Widengren – La festa del Trono Vuoto e l’Ultima Cena

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L’esistenza di un battesimo presso i manichei può essere discussa, non così quella di un pasto cultuale. D’altra parte è assai incerto se a questo pasto comune possa darsi valore di sacramento.
Va detto qualcosa, prima di tutto, della festa nel cui quadro si collocava, con un posto ben preciso, questa cena. È la cosiddetta «Festa del bema», che si celebrava alla fine del dodicesimo mese, il mese manicheo dell’astinenza. Essa si accentrava intorno al ricordo della morte di Mani, che era presente in forma invisibile.

Si costruiva per l’occasione una specie di tribuna, o trono, o «seggio del giudice» (significato letterale del termine bêma), dal quale scendevano cinque gradini. Il seggio, coperto di tappeti, era collocato in modo da poter essere visto da tutti i presenti.
Questo concetto del seggio vuoto, inteso a simboleggiare la presenza del Maestro, proviene dal Buddismo, dove stava a significare, originariamente, che Buddha era salito al Cielo dei trentatré dèi.
Non v’è dubbio, dunque, che gli elementi esteriori della festa siano stati presi dal Buddhismo.

Per la comunità manichea, questa era la festa principale e teneva il posto della Pasqua. […] Perfino le accuse contro i manichei fatte proprie da Agostino nel De haeresibus, 46 : 2, confermano l’esistenza di una eucaristia.
Negli Acta Archelai, 19, dopo la dichiarazione d’innocenza pronunciata dall’electus, si legge che questi, una volta allontanatosi l’auditor, mangia il pane che gli è stato portato, recita un’orazione e si cosparge il capo di olio d’oliva, profferendo, a scopo esorcistico, «molti nomi», nomi che l’auditor non conoscerà mai.

Dunque gli auditores non prendevano parte all’eucaristia, cosicché non deve far meraviglia che Agostino, in quanto auditor, non sappia dirci niente di più preciso sulla cena.
In tutti i casi non si tratta, probabilmente, che del pasto quotidiano degli electi, quindi qualcosa di analogo all’eucaristia dei cristiani. Poiché il cibo serviva alla liberazione delle particelle di luce prigioniere nelle piante (e quindi anche nel pane) «si può dire con ragione che questo atto comprende tutti gli elementi di un sacramento, dunque che l’eucaristia manichea consiste in questa precisa forma di liberazione della luce» (Allberry).

E allora, se è dimostrabile che durante la Festa del bema si svolgeva un pasto rituale, questo pasto non poteva non avere anche un certo significato sacramentale. Anche le miniature manichee ci dicono che un simile pasto esisteva […]

La cena dev’essere senz’altro considerata come l’atto rituale corrispondente al motivo mitico di Adamo che, dopo il risveglio, riceve da Gesù il frutto dell’Albero della vita: «Egli lo tirò su e lo fece mangiare dall’albero della vita» (Teodoro bar Kônai).
Già nel cristianesimo siriaco gli elementi della cena erano considerati il frutto dell’albero della vita. È giusto dunque affermare che esiste una corrispondenza fra il fatto mitico e il fatto rituale. Oltre tutto il manicheismo chiama «albero della vita» tanto Mani quanto Cristo. Anche nel mandeismo il salvatore è considerato albero della vita.

(Widengren, Il manicheismo)