Da qualche parte stiamo andando

vecchio-saggioDa qualche parte stiamo andando.
Perché sconfortarsi? Ci sono tante vie nel Racconto, e nessuno le viaggerà mai tutte. Tanto più che alcune vogliono essere camminate lento pede, altre nuotate a dorso o a delfino, altre sorvolate a farfalla – senza stare a contare quelle che pretendono di essere strisciate pancia a terra, o viceversa elevate fin dove nidificano lassù le aquile.
Stiamo andando, ma non sappiamo dove.
Su e giù, avanti e indietro per le viscere del Racconto, il Saggio mormora la sua saggezza: non gli puoi fare che il solletico!

Venire a capo – ricominciare col riconoscere la propria Persona: questo ci suggerisce il Dottore. Ci suggerisce di «aggiustare» così Platone. Dice che non è il Ritorno a mente di un’Idea rimossa, a darci la chiave di un sapere. Dice che questo è semmai qualcosa come un «comprendere», un atto cioè «intellettuale», e non quel «sapere», che è sapere della propria Persona, quel saperne udire subito il Richiamo silente appena ci addormentiamo, quel saperla riconoscere a volo, come di fatto ciascuno di noi se la riconosce «addosso», senza passare (a prima vista) per nessuna mediazione.
E, dice il Dottore, se la riconosce così bene che ci si identifica. Tant’è che, se glielo chiedi, lui ti risponde che, non c’è dubbio, sono io che dormo e sempre io che sogno.
Il Dormiente è dunque il Sognatore? O piuttosto il Dormiente è caduto nella Rete del Re Pescatore? Che dici? oserà fargli la Domanda?

Su e giù, avanti e indietro per le regole della Sintassi, il Saggio sentenzia: non è a lei che puoi domandare una spiegazione. La Sintassi non spiega, ma impiega – avvolge nelle sue pieghe, nell’ordine di subordinazione del suo panneggio lessicale e grammaticale, ogni parola che ti accingi a dire. A dirla, tanto più, ora che sei sveglio!
Perché – ecco – il Dormiente non è il Sognatore. E Narciso non è la sua Immagine. Eppure la Sintassi è, essa per prima, così prigioniera delle sue contorsioni narcisistiche e dei suoi metaforici «capovolgimenti», tanto da fare di Narciso l’egoista per eccellenza!

Senti un po’ che idiozia si dice in giro.
Si dice che Narciso è tutto preso da Se Stesso, quando invece, pensaci, non ci vuole molto a vedere che Narciso è così preso dal Desiderio dell’Altro – che nell’Altro ci si tuffa a pesce. Alla faccia di ogni egoismo!

Su e giù, allora, già che ci siamo, rigiriamo la stessa frase e vediamo come suona.
Suona: il Sognatore non è il Dormiente. Come l’Immagine allo specchio non è Narciso. È l’Immagine di Narciso, né più né meno di come il Sognatore è la Persona del Dormiente.
Abbordata da quest’altra parte, la Frase «fila» meglio.
Scopre quel che la sua inversa copre. Divide quel che la sua inversa unifica.

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Con ciò, suppongo, stiamo andando da qualche parte. Ma non sappiamo (non ancora, perlomeno) dove.
Ci sono tante vie nel Racconto, e tra queste le più difficili vanno «saltate»: proprio come nel gioco della Campana. Qui, per es., in questa casella non ti puoi fermare a meno che non sei una gru, e ti sai reggere su una sola gamba: allora forse con l’altra potrai spiccare il volo e, da lassù, uno sguardo dalle nuvole, al labirinto in cui ti aggiri, lo puoi gettare.

Uno divenne Due: Faraone, illuminato dal silenzio ermeneutico di Giuseppe, riconobbe la propria «doppiezza». Faraone cessò così di pensare: io sono perché penso. Lui e il Re dei suoi sogni, grazie a Giuseppe che li aveva fatti incontrare e reciprocamente riconoscere (agnosieren), pensarono: noi siamo e, dacché siamo «due», tra noi c’è pensiero.
E c’è desiderio, l’uno dell’altro.
E desiderio a volte così ardente – che la falena si getta nel fuoco.
Tu che fai? insisti ad appellarti alla Sintassi per dire che è un’egoista? Come, chi si «estingue» nell’oggetto del suo desiderio, tu dici che è egoista?
Oh, che stai dicendo, signor Cartesio?

Lo so che questa mia è una sciocchezza. Ma sai com’è, nel Racconto, ci sono vie sciocche. Vie in cui sa troppo di sale qualunque dottrina altrui. Tocca a te, a modo tuo, a tuo modo di saperti riconoscere (agnosieren), tocca a te a questo modo sbrogliartela.

