Aiguesmortes – La vite spanata

Dalì-Orologi-flosci

… l’importante, dopo tutto, è che ci sia sempre, da qualche parte, un fallo in giacenza: «Lupo, ci sei?».
Bussare trentatré volte.
Kierkegaard conferma: divenire – dice – è una partenza, ma divenire se stessi è un movimento sul posto.
Immagina, che so?, un pacco che non hai ancora mai aperto.
Dentro vi giace la vite spanata di un Motore immobile. Il Lupo l’ha deformata col morso dei suoi denti, mentre qualcuno, bestemmiando, l’incatenava!
Non è il caso di correre al pronto soccorso: serve un movimento sul posto!
Nel posto dove, a tradimento, il Lupo è stato incatenato, là dove il Cucciolo è stato disumanamente castrato perché diventasse un uomo – là, non è rimasto che un corpo senz’anima. Un orologio fuori tempo afflosciato su se stesso. Un cucù passato di moda.

Su, alziamo una pertica che sia la gola,
un nero tavolo che sia il cuore,
e corna che siano le sue radici!
(canto siberiano)

Le corna di cervo che vedi in testa allo sciamano sono le «radici» del suo albero immaginario. Albero che, le sue corna, le sue sotterranee ramificazioni, le affonda in questo basso mondo, nel mondo dei nostri inguini, nel fondo delle nostre bassezze, per attingerne la linfa d’ogni elevazione.
Non c’è radice che non ramifichi, e non c’è ramo che non s’inchini al peso della neve.
Dalla sutura sagittale in alto lo sciamano sale, scoccando non una, ma cento frecce. Non una che vada per la retta via, ma cento vie trasversali in cui si disperde l’esogamia del suo desiderio.

Il Talmud dice: «Dio ha tre chiavi: quella della pioggia, quella della nascita e quella della risurrezione dei morti».

Le nuvole però non sono che una delle immagini che si possono immaginare del mutevole e del molteplice, solo una delle immagini possibili.
Perciò, ecco, dopo un po’, le nuvole si scostano e il cielo rasserena.
E allora, dal sipario aperto sull’azzurro, il Vento fischiando domanda: «Non sono io il vostro Signore?».
Ma questa è solo una delle domande possibili. Solo una delle infinite modulazioni che il Vento accorda alla nascita del nostro libidinoso udito.

Ascolta!
Il fischio del Vento, il ronzio del Mulino dell’Universo, annuncia la sua divina mutevole «verità». La sua Verità è che in verità non c’è nessuno che somigli al Signore della pioggia.
In verità il Vento annuncia che prima o poi cadranno tutte le sue immagini, e saranno ovunque squarci d’azzurro: ovunque sorgano idoli, il Signore della pioggia li spazzerà via dai templi.
E a nessuno resterà altro che il suo «io», per riconoscervi il Signore della sua anima al culmine della disperazione.
Non voglio le caramelle alla menta.
Voglio solo godermi questo niente.

Alda-Merini-manicomio

Meglio giacere in un fallimento, non trovi? – che riesumare gli ululati del de cuius. «Lupo, che fai? sei ancora vivo?».
Bussare altre trentatré volte!

Vento Rapido Vortice Impetuoso – hai altro ancora da domandare?
Amo la Figlia del Creatore. Questa è la mia colpa luciferina.
Ma sono il più fragile, il più futile dei suoi spasimanti. Questa è la mia pena umana. Doverla amare come l’amo.
L’amo di un amore antico.
Di un amore che non si è mai mosso dal suo Posto.
Di un desiderio che non si è mai avvitato nella Terra delle sue bassezze.
Di un cucciolo che non è mai diventato umano.
La sua vite – sotto il morso del Lupo, si è spanata per sempre.

(Aiguesmortes, Udite! Udite!)