Kerényi – Il palazzo di viscere

labirinto-rupestre

Agli interrogativi sul significato delle leggende, delle raffigurazioni e delle tradizioni sul labirinto, ha già trovato una risposta chiara e semplice il grande, acuto storico delle religioni di Leida, Brede Kristensen: il labirinto è il mondo degli inferi.
Ma questa definizione non risolve assolutamente il problema del labirinto. Ovunque lo si ritrovi (in un racconto, in un’immagine, in un movimento) il labirinto è più connesso con il mondo delle idee, più archetipico, più primordiale, che non il mondo infero (altrettanto misterioso, ma in sé del tutto amorfo).

Una spiegazione che sacrifichi ciò che ha una sua forma a un qualcosa che ne è privo – si tratti di una realtà psichica o di un concetto – trascura quanto ne costituisce invece l’elemento fondamentale. Il Kristensen ha fondato la sua interpretazione sul fatto che il labirinto «con le sue tortuosità e i suoi vicoli ciechi, tra i quali nessuno riesce a trovare una via d’uscita» non può rappresentare altro che il regno dei morti.
Ma è davvero questo l’elemento che distingue le rappresentazioni del labirinto, o non è piuttosto il fatto che una via d’uscita nel labirinto c’è sempre, nonostante le sue tortuosità?
Questa seconda soluzione riuscirebbe a spiegare la caratteristica peculiare di quel mitico regno dei morti meglio di quanto la semplice definizione di «mondo degli inferi» non riesca a illuminare l’essenza del labirinto. […]

Siano monumenti di arcaiche pratiche religiose o quantomeno prodotti di un primitivo esercizio artistico, i labirinti si riconoscono per la loro forma a spirale più o meno accentuata, che il più delle volte è semplicissima.
Qualunque linea o meandro a forma di spirale, anche se apparentemente tracciati a fini solo decorativi, diventano un labirinto non appena proviamo a presentarceli come percorsi, e a calarci in essi come se fosse imprescindibili vie d’ingresso o di passaggio.

Per risvegliarne la realtà mitologica, dobbiamo immaginarci così il labirinto dentro di noi, e trasferirci in esso. Per coloro che credevano in questa realtà, invece, essa era tavoletta-spiralesempre presente; si muovevano al suo interno. Di tanto in tanto quella realtà ridestava in loro, esprimendosi in muti movimenti o in racconti che ne traducevano in concetti e in parole il senso immediatamente vissuto.
Se vogliamo afferrare questo senso, è proprio a quei racconti che dovremo far ricorso: dunque ai testi che parlano dei labirinti muti.

A questo riguardo, verso gli inizi del ‘900 si attribuì grande importanza al ritrovamento di una serie di tavolette d’argilla portate nei musei d’Europa dagli scavi in Mesopotamia, sulle quali apparivano numerose raffigurazioni di labirinti, alcune accompagnate anche da iscrizioni cuneiformi. Due di queste tavolette, conservate l’una a Berlino e l’altra a Leida, sono prive d’iscrizioni, ma presentano entrambe la spirale nella sua forma più pura.
Ciò che colpì immediatamente fu la stretta somiglianza tra il loro disegno e le raffigurazioni del labirinto sulle monete cretesi da una parte, e certe costruzioni in pietra a forma di spirale o altri monumenti simili dell’Europa settentrionale dall’altra.

Si è potuta dare un’interpretazione sicura a questi due esemplari grazie alle altre tavolette, di dimensioni maggiori, che contenevano intere serie delle più disparate varianti dello stesso disegno base, accompagnate da iscrizioni.
I testi sono poveri e difficilmente comprensibili; ma ad ogni modo è necessario risalire ad essi per riuscire a capire il significato di questi disegni nelle antiche culture della Mesopotamia.

Dai testi cuneiformi risulta che le tavolette raffiguravano le viscere di animali offerti in sacrificio, sulla base delle quali si divinava. Si sono così conservati quali documenti ed esempi per il futuro alcuni episodi storici di arte aruspicina, con le relative osservazioni.
Le iscrizioni si riferiscono alla forma delle viscere: «Esse si avvolgono a sinistra e poi si sciolgono», traduce l’assiriologo, e aggiunge: «Questo significa che inizialmente scorrono in una spirale che si avvolge verso sinistra, ma che poi questa si interrompe, e da quel punto le interiora fluiscono parallele l’una all’altra senza altre circonvoluzioni, verso la fine e l’uscita. Il disegno rispecchia questa descrizione».
In un altro caso sembra chiaro anche il responso ottenuto dall’ispezione delle viscere: la divinità non avrebbe prestato il suo aiuto.

