Nietzsche – Tra figlie del deserto

deserto-Namibia

Il deserto cresce: guai a colui che cela deserti dentro di sé!

Ah! solenne!
veramente solenne!
un degno approccio!
africanamente solenne!
di un leone degno,
o di una morale scimmia urlatrice –
– ma nulla per voi,
mie leggiadre amiche,
ai cui piedi a me,
per la prima volta,
a me Europeo in mezzo alle palme,
è concesso di stare assiso. Sela.

Meraviglioso invero!
Ecco qui siedo,
al deserto vicino, e già
così dal deserto lontano,
e per nulla io stesso reso deserto:
bensì inghiottito
da questa minuscola oasi –:
– essa apriva sbadigliando
la sua bocca soave,
la più profumata delle boccucce:
e io vi caddi dentro,
giù, attraverso – tra voi,
voi, amiche leggiadre! Sela.

Salute, salute a quella balena,
se essa il proprio ospite
così bene ha trattato! – capite
la mia dotta allusione?
Salute alla sua pancia,
se dunque
era la pancia sì soave di un’oasi
come questa: del che però io dubito,
– non per nulla io vengo dall’Europa,
torturata da dubbi più di tutte
le spose invecchiate.
Che Dio l’aiuti!
Amen!

Eccomi qui seduto,
in quest’oasi minuscola,
al dattero simile,
bruno, addolcito, orogocciante, cupido
d’una rotonda bocca di fanciulla,
ma ancor più di gelidi
nivei denti taglienti
di fanciulla: il cuore d’ogni dattero
ardente spasima per quei denti. Sela.

Ai suddetti frutti del meridione
simile, troppo simile,
io giaccio qui, e piccoli
maggiolini
mi annusano e giocano intorno,
insieme ad ancor più piccoli
più folli e cattivi
desideri e capricci, –
da voi circondato,
voi mute, presaghe
feline fanciulle,
Dudù e Suleika,
circosfinto, a voler inzeppare
una parola sola di molti sentimenti:
(Iddio mi perdoni
questo peccato di lingua!)
– son qui assiso e annuso la migliore delle arie,
una vera aria di Paradiso,
un’aria luminosa leggera, che d’oro è striata,
tutta la buona aria che mai
sia giù caduta dalla luna –
è stato per caso
o avvenne per mia petulanza?
Come i vecchi poeti raccontano.
Io scettico, però, lo metto
in dubbio, non per nulla vengo
dall’Europa
torturata da dubbi più di tutte
le spose invecchiate.
Che Dio l’aiuti!
Amen!

Sorseggiando quest’aria bellissima,
le nari gonfiate come calici,
senza futuro, senza ricordi,
qui siedo,
amiche leggiadre,
e guardo la palma:
come essa, simile a ballerina,
ancheggia e flessuosa si piega,
– con essa si muove chi a lungo la guardi!
Simile a ballerina, che, a me sembra,
troppo a lungo, pericolosamente a lungo
è rimasta su di una gamba sola, sempre?
– forse ha dimenticato, mi sembra,
l’altra gamba?
Inutilmente almeno
ho cercato il mancante
gioiello gemello
– l’altra gamba cioè –
nella sacra vicinanza
del suo leggiadro, grazioso gonnellino
di lustrini, aperto a ventaglio, svolazzante.
Sì, mie belle amiche,
se a me volete credere:
l’ha persa!
Sparita!
In eterno sparita!
La seconda gamba!
Peccato! L’altra gamba leggiadra!
Ma dove – si troverà triste e abbandonata?
la gamba solitaria?
Magari impaurita da un feroce
leone giallo dalla
bionda criniera? O perfino
rosicchiata, divorata –
terribile, ahimé! divorata! Sela.

Oh, non piangete, vi prego,
molli cuori!
Non piangete, voi
cuori di dattero! Seni lattei!
Cuori che siete sacchettini
di dolce liquirizia!
Smetti di piangere
pallida Dudù!
Sii un uomo Suleika! Coraggio! Coraggio!
– O forse potrebbe
qualcosa di rinforzante al cuore
giovare?
Una sentenza devota?
Un solenne conforto?

Ah! vieni su dignità!
Dignità virtuosa! Dignità europea!
Soffia, soffia di nuovo,
mantice della virtù!
Ah!
Ruggire ancora una volta,
moralmente ruggire,
come leone morale,
ruggire davanti alle figlie del deserto!
– Giacché l’ululato virtuoso,
o leggiadre fanciulle,
è, più di tutto il resto,
passione e fame ardente degli Europei!
Ed eccomi in piedi
come Europeo,
non posso altrimenti, che Dio mi aiuti!
Amen!

Il deserto cresce: guai a colui che cela deserti dentro di sé!

(Nietzsche, Così parlò Zarathustra)