Bretagna – La nascita di Artù

Il re Uther Pendragon fece bandire in tutto il regno che avrebbe tenuto corte a Carduel nel Galles, tutti gli anni a Natale, a Pentecoste e a Ognissanti.
Vi convenne una folla di dame, di cavalieri e di damigelle, e il re vi vide di buon occhio Winter-Igraine-IgerneIgerne, la moglie del duca Hoel di Tintagel. Dapprima non ne fece vista, se non perché la guardò più a lungo delle altre; ma ella se ne accorse bene e, poiché era tanto fedele quanto bella, fece quel che poté per evitare di apparirgli davanti.
Ma egli inviò gioielli a tutte le dame al fine di poterne donare a lei, così che ella non poté rifiutarli. E quando la corte si sciolse, il re le disse che ella portava via con sé il suo cuore, ma lei finse di non averlo sentito.

Durante le corti seguenti, il re non ebbe accoglienza migliore. Per un anno soffrì: quando era lontano dalla sua dama, era triste da morirne; quando non era accanto a lei, gli sembrava di non poter vivere se non aveva il conforto dell’amore.
Vedendo la qual cosa, uno dei suoi cavalieri, che aveva nome Ulfino, gli disse: «Sire, siete ben ingenuo a pensar di morire per una donna. Io, che in confronto a voi sono un pover’uomo, se amassi come voi amate, non penserei certo a rendere l’anima: chi ha mai sentito parlare di una donna che abbia saputo difendersi se ben pregata e onorata di bei gioielli? Lasciate fare a me».

E cominciò a portare alla duchessa molti magnifici regali da parte del re. Ma ella non accettava nulla, tanto che un giorno egli le disse: «Signora, i gioielli che voi rifiutate sono poca cosa, quando tutti i beni del regno di Logres sono a vostra disposizione, e tutti i corpi di coloro che lo abitano al vostro piacere».
«Come?», disse ella.
«Poiché voi possedete il cuore di colui cui tutti gli altri obbediscono».
«Di quale cuore parlate?».
«Di quello del re».

Igerne sollevò una mano e si segnò: «Mio Dio! – esclamò. – Com’è vile il re che fa sembiante di amare il mio signore il duca e me, e tuttavia vuole disonorarmi! Guardati dal dirmi ancora tali parole, oppure io avvertirò il duca ed egli ti farà morire».
«Signora, mi sarebbe a onore morire per il mio re. Per l’amore di Dio, abbiate pietà del re e di voi stessa, altrimenti da ciò verrà gran male: né voi né il duca potete difendervi dalla sua volontà».
«Se piacerà a Dio – disse Igerne piangendo – non andrò mai più in luogo in cui egli mi possa vedere».

E così fece, finché poté. Ma, l’undicesimo giorno dopo la Pentecoste, il re prese per mano il duca e lo fece sedere al proprio fianco, poi gli disse, mostrandogli una coppa d’oro: «Bel Igraine-Igerne-coppasignore, mandate a dire alla vostra signora che accetti questa coppa che io le invio e che lei la vuoti per amor mio».
«Sire, infinite grazie!», rispose il duca che non pensava alcun male.
E uno dei suoi cavalieri, che aveva nome Bretel, si recò per suo ordine nella camera delle dame e, inginocchiatosi davanti alla duchessa, le riferì il messaggio del suo signore.

Ella arrossì, e tuttavia, non osando rifiutare, bevve e volle rimandare indietro la coppa.
«Signora – le disse Bretel – messere ha ordinato che la conserviate; il re così l’ha pregato».
Poi tornò dal re e lo ringraziò da parte della duchessa, che pure non aveva pronunciato parola di ringraziamento.

La sera, quando il duca tornò all’alloggio, trovò Igerne che piangeva: «Ah! – diceva. – Vorrei esser morta!».
«Signora, perché?».
«Non ve lo nasconderò, bel signore, ché nulla io amo teneramente quanto voi. Il re dice di amarmi, e dà tutte queste feste solo per amor mio. Eppure, dei doni che mi ha inviato, non ho voluto prenderne alcuno, salvo questa coppa che voi m’avete mandato a dire di serbare. Vi prego e vi chiedo come mio signore di riportarmi a Tintagel».
A tali parole, il duca adirato mandò a dire ai suoi cavalieri di lasciare la città senza rumore la notte stessa, dovessero anche abbandonarvi tutto il bagaglio, e che egli li avrebbe seguiti l’indomani.

Al mattino, quando il re ebbe notizia della partenza di Igerne, dapprima menò sì gran duolo che non vi è cuore sì duro che non ne sarebbe stato trafitto; poi chiamò a consiglio i baroni e riferì loro la grande onta che gli aveva fatto il suo vassallo.
«Sire – gli dissero – a nostro avviso dovreste mandare due valentuomini dal duca di Tintagel al fine di rimproverargli l’ingiuria che v’ha recato e d’invitarlo a tornare alla vostra corte».
E così fu fatto; ma il duca per tutta risposta disse: «Il re ha mancato verso di me». Allora Uther Pendragon chiese ai baroni di aiutarlo a punire la follia del suo uomo ligio.

Il duca s’era rinchiuso coi suoi cavalieri nel più forte dei suoi castelli, che fu difeso in modo tale che il re non poté prenderlo d’assalto. Del resto Uther Pendragon sapeva a mezzo delle sue spie che Igerne dimorava a Tintagel, così che egli avrebbe volentieri tolto l’assedio se non avesse temuto che i suoi baroni se ne meravigliassero e lo biasimassero.

