessitore; e la serratura è la spola che va e viene. La carrucola del telaio è il pezzo di legno triangolare che tiene uniti i due battenti della porta».

Il telaio, orientato in modo che l’artigiano lavori con la faccia rivolta a sud, è la casa del Settimo Nommo e la sua armatura è formata dall’insieme degli Otto Antenati: i quattro montanti verticali (di sesso maschile) delimitano la camera del riposo; i quattro montanti orizzontali (femminili) disegnano il contorno della terrazza.
Il telaio è, anche, la tomba del Lebé nel campo primordiale. Il sedile è il terrapieno su cui il cadavere fu deposto prima dell’inumazione. I licci aprono e chiudono la porta della tomba, e il Settimo Nommo vi entra e ne esce sotto la forma del filo della trama, che raffigura un serpente la cui lingua è la spola: la pressione del piede destro e il lancio della spola con la mano destra corrispondono all’ingresso del serpente; il movimento del piede e della mano sinistra, corrispondono all’uscita del serpente.

La serratura della porta è la carrucola alla quale stanno sospesi i licci.
I licci, ognuno dei quali comporta ottanta fili, simboleggiano le mascelle del Nommo. Il pettine, che consta di ottanta interstizi, segna il passaggio degli ottanta capifamiglia nati dagli ottanta antenati e rappresentati dagli ottanta fili pari e dagli ottanta fili dispari.
La striscia di stoffa che si arrotola sul rullo e alla quale si appoggia il ventre del tessitore, raffigura il serpente che inghiotte il cadavere. Perché il tessitore simboleggia il Lebé, morto e risuscitato.
Il prototipo dell’opera che esce dal telaio è la striscia di tessuto destinata a formare la coperta dei morti. Essa è fatta di quadrati neri e bianchi alternati, composti dai due ordini degli ottanta fili pari e dispari dell’ordito e dagli ottanta andirivieni del filo della trama. La coperta conta otto strisce cucite insieme, ognuna delle quali dovrebbe comprendere ottanta quadrati. Ma oggi non se ne tessono più che di venti elementi.
La cooperazione dell’uomo e della donna al momento della conservazione dei semi, della semina e della coltivazione del cotone, ha lo stesso significato della filatura e della tessitura, simboli dell’amore.

Dogon-coperta-morti

«La filatura del cotone, la tessitura delle vesti, e l’uomo e la donna che rientrano a casa per distendersi e procreare, sono una sola cosa».
Il tessitore, che rappresenta un morto, è anche il maschio che apre e chiude la donna, simboleggiata dai licci. La procreazione è simboleggiata dai fili tesi.
«I fili di cotone del tessitore e i molti uomini di questo mondo, sono una sola cosa».
La confezione del tessuto è l’immagine della moltiplicazione degli uomini.
«Il telaio – concluse Ogotemmeli – è la tomba della risurrezione, la camera nuziale e l’utero prolifico».

Restava la questione della Parola, fondamento stesso della rivelazione della tessitura.
«La parola – disse il cieco – è nel rumore della carrucola e della spola. Il nome della carrucola significa “Stridore della parola”. Tutti sentono la parola; essa s’inserisce tra i fili e riempie i vuoti della stoffa. Essa appartiene agli Otto Antenati: i primi Sette la possiedono, il Settimo ne è il Signore; ed essa stessa è l’Ottavo».

Ripeteva: «Le parole dei Sette Antenati riempiono i vuoti e formano l’Ottavo».
La Parola, essendo acqua, si muove secondo la linea spezzata della trama.
«Mentre lancia la spola, il tessitore canta e la sua voce penetra nell’ordito, aiutando e guidando quelle degli Antenati. Perché egli è il Lebé, cioè colui che appartiene all’Ottava Famiglia, e dunque, Parola egli stesso».

E il cieco si mise a bisbigliare in una lingua arcaica i due versetti di un canto funebre che gli artigiani di Onndom salmodiano durante la tessitura della coperta dei morti:

… la pigrizia dalla nuca informe!
Un solo tamburo per ottanta trovieri!

[…] Come la fucina, la tessitura è un lavoro diurno, perché l’ordito e la trama simboleggiano un essere di luce e di parole; e il fuso della filatrice ruota su un sole di pelle e il recipiente di cenere bianca è un sole fecondato.
Conviene dunque che l’astro splenda sul telaio. Tessere durante la notte sarebbe comporre un nastro di silenzio e di ombra. Chi lavorasse al telaio dopo il calar del sole, quando Dio ha chiuso la porta del mondo, diventerebbe cieco.

(Griaule, Dio d’acqua)