E dunque: se sono due e «insieme» (si) pensano, come pensano di chiamarsi?
Si chiamano tutt’e due con lo stesso nome.
Si tratta di pura e semplice omonimia.
Non solo Amleto, ma anche chi lo recita, si chiama Amleto.
Il Personaggio si confonde con l’Interprete.
E quanto più l’Interprete ha la stoffa del Personaggio, tanto più il Personaggio avrà vita facile a «impadronirsi» di lui.

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Come vedi, è proprio una sciocchezza. È sciocco farla, e ancora più sciocco dirsela.
Dirsi che stiamo solo scioccamente giocando, noi due, a Padrone e Sotto.
Il Purusa, il Personaggio, il Re dei Sogni – la fa da padrone. E chi gli si sottomette, chi alle sue fantasie si assoggetta, il suo Cavaliere, il suo Martire, il suo Templare, il suo Faraone lo «serve» più o meno incoscientemente.

È un gioco che si gioca a due – in ciascuno di noi.
Perché siamo tutti «doppioni», destinati a doppiarci a ogni metamorfosi del Personaggio che dormiamo (mentre Gilgameš dorme, la Persona che sogna «gusta» quell’immortalità che lui non assaggerà mai).
Solo questo ci chiede il Purusa: ci chiede di essere dormito, per essere lasciato libero di fare i suoi comodi. È lui il Padrone.
Sciocco, più di tutti, è colui che crede di padroneggiarlo. Di poterne disporre a proprio piacimento, quando invece è esattamente il contrario che succede: è lui che ci «consuma», lui il Demone (perfino della più sublime angelologia) che ci istiga a «delinquere» come fa Narciso: contro il proprio egoismo, fino al suicidio! Fino a gettare via il Corpo – nella deiezione della sua Solitudine Impotente. Buona a niente.

Il suicidio, il più sciocco degli atti umani. Forse il più sensibile a sentirsi in colpa per essere stato così sciocco da sacrificarsi al suo Demone.
Tanto da riconoscerlo solo in extremis.

Non è quello che succede al signor K. di Kafka?
Nota bene: non è il solito signor K., stavolta (caso eccezionale) Kafka lo chiama Giuseppe (l’allusione è chiara).
Succede al signor Giuseppe K. d’incontrare qualcuno «presso la (sua) tomba». Vi è stato già sepolto qualcuno, un «vecchio» Soggetto. E vi sta per essere sepolto un altro, quell’altro Soggetto che adesso sta dormendo: il Corpo di K. in carne e ossa.

Presso la Tomba dell’Uno nasce ogni «due».
Da uno stesso Tronco (di un Vecchio Soggetto Anonimo) spuntano due «rami»: egoismo e narcisismo. (Chissà quale dei due è quello «d’oro»)
amanuense-vetrataDa un Corpo uno «scrittore» e un «lettore»: uno che stampa lettere d’oro sulla lapide dell’altro che, ansioso, ancora ignaro, non ha che da leggerle.
Il Sognatore «scrive» il destino del Dormiente. Il Dormiente «legge» la Sacra Scrittura che, sola, a lettere d’oro, «immortala» la sua morte.

È così che succede: poco a poco, impariamo a leggere gli «immortali» geroglifici che, dormendo, a nostra insaputa, ci scriviamo addosso.
Solo leggendoli veniamo a sapere qualcosa di noi stessi. Veniamo a sapere del nostro Corpo molto meglio, più da vicino, più da dentro, più intimamente di quando il nostro Corpo è sveglio e appiattito sulla menzogna dell’«io sono», pronome di prima persona singolare.

La menzogna è appesa a un filo. È il filo del Simbolo (io) grazie a cui il Corpo, quello Reale, in carne e ossa, ha diritto a dire quest’ultima parola contro il suo narcisismo – perché lui è, di fatto, l’Abbandonato, l’Orfano, il Singolare, il Solitario, il Solo che ha bisogno di dire ancora: «io son qua» ad aspettare (fino a quando?) Noi.

Lo Scriba scrive la lapide sulla Tomba del Dormiente. È già morto all’Uno. È morto più di una volta. È morto a ogni metamorfosi del suo Personaggio.
Lo Scriba gli scrive, dalla prima all’ultima, il Racconto tutte le sue morti.
Vivrà, disse Tiresia di Narciso, finché non saprà nulla di Se Stesso. Vivrà finché sarà ignaro di ogni egoismo. Se appena un poco si attaccherà alla sua Vita, stanne certo: non si getterà più in nessuna follia.