Una sera, mentre sedeva nella tenda, triste e pensoso, Ulfino gli disse: «Sire, perché non mandate a chiamare Merlino?».
«Ahimé! egli sa bene che io ho perso la voglia di bere e di mangiare, e il sonno, e il riposo, e che dovrò morire d’amore. Eppure non viene. Sicuramente non mi perdona di voler prendere la moglie del mio uomo ligio; ma è colpa mia se il mio cuore non può strapparsi da Igerne?».

Merlino-magus

Mentre diceva queste parole, Merlino in persona entrò nella tenda. Il re, più contento di quanto si potrebbe dire, lo prese tra le braccia e lo strinse con grande dolcezza.
«Mio dolce amico – disse – mai mi sono augurato l’arrivo di un uomo come mi sono augurato il vostro. Voi ben conoscete cosa desideri il mio cuore, poiché non vi potrei mentire senza che voi lo sappiate all’istante».
«Sire, lo so – disse Merlino – e se voi voleste promettermi un dono, vi farò avere l’amore della duchessa».
«Ah! non v’è nulla che non possiate chiedermi!».
Allora Merlino lo fece giurare sulle reliquie più preziose che fu possibile trovare; poi, essi partirono in gran segreto con Ulfino, e tanto cavalcarono che giunsero a Tintagel.

Poco prima di arrivare al castello, Merlino smontò dal palafreno e, dopo aver cercato un po’, raccolse un’erba e disse a Ulfino di strofinarsi con essa il viso e le mani. Subito costui prese le sembianze di Giordano, uno dei più fedeli servitori del duca, cosa di cui il re molto si meravigliò; ma, essendosi unto a sua volta con quell’erba, egli divenne identico allo stesso duca, mentre Merlino prendeva le fattezze di Bretel.
Così trasformati si presentarono davanti alla porta del castello, dove la sentinella, che ben li riconobbe tutt’e tre, li fece entrare.
Era notte: il falso duca si recò alla camera di Igerne. La duchessa gli fece bell’accoglienza, scambiandolo per il marito che tanto amava: e fu così generato il buon signore che, più tardi, ebbe nome Artù.

Al mattino, tutt’e tre se ne andarono come erano venuti, e Merlino li fece lavare e lui stesso si lavò in un fiume dove ripresero le loro fattezze naturali.
Poi disse al re: «Sire, io vi ho fatto avere quel che vi avevo promesso. Ora sta a voi far fede al vostro giuramento. Sappiate che avete generato un figlio; voglio che me lo diate».
«Io ve lo do», disse il re.

Tornati all’accampamento, appresero che il duca aveva fatto una sortita e che, essendo stato abbattuto il suo cavallo, era stato ucciso da fanti che non l’avevano riconosciuto. Tutti i baroni ne pativano duolo, ché pensavano che la morte fosse una punizione troppo grande per il suo errore.
Vedendo ciò, il re tenne consiglio e chiese loro come avrebbe potuto riparare a questo increscioso avvenimento. Il loro avviso fu che convenisse mandare come prima cosa a chiamare i parenti del duca di Tintagel al fine di cercare un accomodamento.

Quando la signora di Tintagel fu giunta con i suoi, i baroni del regno dissero a Ulfino, che era molto saggio, di parlare per primo.
«Signori, il duca è morto per la potenza del re; ma il suo errore non era tale che egli dovesse essere punito con la morte. Intanto sua moglie resta con i fanciulli a carico e il re ha distrutto e spogliato la sua terra, danneggiando lei, oltre agli eredi e ai parenti del duca. È dunque giusto che egli risarcisca una parte di questi danni. È mio parere che egli debba prendere la duchessa per moglie, e maritare la figlia maggiore del duca a re Lot d’Orcanie, se quest’ultimo vi consente».

Tutti i baroni convennero con la proposta di Ulfino, e re Lot d’Orcanie disse che avrebbe volentieri sposato la figlia del duca di Tintagel. E tutti si volsero verso la duchessa.
L’acqua del cuore le salì agli occhi ed ella non rispose parola; ma tutti i parenti di lei dissero che mai signore aveva fatto al proprio uomo ligio pace più equa. E trenta giorni più tardi ebbero luogo le nozze di re Uther Pendragon e di Igerne.

Merlino-Artù-neonatoOra, quando la gravidanza fu evidente, ella confessò piangendo al suo signore come, dopo la morte del duca, fosse venuto a visitarla un uomo che tanto gli somigliava che lei l’aveva preso per lo sposo.
«Mia bella amica – disse il re – sarebbe grande onta per me e per voi se si sapesse che avete avuto un figlio così presto dopo le nozze. Lo affideremo a persona che lo alleverà bene».

E quando il bambino fu nato, egli ne fece dono a Merlino, che in segreto lo affidò a uno dei cavalieri più onesti del regno, di nome Antor, la cui moglie aveva partorito sei mesi prima.
Ella diede il proprio figlio a una nutrice e allattò il piccolo che le portarono. Poi, venuto il momento, Antor fece battezzare il fanciullo col nome di Artù e lo crebbe con ogni onore e bene, in compagnia del proprio figlio che si chiamava Keu.

(Merlino l’incantatore, 7-8)