Lévi-Strauss – Babbo Natale e i suoi «parenti» vicini e lontani

Babbo Natale è vestito di rosso scarlatto: è un re.
La sua barba bianca, le sue pellicce e i suoi stivali, la slitta nella quale viaggia, evocano l’inverno. Lo si chiama «Babbo» ed è un vecchio, quindi incarna la forma benevola dell’autorità degli anziani.
Babbo-NataleTutto ciò è abbastanza chiaro, ma in quale categoria conviene collocarlo, dal punto di vista della tipologia religiosa? Non è un essere mitico, perché non c’è un mito che renda conto della sua origine e delle sue funzioni; e non è nemmeno un personaggio di leggenda, poiché non è collegato a nessun racconto semi-storico.

In realtà, questo essere soprannaturale e immutabile, fissato una volta per tutte nella sua forma e definito in base a una funzione esclusiva e a un periodico ritorno, appartiene piuttosto alla famiglia delle divinità; riceve d’altronde un culto da parte dei bambini, in certe epoche dell’anno, sotto forma di lettere e di preghiere; ricompensa i buoni e priva dei regali i cattivi.
È la divinità di una classe di età della nostra società (classe di età, d’altronde, che la credenza nel Babbo Natale basta a caratterizzare), e la sola differenza tra Babbo Natale e una divinità vera e propria è che gli adulti non credono in lui, sebbene incoraggino i bambini a crederci e alimentino tale credenza con molte mistificazioni.

Babbo Natale è dunque, anzitutto, espressione d’uno statuto differenziale che distingue i bambini dagli adolescenti e dagli adulti.
In proposito, egli si ricollega a un vasto insieme di credenze e di pratiche che gli etnologi hanno studiato nella maggior parte delle società, cioè i riti di passaggio e di iniziazione. Sono ben pochi, infatti, i raggruppamenti umani in cui, in una forma o nell’altra, i bambini (talvolta anche le donne) non siano esclusi dalla società degli uomini attraverso l’ignoranza di certi misteri o la credenza – alimentata con cura – in qualche illusione che gli adulti si riservano di svelare al momento opportuno, consacrando così l’incorporamento delle giovani generazioni alla loro.

Talvolta, questi riti assomigliano in modo sorprendente a quelli che stiamo qui esaminando. Come non essere colpiti, per esempio, dall’analogia che esiste fra Babbo Natale e i katchina degli indiani del sud-ovest degli Stati Uniti! Questi personaggi mascherati e in costume incarnano dèi e antenati; ritornano periodicamente a visitare il loro villaggio per danzarvi, e per punire o ricompensare i bambini, poiché si fa in modo che costoro non riconoscano i loro genitori o parenti sotto il travestimento tradizionale.
Babbo Natale appartiene certamente alla stessa famiglia, con altre comparse ora rimaste in secondo piano: Croquemitaine, Pére Fouettard, ecc.

È estremamente significativo che le stesse tendenze educative che oggi proscrivono il ricorso a questi katchina punitivi abbiano finito per esaltare il personaggio benevole del Babbo Natale, anziché – come avrebbe potuto far supporre lo sviluppo della mentalità positiva e razionalista – conglobarlo nella stessa condanna.
Non c’è stata al riguardo una razionalizzazione dei metodi educativi, poiché Babbo Natale non è più «razionale» del Père Fouettard (su questo punto la Chiesa ha ragione): assistiamo piuttosto a una trasposizione mitica, ed è proprio questa che va spiegata.

katchina

È certissimo che i riti e i miti di iniziazione hanno, nelle società umane, una funzione pratica: aiutano gli adulti a mantenere i piccoli nell’ordine e nell’obbedienza.
Per tutto l’anno, ricorriamo alla visita del Babbo Natale, per ricordare ai nostri bambini che sarà tanto più generoso quanto più faranno i bravi; e il carattere periodico della distribuzione dei regali serve utilmente a disciplinare le rivendicazioni infantili, a ridurre a un breve periodo il momento in cui essi hanno davvero diritto di esigere regali.

Ma questo semplice enunciato basta a rendere insufficiente la spiegazione utilitaristica.
Da che cosa dipende che, infatti, i bambini abbiano dei diritti, e che tali diritti s’impongano così imperiosamente agli adulti da obbligare questi ultimi a elaborare una mitologia e un rituale costosi e complicati per riuscire a contenerli e a limitarli?
Vediamo subito che la credenza nel Babbo Natale non è solo una mistificazione inflitta scherzosamente dagli adulti ai bambini; è anche, in larghissima misura, il risultato di una transazione costosissima fra le due generazioni.

