Goffredo di Strasburgo – Il rapimento di Tristano

mercato-medievaleAccadde in quel tempo che una solitaria nave mercantile passasse il mare dalla Norvegia e giungesse al largo della Parmenia. S’avvicinò alla riva e approdò proprio davanti a Canoel, ai piedi del castello in cui vivevano il maniscalco [Rual Foitenant] e il suo giovane signore Tristano. Ora, quando i mercanti stranieri ebbero esposto le mercanzie, fu presto riferito a corte cosa vi fosse da acquistare.
Giungono così notizie che faranno la sventura di Tristano, ché in vendita vi sono falchi e altri begli uccelli da caccia. Tanto se ne parla, che alla fine due dei figli del maniscalco, solerti come sono i ragazzi in queste cose, s’accordano di portare con sé Tristano, che credono loro fratello.

Vanno dunque dal padre e lo supplicano all’istante che permetta loro di comprare falchi per Tristano. Il nobile Rual è riluttante a tralasciare cosa che l’amico Tristano abbia richiesta: l’ama teneramente e lo preferisce a ogni altro a corte e nel paese, sì che non ha cura dei propri figli quanto di lui.
In ciò mostrava al mondo come fosse perfetta la sua lealtà, e quanto egli stesso fosse uomo di virtù e d’onore.

Si leva dunque e, subito, prende per mano il figlio Tristano, come padre amorevole. Gli altri suoi figli li seguono, e anche molti sudditi che, per faccende o passatempo, li accompagnano fino alla nave.
E vi è in vendita a profusione ogni cosa che possa dare piacere e soddisfare capricci: di gioielli, sete e ricchi abiti, c’è grande abbondanza; e ci sono anche begli uccelli da caccia, falchi pellegrini in quantità, smerigli, sparvieri, rapaci in gabbia, e falchetti dalle penne rosse: di tutti ve n’è gran scelta.
Vengono comprati falchi e smerigli per Tristano e, per compiacerlo, ne sono acquistati anche per i fanciulli che sono creduti suoi fratelli. Ognuno dei tre ottiene quel che desidera.

Quando hanno avuto ciò che volevano e si accingono a tornare, Tristano scorge per caso, appesa sulla nave, una scacchiera che ha i bordi e le caselle meravigliosamente decorati. Accanto vi sono i pezzi, superbamente scolpiti in avorio pregiato.
L’eccellente Tristano li osserva con attenzione.
«O nobili mercanti – dice nella loro lingua – Dio vi aiuti, ditemi se conoscete il gioco degli scacchi».

Quando quelli odono usare il proprio idioma, che quasi nessuno in quei luoghi conosce, osservano il ragazzo con crescente interesse; lo scrutano più da vicino e giudicano che nessun giovane fu più favorito dalla bellezza e dai modi cortesi.
«Sì, amico – risponde uno di essi – molti tra noi sono versati in quest’arte. Potreste facilmente provare se vi aggrada. Orsù, giocherò io contro di voi!».
«Sia!», risponde Tristano.

E così siedono entrambi alla scacchiera.
«Io tornerò al castello – dice il maniscalco. – Tristano, tu puoi restare, se vuoi. Gli altri miei figli verranno con me. Rimarrà il tuo precettore, cui sei affidato, e che avrà cura che non ti accada nulla di male».
Così il maniscalco e quanti erano con lui tornano a casa. Solo Tristano rimane, e il precettore che veglia su di lui. In verità, di costui posso ben dire, come ci riferisce la storia che mai giovane fu meglio educato per cortesia e nobiltà. Il suo nome era Governale, e aveva acquisito molte virtù che lo rendevano ben idoneo a istruire il fanciullo il quale, a sua volta, imparava sotto la sua guida molte nobili qualità.

scacchi-medievalIl giovane e virtuoso Tristano siede e gioca sì bene e sicuro che i forestieri tutti non smettono di osservarlo, e dicono che mai il loro sguardo si è posato su un fanciullo adorno di tante virtù.
Ma per quanto talento egli dispieghi nella condotta o nel gioco, ai loro occhi è stimato ancor poco, ché molto di più si meravigliano che un fanciullo sì giovane parli tante lingue, che gli fluivano dalle labbra come mai essi avevano udito in alcun luogo in cui erano stati.
Di tanto in tanto quel giovane nobile ed educato inframmezzava nel gioco discorsi cortesi e termini forestieri. E li pronunciava bene, ché ne conosceva molti, e con questi abbelliva il suo gioco. E cantava pure eccellenti canzoni, belle melodie, ritornelli e stampite.

