Calvino – Il posto dove non si muore mai

Picasso-Arlecchino-pensoso
Picasso – Arlecchino pensoso

Un giorno un giovane disse: «A me questa storia che tutti devono morire mi piace poco: voglio andare a cercare il paese dove non si muore mai».
Saluta padre, madre, zii e cugini, e parte.
Cammina giorni, cammina mesi, e a tutti quelli che incontrava domandava se sapevano insegnargli il posto dove non si muore mai; ma nessuno lo sapeva.

Un giorno incontrò un vecchio, con una barba bianca fino al petto, che spingeva una carriola carica di pietre.
Gli domandò: «Sapete insegnarmi dov’è il posto in cui non si muore mai?».
«Non vuoi morire? Stattene con me. Finché non ho finito di trasportare con la mia carriola quella montagna a pietra a pietra, non morirai».
«E quanto tempo ci metterete a spianarla?».
«Cent’anni, ci metterò».
«E poi dovrò morire?».
«E sì».
«No, non è questo il posto per me: voglio andare in un posto in cui non si muore mai».

Saluta il vecchio e tira dritto.
Cammina cammina, arriva a un bosco così grande che pareva senza fine. C’era un vecchio con la barba fino all’ombelico, che con una roncola tagliava rami.
Il giovane gli domandò: «Per piacere, un posto dove non si muore mai, me lo sapete dire?».
«Sta’ con me – gli disse il vecchio. – Se prima non ho tagliato tutto il bosco con la mia roncola, non morirai».
«E quanto ci vorrà?».
«Mah! Duecento anni».
«E dopo dovrò morire lo stesso?».
«Sicuro. Non ti basta?».
«No, non è questo il posto per me: vado in cerca d’un posto dove non si muore mai».

Si salutarono, e il giovane andò avanti.
Dopo qualche mese, arrivò in riva al mare. C’era un vecchio con la barba fino ai ginocchi, che guardava un’anatra bere l’acqua del mare».
«Per piacere, lo sapete un posto dove non si muore mai?».
«Se hai paura di morire, sta’ con me. Guarda: finché questa anatra non avrà asciugato questo mare col suo becco, non morirai».
«E quanto tempo ci vorrà?».
«A occhio e croce, un trecento anni».
«E dopo bisognerà che muoia?».
«E come vuoi fare? quanti anni ancora vorresti scampartela?».
«No: neanche questo posto fa per me; devo andare là dove non si muore mai».

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Si rimise per via. Una sera, arrivò a un magnifico palazzo. Bussò, e gli aperse un vecchio con la barba fino ai piedi: «Cosa volete, bravo giovane?».
«Vado in cerca del posto dove non si muore mai».
«Bravo, capiti bene. È questo il posto dove non si muore mai. Finché starai qui con me, sarai sicuro di non morire».
«Finalmente! Ne ho fatto di giri! Questo è proprio il posto che cercavo! Ma lei, poi, è contento che stia qui?».
«Ma sì, contentone, anzi: mi fai compagnia».

Così il giovane si stabilì nel palazzo con quel vecchio, e faceva vita da signore. Passavano gli anni che nessuno se n’accorgeva: anni, anni, anni.
Un giorno il giovane disse al vecchio: «Perbacco, qua con lei ci sto proprio bene, ma avrei voglia d’andare a vedere un po’ cosa ne è dei miei parenti».
«Ma che parenti vuoi andare a vedere? A quest’ora sono morti tutti da un bel pezzo».
«Be’, cosa vuole che le dica? Ho voglia d’andare a vedere i miei posti, e chissà che non incontri i figli dei figli dei miei parenti».

«Se proprio ci hai quest’idea in testa, t’insegnerò come devi fare. Va’ in stalla, prendi il mio cavallo bianco, che ha la virtù di andare come il vento, ma ricordati di non scendere mai di sella, per nessuna ragione, perché se scendi muori subito».
«Stia tranquillo che non smonto: ho troppa paura di morire!».

Andò alla stalla, tirò fuori il cavallo bianco, montò in sella, e via come il vento. Passa nel posto in cui aveva incontrato il vecchio con l’anatra: dove prima era il mare ora si estendeva una gran prateria. Da una parte c’era un mucchio d’ossa: erano le ossa del vecchio.
«Guarda un po’ – si disse il giovane – ho fatto bene a tirare dritto; se stavo con quello là a quest’ora ero morto anch’io!».

Magritte-checkmate
Magritte – Checkmate

Continuò la sua strada.
Dov’era quel gran bosco che un vecchio doveva tagliare con la roncola, ora era nudo e pelato: non si vedeva più neanche un albero.
«Anche con questo qui – pensò il giovane – sarei bell’e morto da un pezzo!».

Passò dal posto dov’era quella gran montagna che un vecchio doveva portar via pietra per pietra: adesso c’era una pianura piatta come un biliardo.
«Altro che morto, sarei, con questo qui!».
Va e va e arriva al suo paese, ma era tanto cambiato che non lo riconosceva più. Cerca casa sua, ma non c’è neanche più la strada. Domanda dei suoi, ma il suo cognome nessuno l’aveva mai inteso. Ci restò male.
«Tanto vale che torni indietro subito», si disse.

Girò il cavallo, e prese la via del ritorno.
Non era nemmeno a mezza strada che incontrò un carrettiere, che conduceva un carro carico di scarpe vecchie, tirato da un bue.
«Signore, mi faccia la carità! – disse il carrettiere. – Scenda un momento, e mi aiuti ad alzare questa ruota, che m’è andata giù dalla carreggiata».
«Ho fretta, non posso scendere di sella», disse il giovane.
«Mi faccia questa grazia, vede che sono solo, ora viene sera …».

Il giovane si lasciò impietosire, e smontò.
Aveva ancora un piede sulla staffa e un piede già in terra, quando il carrettiere l’abbrancò per un braccio e disse: «Ah! finalmente t’ho preso! Sai chi sono? Son la Morte! Vedi tutte quelle scarpe sfondate lì nel carro? Sono tutte quelle che m’hai fatto consumare per correrti dietro. Adesso ci sei cascato! Tutti dovrete finire nelle mie mani, non c’è scampo!».
E al povero giovane toccò di morire anche a lui.

(Calvino, Fiabe italiane: 27)