L’intero rituale ha lo stesso significato delle piante verdi – abete, pungitopo, edera, vischio – con cui decoriamo le nostre case. Oggi lusso gratuito, esse furono un tempo, perlomeno in alcune regioni, l’oggetto di uno scambio fra due classi della popolazione: alla vigilia di Natale, in Inghilterra, sino alla fine del XVIII secolo, le donne andavano a gooding, cioè questuavano di casa in casa, fornendo in cambio ai donatori rami verdi.
Ritroveremo i bambini nello stesso atteggiamento di contrattazione, ed è opportuno notare a questo punto che per questuare alla festa di san Nicola, i bambini talvolta si travestivano da donne: donne, bambini, cioè, in entrambi i casi, non-iniziati.

Orbene, c’è un aspetto importantissimo dei rituali d’iniziazione a cui non sempre si è prestata sufficiente attenzione, ma che illumina più profondamente la loro natura di quanto non lo facciano le considerazioni utilitaristiche evocate poc’anzi.
Prendiamo per esempio il rituale dei katchina, tipico degli Indiani Pueblo, di cui abbiamo già parlato. Forse ai bambini viene nascosta la natura umana dei personaggi che incarnano i katchina solo perché li temano o li rispettino, e si comportino di conseguenza?

katchina-danzaCerto, c’è anche questo, ma è solo la funzione secondaria del rituale; esiste infatti un’altra spiegazione, che il mito di origine mette perfettamente in luce.
Questo mito spiega che i katchina sono le anime dei primi bambini indigeni, drammaticamente annegati in un fiume all’epoca delle migrazioni ancestrali.
I katchina sono dunque, nello stesso tempo, prova della morte e testimonianza della vita dopo la morte.

Ma c’è di più: quando gli antenati degli Indiani attuali si furono finalmente stabiliti nel loro villaggio, il mito riferisce che i katchina venivano ogni anno a render loro visita e che, andandosene, portavano via i bambini.
Gli indigeni, disperati di perdere la loro prole, ottennero dai katchina che se ne restassero nell’aldilà, in cambio della promessa di rappresentarli ogni anno mediante maschere e danze. Dunque, se i bambini sono esclusi dal mistero dei katchina, non è in nessun caso per intimidirli.
Direi piuttosto che è per la ragione opposta: perché essi sono i katchina.
Essi sono tenuti al di fuori della mistificazione, perché rappresentano la realtà con la quale la mistificazione costituisce una specie di compromesso.
Il loro posto è altrove: non con le maschere e con i vivi, ma con gli dèi e con i morti; con gli dèi che sono i morti. E i morti sono i bambini.

Crediamo che questa interpretazione possa essere estesa a tutti i riti di iniziazione e anche a tutte le occasioni in cui la società si divide in due gruppi.
La «non-iniziazione» non è un puro e semplice stato di privazione, definito dall’ignoranza, dall’illusione, o da altri connotati negativi. Il rapporto tra iniziati e non-iniziati ha un contenuto positivo. È un rapporto complementare fra due gruppi di cui: l’uno rappresenta i morti e l’altro i vivi.
Nel corso stesso del rituale, d’altronde, i ruoli sono invertiti spesso, e a più riprese, poiché la dualità genera una reciprocità di prospettive che, come nel caso degli specchi posti uno di fronte all’altro, può ripetersi all’infinito: i non-iniziati sono i morti, ma sono anche dei super-iniziati; e se, come spesso pure succede, sono gli iniziati a personificare i fantasmi dei morti per spaventare i novizi, proprio a questi ultimi, in uno stadio ulteriore del rituale, spetterà il compito di disperderli e di prevenirne il ritorno.

Pur senza approfondire ulteriormente tali considerazioni, che ci allontanerebbero dal nostro tema, basterà ricordare che, nella misura in cui i riti e le credenze connesse a Babbo Natale dipendono da una sociologia iniziatica (e su questo non ci sono dubbi), mettono in evidenza, dietro la contrapposizione fra bambini e adulti, una contrapposizione più fondamentale fra morti e vivi.
Siamo giunti a questa conclusione attraverso un’analisi puramente sincronica della funzione di certi rituali e del contenuto dei miti che servono a fondarli. Ma un’analisi diacronica ci avrebbe portati allo stesso risultato.

abbé-liesseInfatti, è generalmente riconosciuto dagli storici delle religioni e dai folcloristi che l’origine non remota di Babbo Natale si trova in quell’Abbé de Liesse, Abbas Stultorum, o Abbé de la Malgouverné, che traduce esattamente l’espressione inglese Lord of Misrule, personaggi che sono tutti, per un periodo determinato, re di Natale e in cui si riconoscono gli eredi del re dei Saturnali dell’epoca romana.