Continua così a far mostra di doti cortesi in tale misura che i mercanti decidono tra loro di portarlo via con qualche inganno, ché ne ricaverebbero grande profitto e onore.
Non attendono oltre: ordinano ai rematori di tenersi pronti, mentre essi stessi levano le ancore senza farsene avvedere. Prendono il mare e il largo sì dolcemente che né Tristano né il precettore se ne accorgono, finché sono a un buon miglio lontano dall’attracco.
I due giocatori sono così intenti al gioco che non hanno pensiero per altra cosa; ma quando hanno terminato e Tristano è risultato vincitore, egli comincia a guardarsi attorno e vede fin troppo bene qual corso hanno preso gli eventi.

Mai uomo nato da donna fu sì sopraffatto dal dolore. Subito balza in piedi e va da loro: «Ahimé, nobili mercanti! – esclama. – In nome di Dio, cosa fate di me? Ditemi dove mi conducete».
«Ascoltate, amico – dice uno di essi – nessuno può impedire che veniate con noi. Così, rincuoratevi e mostrate viso lieto».

Il povero Tristano comincia allora a lamentarsi sì pietosamente che l’amico Governale prende a piangere con lui dal profondo del cuore, e a manifestare tal cordoglio che tutto l’equipaggio ne è crucciato e s’affligge per lui e per il fanciullo.
Mettono così Governale in una scialuppa e gli pongono accanto un remo per il viaggio e un piccolo pane per lenire la fame, e gli dicono di dirigersi ovunque gli aggradi, ma che Tristano deve andare con loro. Riprendono poi a navigare e l’abbandonano alla deriva, preda di molti affanni.

albatrosGovernale è in balia del mare e soffre più di una pena: pena per l’angustia in cui vede Tristano, pena per la propria avversa sorte; teme di morire non sapendo condurre una barca, che fino a quel momento non vi si era mai cimentato.
E dice dolente: «Signore Iddio, cosa farò? Mai ho conosciuto tale sgomento. Sono qui senza compagni e non so navigare. Signore Iddio, salvami e sii il pilota che mi trarrà in salvo! Fidando nella Tua grazia, tenterò ciò cui mai misi mano. Guidami fuori da questo pericolo!».

Con tali parole afferra il remo e prende a navigare nel nome di Dio e, poiché questi gli concede la grazia, in breve tempo giunge a casa e narra quanto è avvenuto. Il maniscalco e la sua nobile moglie cominciano a lamentarsi sì pietosamente che, se avessero visto Tristano morto davanti ai propri occhi, non avrebbero avuto pena più grande.
Così, nel loro comune cordoglio, con tutto il seguito scendono sulla spiaggia a piangere per il figlio perduto. Molte sono le lingue che implorano Iddio di dargli soccorso. Molti sono i lamenti che si levano, ora in un modo, ora in un altro.

E quando giunge la sera ed essi si devono separare, il pianto, che fino ad allora si era espresso con sì tante voci, si muta in un perfetto unisono.
Chi qua, chi là, gridano tutti queste sole parole: «Béas Tristan, cúrtois Tristan, / tun cors, ta vie a dê comant! Il tuo bel corpo, la tua dolce vita, siano oggi a Dio raccomandati!».

Intanto i Norvegesi conducono Tristano sempre più lontano e ben credono che, grazie a lui, potranno soddisfare il loro desiderio e il loro volere. Ma Colui che dà ordine a tutte le cose e, dando a esse ordine, le conduce al giusto, Cui i venti, il mare e tutti gli elementi si sottomettono in timore e tremore, rese vano il loro volere.
Per Sua Volontà e comando sorge dal mare una tempesta sì terribile che essi non possono difendersene, e lasciano che la nave vada alla deriva là dove il vento selvaggio la trascina, mentre essi disperano per il corpo e la vita.

Si abbandonano allora al fragile sostegno chiamato Destino; lasciano al fato di decidere se possono o no sopravvivere, ché non hanno altra scelta che salire verso il cielo o di nuovo sprofondare nell’abisso, secondo la volontà del mare.
I flutti rabbiosi li spingono ora su, ora giù, or di qua, or di là, e non uno tra essi riesce per un solo momento a reggersi in piedi. Tale è la loro vita per otto giorni e otto notti, finché sono prossimi a perdere le forze e la ragione.

«In nome di Dio, voi tutti signori – dice allora uno di essi – a quanto sembra, conduciamo quest’aspra vita per ordine dell’Onnipotente. Se siamo tra la vita e la morte sul mare infuriato lo dobbiamo solo al tradimento con cui abbiamo rapito Tristano alla sua gente».
«Sì – rispondono tutti – hai ragione; certo è proprio così».