Questi responsi si ricavavano da ciò che si vedeva nelle viscere; ma che cosa vi si vedeva in effetti?
La risposta risiede in parte nei disegni stessi, in parte nelle scritte che li accompagnano. I disegni sono tutt’altro che realistici: la molteplice varietà di forme delle viscere è ridotta a essenziali linee stilizzate. La spirale è chiaramente la linea che per il disegnatore stava alla base di tutte le possibili varianti: e nelle viscere dei vari animali sacrificati si vedono le diverse configurazioni assunte da questa forma originaria.

Ma dal caso singolo, tangibilmente concreto, traspare un’altra realtà, un qualcosa di mitologico a cui si fa cenno anche nelle iscrizioni.
Vi si è riconosciuto un palazzo: il «palazzo delle viscere» (êkal tirâni, nella lingua originaria). E si è riusciti anche a capire che cosa sia in realtà questo palazzo: è il mondo degli inferi che, come indicano le molteplici forme in cui le viscere si presentano, si rapporta al mondo dei vivi in vario modo, a volte benevolo, altre volte invece ostile.
Appare qui come realtà superiore, celato nel nucleo più profondo di un fenomeno apparentemente solo corporeo, nella forma di una costruzione a spirale le cui volute sono riprodotte nelle viscere dell’animale sacrificato, al modo in cui le regioni del cielo sono raffigurate nel fegato.

Come si è arrivati – ci chiediamo ancora – a chiamare gli intestini «palazzo delle viscere» e a raffigurare in questo «palazzo delle viscere» gli inferi?
Humbaba-traspViscere e mondo infero sono assimilati le une all’altro anche per il fatto che un demone di quel mondo, il rivale di Gilgameš, Humbaba (abitatore di una foresta incantata, percorsa da «sentieri segreti» e «viottoli senza uscita») è rappresentato come l’«uomo delle viscere», così detto perché il suo viso è fatto di interiora.
A questo punto è evidente che «labirintico» e «infero» sono una sola cosa, un identico principio. Rispetto alle altre sue forme d’espressione (la «foresta incantata» e le «viscere»), la «forma-labirinto» ha la priorità assoluta.

Nulla prova che esperienze empiriche (in questo caso l’ispezione delle viscere) abbiano preceduto l’affiorare nella psiche del contenuto mitologico. La veste di questo contenuto può anche essere derivata da simili esperienze, ma in realtà è la sua forma esterna che le si confaceva.
Un mondo infero già di per sé spiraliforme è stato assimilato alle viscere: soltanto così possiamo spiegarci quell’ambiguo «palazzo delle viscere».

È necessario però dire qualcosa anche di ciò che in quelle viscere non è dato scoprire, almeno negli esempi che ci sono finora noti: una specie di utero o di grembo materno.
È vero che nelle iscrizioni compare anche la «porta del palazzo», ma non abbiamo appigli per poter usare come criterio ermeneutico «la diffusa credenza della fecondazione del grembo della terra». Non la si può utilizzare nemmeno come «ipotesi di supporto» sulla quale cercare di verificare i singoli materiali sparsi. Rinunciando a seguire ipotesi di questo tipo, eleggeremo a nostro filo conduttore la spirale stessa.

Purtroppo, però, dobbiamo confessare che quella spirale, nonostante il ricorso alle iscrizioni cuneiformi, rimane per noi ancora muta; soltanto il termine êkal tirâni è riuscito ad avvicinarci un poco al mistero. Ma non abbiamo alcun appiglio concreto neanche per quanto riguarda il suo legame con gli edifici o con le tradizioni cultuali babilonesi.
La struttura dei famosi templi a torre mesopotamici (le ziqqurat) potrebbe essere il corrispettivo celeste dei labirinti inferi, e a questo potrebbe ricollegarsi il lobus pyramidalis del fegato. Se però vogliamo considerare come una ziqqurat quello strano rilievo che compare sul tracciato della spirale nelle tavolette di Berlino e di Leida, non avremo prove, né somiglianze intrinseche, a confortarci.

(Kerényi, Nel labirinto)