Ora, i Saturnali erano la festa delle larvae, cioè dei morti di morte violenta o lasciati senza sepoltura, e dietro il vecchio Saturno divoratore di bambini si profilano, come altrettanto immagini simmetriche, il brav’uomo Natale benefattore dei bambini; il Julebok scandinavo, demone cornuto del mondo sotterraneo portatore di doni ai bambini; san Nicola che li risuscita e li colma di regali, e infine i katchina, bambini precocemente morti, che rinunciano alla loro parte di ammazza-bambini per diventare alternativamente dispensatori di castighi e di doni.

Aggiungiamo che come i katchina, il prototipo arcaico di Saturno è un dio della germinazione. In realtà, il personaggio moderno di Santa Claus o di Babbo Natale risulta dalla fusione sincretica di molti personaggi: Abbé de Liesse, vescovo-bambino eletto per l’invocazione di san Nicola, lo stesso san Nicola alla cui festa risalgono direttamente le credenze relative alle calze, alle scarpe e ai caminetti.
L’Abbé de Liesse regnava il 25 dicembre; san Nicola cade il 6 dicembre; i vescovi-bambini erano eletti il giorno dei santi Innocenti, cioè il 28 dicembre. Lo Jul scandinavo era celebrato in dicembre. Ci ricolleghiamo direttamente alla libertas decembris di cui parla Orazio e che, sin dal XVIII secolo, du Tillot aveva invocato per collegare Natale ai Saturnali.

Le spiegazioni in base alla sopravvivenza sono sempre incomplete; i costumi infatti non scompaiono né sopravvivono senza un motivo. Quando sussistono, ne è causa non tanto la viscosità storica quanto la permanenza di una funzione che l’analisi del presente deve permettere di svelare.
Se abbiamo dato agli Indiani Pueblo un posto predominante nella nostra discussione, l’abbiamo fatto proprio perché la mancanza di ogni relazione storica concepibile fra le loro istituzioni e le nostre (se si eccettuano certe tardive influenze spagnole, nel XVII secolo) ci dimostra chiaramente che siamo di fronte, con i riti di Natale, non solo a vestigia storiche, ma a forme di pensiero e di comportamento che dipendono dalle condizioni più generali della vita in società.
I Saturnali e la celebrazione natalizia nel medioevo non contengono la ragione ultima di un rituale altrimenti inesplicabile e privo di significato; ma forniscono un utile materiale comparativo per cogliere il senso profondo di istituzioni ricorrenti.

Non è strano che gli aspetti non cristiani della festa di Natale assomiglino ai Saturnali, poiché abbiamo buone ragioni di supporre che la Chiesa abbia fissato la data della Natività il 25 dicembre (anziché in marzo o in gennaio) per sostituire la sua commemorazione alle feste pagane che si svolgevano originariamente il 17 dicembre, ma che, alla fine dell’impero, si protraevano per sette giorni, cioè fino al 24.
saturnalia-disegnoIn effetti, dall’antichità sino al medioevo, le «feste di dicembre» presentano gli stessi caratteri. Anzitutto, la decorazione degli edifici con piante verdi; poi i doni scambiati, o regalati ai bambini; la letizia e i festini; infine il fraternizzare tra ricchi e poveri, tra padroni e servi.

Quando analizziamo i fatti più da vicino, appaiono inoltre talune analogie di strutture egualmente notevoli. Come i Saturnali romani, il Natale medievale presenta due caratteri sincretici e opposti. Si tratta anzitutto di una riunione e di una comunione: la distinzione fra le classi e i ceti viene temporaneamente abolita, schiavi o servi siedono al tavolo dei signori e costoro diventano loro domestici; le tavole, riccamente imbandite, sono aperte a tutti; i sessi si scambiano gli abiti.
Ma, in pari tempo, il gruppo sociale si scinde in due: i giovani si costituiscono in corpo autonomo, eleggono un sovrano, «abate della giovinezza» o, come in Scozia, abbot of unreason; e, come è indicato dal titolo, si abbandonano a una condotta irragionevole che si traduce in abusi commessi ai danni del resto della popolazione, e di cui sappiamo che, sino al Rinascimento, assumevano le forme più estreme: bestemmia, furto, stupro, e persino omicidio.

Durante il Natale come durante i Saturnali, la società funziona secondo un duplice ritmo di solidarietà accresciuta e di esacerbato antagonismo, e questi due caratteri si presentano come una coppia di opposizioni correlative.
Il personaggio dell’Abbé de Liesse opera una specie di mediazione tra questi due aspetti. Viene riconosciuto e persino intronizzato dalle autorità regolari; la sua missione consiste nel comandare gli eccessi pur contenendoli entro certi limiti.

