Malory – Il primo incontro di Tristano e Isotta

Gran-Bretagna-medieoevo-mapOra accadde che re Agwisance d’Irlanda mandasse a chiedere a re Marco di Cornovaglia il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare.
Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta: «Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro».

I messaggeri tornarono dunque con quella risposta che accese d’ira re Agwisance. Convocato ser Moroldo, un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d’Irlanda, gli disse: «Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra».
«Sire – rispose ser Moroldo – per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta».

Vennero fatti gli approvvigionamenti in tutta fretta, di modo che ser Moroldo ebbe quanto gli bisognava. Infine, quando tutto fu pronto, egli lasciò il paese e approdò in Cornovaglia, proprio vicino al castello di Tintagel, e la notizia del suo arrivo addolorò profondamente re Marco, che ben conosceva ser Moroldo come il cavaliere più rinomato del mondo.
Per il momento ser Moroldo rimase però a bordo e ogni giorno mandava a chiedere al re che pagasse il tributo o che trovasse un campione che si misurasse con lui. […]

Quando Tristano apprese che nessun cavaliere di Cornovaglia osa confrontarsi con ser Moroldo, ne fu molto rattristato e sdegnato e, senz’altro indugio, si presentò dal padre e gli chiese consiglio sul miglior modo per riscattare il paese dal tributo.
«Perché mi sembra vergognoso – disse – che ser Moroldo, fratello della regina d’Irlanda, riparta senza aver avuto battaglia!».
«Figliolo – gli rispose il re – sai bene che egli ha fama d’essere uno dei migliori cavalieri del mondo; inoltre, è un compagno della Tavola Rotonda e non conoscono nessuno di questo paese che sia in grado di misurarsi con lui».

«Ahimé, perché non sono ancora cavaliere! – esclamò Tristano. – Che Dio non mi conceda alcun onore se in tal caso lo lascerei partire senza affrontarlo. Vi prego, sire, datemi licenza di recarmi da re Marco per ricevere da lui l’investitura».
«Te la concedo – rispose il re. – Conduciti dunque come il cuore ti comanda!».
Ringraziato il padre, Tristano si dispose a partire per la Cornovaglia. […]

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Il giovane Tristano si recò così dallo zio, re Marco di Cornovaglia.
«Sire – gli disse – se mi conferirete l’onore della cavalleria, ingaggerò battaglia contro ser Moroldo».
«Chi sei e da dove vieni?», chiese il re.
«Sappiate che sono un gentiluomo e che vengo da parte di re Meliodas, che sposò vostra sorella».

Il re lo osservò e notò che era giovane, alto e ben conformato.
«Bel signore – chiese ancora – qual è il vostro nome e dove siete nato?».
«Mi chiamo Tristano e nacqui nella terra di Liones».
«Ebbene – disse il re – se volete intraprendere questa battaglia, vi farò cavaliere».
«Sono venuto da voi per questo e per nessun’altra ragione».

Re Marco lo armò cavaliere e si affrettò poi a inviare a ser Moroldo un messaggero con uno scritto, in cui gli comunicava che aveva trovato un giovane campione pronto a combattere a oltranza.
«Sarà così – fece rispondere ser Moroldo – ma io non mi batterò con alcuno che non sia di sangue reale, vale a dire figlio di re o di regina, o nato da un principe o da una principessa».

Re Marco mandò allora a chiamare ser Tristano di Liones per riferirgli quel messaggio.
«Poiché tale è la sua pretesa – disse il giovane – informate ser Moroldo che per parte di padre e di madre ho sangue nobile quanto il suo; sappiate infatti, sire, che sono figlio di re Meliodas e di vostra sorella dama Elisabetta, che morì nella foresta nel darmi alla luce».
«Ah, Gesù – esclamò il re – sei il benvenuto, bel nipote!».
Poi in tutta fretta diede a Tristano un cavallo e un’armatura tra i migliori che si potessero ottenere in cambio d’oro e d’argento; quindi mandò a dire a ser Moroldo che il suo avversario era di nascita più nobile della sua, rivelandogli qual era il suo nome e la sua origine, sì che il campione d’Irlanda se ne dichiarò pienamente soddisfatto. […]

Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse: «Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite».
«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato – gli rispose ser Tristano – non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l’ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese».

Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse: «Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda».
Misero le lance in resta e si diedero addosso con grande impeto sì che finirono a terra entrambi insieme alle cavalcature, ma l’arma di ser Moroldo aveva aperto una profonda ferita nel fianco di Tristano.

Quando i contendenti si furono districati dai cavalli, posero mano alle spade e si ripararono dietro gli scudi, quindi cominciarono a colpirsi come uomini coraggiosi e fieri.
Dopo aver a lungo combattuto in tal modo, smisero di calarsi fendenti e mirarono di punta alla bocca e alle visiere; infine, visto che nessuno dei due prevaleva, presero a cozzare come montoni nell’intento di rovesciarsi l’un l’altro al suolo.

