Come si fa a riconoscere il Lupo?

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Come si fa a riconoscere il Lupo?
È semplice. Da questi due particolari: ha la voce rauca e le zampe nere.
Solo però che devi fare attenzione, perché il Lupo è abile a contraffarli: gli basta infatti ingoiare un «pezzo di creta» per fare la voce dolce, e infarinare – non dico tutt’e quattro le zampe – ma almeno quella che appoggia sul davanzale delle sue «prede», ed ecco niente gli è più facile che fingersi pecorella!

Se questi due mezzucci bastano a fare un Lupo ingannatore, è perché la Metafora scommette solo in apparenza sull’ingenuità dei Capretti (= gli altri), mentre sa che può contare sulla complicità da lupo a lupo (giocando col tuo «io»).
Non deve essere successo solo al Nevrotico paziente di Freud di vestire i lupi del pelo bianco dei capretti.
Non è forse vero che anche tu fai il Lupo quando hai fame? E non tiri pure tu fuori dalla Bottega un «pezzo di creta» e te l’infili in gola – «lungo come una pertica» (dice il canto siberiano) in modo che ti affondi dritto nel cuore, finché di bocca non ti cacci il più mellifluo verso seducente, magari che so? uno spezzone di dolce stilnovo – ed eccoti Romeo sotto il balcone di Giulietta? E non t’imbianchi pure tu la zampa, e vedi con quanta grazia muovi questa manina!, mentre «distrattamente» ti arrampichi su per la Treccia dei suoi capelli, sempre più su, magari fin sopra le nuvole?

Ma veniamo a noi!
Il succo è questo: il Lupo «seduce» i Capretti e se li ingoia «tutti interi».
E dunque: è di «seduzione» che qui si parla.
Qui il Racconto racconta della Seduzione che esso stesso esercita, tanto più facilmente se «proietta» sul Lupo le sue proprie miserie.

lupo-sette-capretti-finestraL’abbiamo appreso dal Dottore: la seduzione non è inscritta che nel fenotipo (dominante) della Specie che frequentiamo. In queste acque in cui nuotiamo, ci sono perciò più esche che ingenui da adescare! È tutto un tatuarsi di lupi in aspetto di capretti, cos’altro t’immagini che sia? è tutto un mascherarsi, un simularsi, un truccarsi: insomma, un continuo spacciarsi per quello che non si è! (la negatività del Desiderio, non è altro che questo non-essere se stesso a cui, di punto in bianco, ci si dona come a un Miracolo sulla via di Damasco).
Alle volte … il Personaggio «si crea» il suo Interprete.

Quello dunque di cui parla il Racconto non è che per metafora il Paese dei Lupi seduttori: se lo ascolti con attenzione (mica tanta), non ti ci vuole molto a capire che è del Paese degli Uomini che racconta, e che per farsi ascoltare il Racconto deve farsi, esso per primo, Lupo e fare la «voce dolce» per aggirare le tue difese, approfittando di una momentanea assenza di Mamma Capra. E la mano che lo scrive, almeno una delle quattro zampe deve, per non farti insospettire, ritrarre gli artigli e fingersi innocente dei «crimini» che la sua scrittura imputa («per gioco»? per «proiezione»?) al Lupo.

Due «crimini» (la raucedine nella voce, e la nigredo nelle zampe) in cui si manifesta e prende forma un solo Peccato, il «peccato originale» del Lupo: il peccato di gola. La Fame. La Seduzione per Fame.
Ma da che cosa «si riconosce» (platonicamente parlando) l’idea trascendentale di questa Fame, di questo Voler Essere Altro? Da quali segni, da quali indizi, la si può, o la si deve, riconoscere?

Eccoli qua! il Racconto non li nasconde, anzi a tutte le latitudini non fa che rinfacciarceli continuamente! I due segni, i due indizi «criminali» del Lupo, sono la voce rauca (con cui vorrebbe adulare, peccato però che ulula!) e la zampa incipriata in modo da sembrare la mano di un Donatore: aprite, piccini, ho un regalo per ciascuno di voi! (per ogni «io» ho un Purusa tutto ancora da scoprire, e per ogni Dormiente un Sognatore ancora tutto da sognare!)

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Due piccoli particolari, due dettagli insignificanti. Eppure, ci deve essere una ragione forte, se li ritroviamo da un capo all’altro del Racconto.
Non è una novità.
Li abbiamo già incontrati, variamente travestiti, ma sono sempre loro: il Guercio e lo Sciancato, il Gatto e la Volpe, Orazio Coclite e Muzio Scevola, Óðinn e Týr. Non abbiamo, di fatto, incontrato che forme cangianti di questi due «crimini» (visivo e sonoro): forme personificate del Tipo (= Âtman), forme individualizzate ora in questo, ora in quel Personaggio «mitico», ora nel tale, ora nel talaltro Purusa «onirico».
Forme manifeste di un Latitante.
Forme stupefatte dal desiderio di un Assente.

Siamo tutti Narcisi, originariamente sedotti dall’illusione di essere bravi a sedurre. Questo è il succo del Racconto. La morale della favola è che siamo invece solo bravi a produrre e riprodurre le metamorfosi di quel Corpo Ideale a cui, «riconoscenti» (sulla via di Damasco), ci sottomettiamo in carne e ossa – come sonnambuli risucchiati nell’Aldilà degli Ormoni della nostra Specie, nel Delirio del Loro Avvenire e Divenire senza fine.
Produciamo e riproduciamo le metamorfosi a cui il Fenotipo ci obbliga, a nostra insaputa. Ci obbliga a mutare per poter-essere altro. Ad assumerci in proprio la Sua Fame, la Sua voglia d’essere. Di essere l’Altro. Di darci in pasto al desiderio dell’Altro. Fino ad aprire la porta al Lupo, fingendoci capretti. Che confusione!

Ma i capretti non fanno in tempo a prendere atto della babele in cui si sono cacciati, ché sono già bell’e finiti nella pancia del Lupo.
Solo uno la fa franca: dice il Racconto che solo il capretto che si è nascosto nella cassa dell’orologio, sfugge alle grinfie del Lupo.
Delle Sette Forme dell’«io» Sedotto, solo quella che non ha mai avuto tempo. Solo quella che si è rinchiusa nella Cassa del Possibile, e mai – neanche per un istante – si è esposta alla metrica dell’Orologio.

Non so se, con ciò, ho detto qualcosa.
Se non l’ho detta, se m’è rimasta impigliata nelle corde del Silenzio, cerca di capirmi. È la mia pecorella smarrita, quella destinata a sopravvivermi.