Che rapporto c’è fra questo personaggio e la sua funzione, e la funzione di Babbo Natale, suo lontano discendente?
Bisogna qui distinguere accuratamente tra prospettiva storica e prospettiva strutturale.
Storicamente, come abbiamo detto, il Babbo Natale dell’Europa occidentale, la sua predilezione per i caminetti e per le calzature, derivano puramente e semplicemente da un recente spostamento della festa di san Nicola, assimilata alla celebrazione di Natale tre settimane dopo.

Questo ci spiega come il giovane abate sia divenuto un vecchio; ma solo in parte, poiché le trasformazioni sono più sistematiche di quanto il caso delle connessioni storiche e di calendario non riuscirebbero a far ammettere.
Un personaggio reale è divenuto un personaggio mitico; una emanazione della giovinezza, simbolizzante il suo antagonismo rispetto agli adulti, si è trasformata in simbolo dell’età matura di cui traduce le disposizioni benevole nei confronti della giovinezza; l’apostolo della scostumatezza che è incaricato di sancire la buona condotta.
Agli adolescenti apertamente aggressivi verso i genitori si sostituiscono i genitori che si nascondono dietro una barba finta per esaudire i bambini. Il mediatore immaginario sostituisce il mediatore reale e, mentre cambia natura, si mette a funzionare nell’altro senso.

Scartiamo subito un genere di considerazioni che non sono essenziali al discorso ma rischiano di alimentare la confusione.
La «giovinezza» è in larga misura scomparsa, in quanto classe di età, dalla società contemporanea […]. Un rituale che un tempo si distribuiva fra tre gruppi di protagonisti – bambini, giovani e adulti – oggi ne implica solo due (almeno per quanto concerne il Natale): gli adulti e i bambini.
La «sfrenatezza di Natale» ha dunque in larga misura perduto il suo punto di appoggio; si è spostata e, nello stesso tempo, attenuata; nel gruppo degli adulti sopravvive soltanto dunque il veglione nel locale notturno e, durante la notte di san Silvestro, su Time Square.

Halloween-ombre

Ma esaminiamo piuttosto che parte hanno i bambini.
Nel medioevo, i bambini non aspettavano in paziente attesa che i loro giocattoli scendessero dal camino. Generalmente travestiti e riuniti in bande che l’antico francese denomina, per tale ragione, guisarts, vanno di casa in casa, a cantare e a porgere gli auguri, ricevendo in cambio frutta e dolci.
Fatto significativo, essi evocano la morte per far valere la loro credenza.
Così nel XVIII secolo, in Scozia essi cantano questi versi:

Rise up, good wife, and be no’swier (lazy)
to deal your bread as long’s you’re here;
the time will come when you’ll be dead,
and neither want nor meal nor bread.

Se anche non possedessimo questa preziosa indicazione, e quella, non meno significativa, del travestimento che trasforma gli attori in spiriti o fantasmi, ne avremmo altre, tratte dallo studio delle questue infantili.
È noto che tali questue non sono limitate al Natale. Si succedono per tutto il periodo critico dell’autunno, quando la notte minaccia il giorno come i morti diventano tormentatori dei vivi. Le questue di Natale cominciano parecchie settimane prima della Natività, generalmente tre, stabilendo dunque il nesso con le questue, anch’esse in costume, della festa di san Nicola che risuscitò i bambini morti; e il loro carattere è ancor meglio contraddistinto nella questua iniziale della stagione, quella di Halloween – divenuta vigilia di Ognissanti per decisione ecclesiastica – in cui, ancor oggi nei paesi anglosassoni, i bambini mascherati da fantasmi o da scheletri perseguitano gli adulti a meno che costoro non riscattino la loro tranquillità mediante regalucci.

Il progredire dell’autunno, dal suo inizio fino al solstizio che segna il salvataggio della luce e della vita, si accompagna quindi, sul piano rituale, a un movimento dialettico le cui principali tappe sono: il ritorno dei morti, la loro condotta minacciosa e persecutrice, la fissazione di un modus vivendi con i vivi che consiste in uno scambio di servigi e di doni, infine il trionfo della vita quando, a Natale, i morti ricolmi di regali abbandonano i vivi per lasciarli in pace sino all’autunno successivo.

È sintomatico che i paesi latini e cattolici, sino al secolo scorso, abbiano messo l’accento sulla festa di san Nicola, cioè sulla forma più misurata della relazione, mentre i paesi anglosassoni adottino nello stesso tempo le due forme estreme e antitetiche di Halloween, in cui i bambini fanno i morti per rendersi esattori degli adulti, e di Christmas, in cui gli adulti ricolmano i bambini di doni per esaltare la loro vitalità.

(Lévi-Strauss, Babbo Natale suppliziato, in Razza e storia e altri studi di antropologia)