Tristano-MoroldoContinuarono così per più di mezza giornata, benché fossero entrambi gravemente feriti e il sangue caldo scorresse fino a terra.
Ma ser Tristano, più fresco, robusto e con maggior fiato, vibrò un tale fendente che tagliò l’elmo e la cuffia d’acciaio di ser Moroldo e la lama gli penetrò nel cranio rimanendovi saldamente infitta, sì che Tristano dovette dare tre strappi prima di riuscire ad estrarla.
Ser Moroldo cadde sulle ginocchia, con l’acciaio ancora confitto nel cranio, poi si drizzò in piedi gemendo e, gettati via scudo e spada, fuggì di corsa verso le navi, mentre ser Tristano gli gridava: «Ah, cavaliere della Tavola Rotonda, perché vi ritirate recando grande onta a voi e alla vostra schiatta? Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei esser fatto in cento pezzi!».

Ser Moroldo non rispose parola e seguitò a correre gemendo forte.
«Ebbene, signor cavaliere – gli gridò ancora Tristano – vi prometto che terrò per sempre la vostra spada e il vostro scudo; li porterò alla presenza di re Artù e di tutta la Tavola Rotonda e ovunque mi porteranno le mie avventure».
Ser Moroldo partì dunque per l’Irlanda con tutti i compagni e, come fu giunto, il re suo cognato fece subito esaminare le sue ferite. Gli fu così trovato infitto nel cranio il frammento della spada di ser Tristano e, poiché nessun medico era in grado di estrarlo, ser Moroldo ne morì. Solo dopo la sua morte, la regina sua sorella fece rimuovere quel pezzo di spada e lo tenne sempre con sé, pensando che sarebbe servito alla propria vendetta.

In quanto a ser Tristano che sanguinava copiosamente dalla profonda ferita, avendo preso freddo subito dopo il combattimento, riusciva a malapena a muovere le membra, tanto che, non potendo reggersi, si lasciò scivolare su un cumulo di terra.
Ben presto giunse però l’imbarcazione con il suo servitore Governale che lo riportò a riva.
Re Marco, che gli era andato incontro in corteo insieme ai baroni, lo prese allora tra le braccia e, aiutato dal siniscalco ser Dinas, lo trasportò al castello di Tintagel perché vi ricevesse le migliori cure.

Tristano giacque a letto per più di un mese, sempre in punto di morte perché, come dice il libro francese, il ferro della lancia di ser Moroldo era avvelenato in modo che la ferita non poteva risanarsi.
Il re e i baroni temevano che egli non si sarebbe più ripreso e ne erano oltremodo addolorati, tanto che più nessuno dei diversi medici e cerusici, accorsi per ordine del sovrano, si dichiarava in grado di salvargli la vita.

Infine giunse una dama di grande saggezza, che disse apertamente a re Marco, a Tristano e a tutti i baroni che il giovane non sarebbe mai guarito a meno che non si fosse recato nello stesso paese da cui proveniva il veleno.
Inteso quel responso, re Marco ordinò di approntare un vascello ben fornito di viveri su cui fece imbarcare Governale e Tristano, che volle prendere con sé la propria arpa.
Essi fecero così vela alla volta dell’Irlanda e, con loro buona fortuna, approdarono proprio vicino al castello dove si trovavano il re e la regina.

Appena toccarono terra, Tristano si trasse a sedere sul letto e suonò sull’arpa una lieta canzone, quale non era stata mai udita prima in Irlanda.
Così, quando a corte si seppe dell’arrivo di un cavaliere che era uno straordinario arpista, il re lo mandò a cercare e fece prontamente esaminare le sue ferite; quindi gli chiese come si chiamava e Tristano, che non voleva rivelare la propria identità, rispose di essere della contrada di Liones e di chiamarsi Tamtrist.
Tristano-Isotta-arpa«Fui ferito combattendo per i diritti di una dama», aggiunse poi.
«Dio mi aiuti! – esclamò re Agwisance – avrete tutta l’assistenza che potrete ricevere in questo paese. Ma dovete sapere che in Cornovaglia patii la perdita più grande che possa toccare a un re, ché vi persi ser Moroldo, nobilissimo combattente e compagno della Tavola Rotonda».
E raccontò in che modo questi era stato ucciso mentre l’ospite, che conosceva meglio del re quanto era accaduto, fingeva di essere molto addolorato.

Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia Isotta la Bella, che era molto esperta di medicina.
La fanciulla, infatti, scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v’era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l’arpa.
E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.

(Malory, Il libro di ser Tristano di Liones)