Lorenzo-Monaco-naufragio

Allora s’accordano e decidono che, se i venti e il mare concederanno una tregua che permetta loro di raggiungere la riva, essi lasceranno libero Tristano di andare dove vorrà. E subito, appena hanno concluso l’accordo, le avversità della navigazione sono lenite.
In quello stesso istante i venti calano, le onde si placano, il mare si acquieta, e il sole torna a splendere radioso. E ora son pronti ad agire, ché durante quegli otto giorni il vento li ha condotti in Cornovaglia; sono sì vicini che la riva è proprio davanti ai loro occhi. Così, approdano senz’altro indugio: prendono Tristano e lo fanno sbarcare, porgendogli del pane e una parte delle loro provviste.
«Dio ti conceda buona fortuna, amico – dicono – e conservi la tua vita nelle Sue mani!».
Poi tutti prendono congedo con ogni augurio e benedizione e subito si allontanano.

Ora, cosa fa l’esiliato Tristano? Ebbene, si siede e piange – ché i fanciulli, quando accade loro qualcosa, non possono far altro che piangere. L’esule e smarrito Tristano giunge le mani e le leva in un’appassionata preghiera a Dio […]
Poi, non potendo restare, Tristano si prepara al penoso viaggio, infelice e piangente. Solleva l’abito sopra la cintura, arrotola il mantello, lo getta in spalla, e s’incammina lesto attraverso la foresta e l’aperta campagna verso la terra deserta.

Non v’è altro sentiero né via che quella che egli stesso si apre. Avanza sulle gambe e sulle braccia, e si fa strada coi piedi, e si traccia la via con le mani. Si inerpica su tronchi caduti e su rupi, finché giunge alla vetta dove scopre un aspro sentiero, stretto, tortuoso e invaso dall’erba.
Lo segue fin dall’altra parte; il cammino prosegue diritto e, in breve tempo, lo conduce a una bella strada ampia a misura e ben battuta in entrambe le direzioni. Tristano si ferma per riposare e siede piangente.
Allora il cuore lo riconduce ai suoi cari e alla terra di cui conosce la gente; e il ricordo gli dà gran pena, sì che pietosamente riprende a dolersi con Dio della propria sventura. […]

due-pellegriniMentre siede piangente, scorge in lontananza due vecchi viandanti dall’aspetto pio, avanti nei giorni e negli anni, con la barba e i capelli lunghi, come hanno spesso i veri figli di Dio e i pellegrini. Indossano mantelli di lino e altri abiti conformi al loro stato e sull’esterno dei mantelli sono cucite conchiglie e molti altri segni di terre lontane. Portano entrambi bastoni da pellegrino; i capelli e le brache si addicono alla loro condizione. […]

Quando Tristano li vede, parla tra sé pieno di timore: «Signore misericordioso, quale aiuto troverò ora? se quei due che stanno giungendo mi hanno veduto, di nuovo potrei essere preso prigioniero».
Ma come essi si avvicinano, ed egli ne riconosce lo stato dai bordoni e dagli abiti, subito intende qual è la loro vita, e comincia a farsi coraggio e a sentirsi alquanto più lieto: «Sii lodato, Signore! – dice con fervore. – Di certo son buona gente, e io non devo aver paura!».

Ben presto i pellegrini vedono il fanciullo che siede poco più avanti. Quando gli sono accanto, egli si alza e li saluta con cortesia, le belle mani incrociate sul petto. Allora i due uomini lo scrutano attenti e notano i modi cortesi.
Gli si avvicinano con gentilezza e benevolmente gli rivolgono questo amabile saluto: «Dê us sal, bêas amis! Chiunque tu sia, Dio ti salvi, bell’amico!».
Tristano s’inchina di fronte ai due vecchi e dice: Dê benîe si sainte companie! Che Dio onnipotente vi benedica, amici devoti!».
«Caro fanciullo – essi rispondono – da dove vieni, o chi ti condusse qui?».

Ora, Tristano era molto accorto e cauto per i suoi anni, e comincia a narrare loro una bella storia.
«Bei signori – dice – io nacqui in questo paese, e oggi dovevo andare a caccia a cavallo nella foresta in compagnia di altri. Ma, non so come, ho perduto contatto coi cacciatori e coi cani. Quelli, che conoscevano bene i sentieri della foresta, trovarono tutti la via meglio di me che, senza traccia, mi sono perduto e smarrito. Mi sono poi imbattuto in un malaugurato sentiero che mi ha portato sul ciglio di una gola, dove, per quanto tentassi, non potei impedire che il cavallo balzasse in avanti. Così rovinammo, io e l’animale, uno sopra l’altro. Non riuscii a riprendere la staffa prima che esso strappasse le redini e fuggisse nella foresta. Così giunsi a questo sentiero che mi ha condotto fin qui. Ma non so dire dove mi trovo, né in che direzione andare. Ora, brava gente, ditemi, vi prego, dove siete diretti».

«Se a Dio piace, amico – essi rispondono – è nostra intenzione essere a Tintagel questa sera stessa».
Tristano chiede allora con cortesia che gli permettano di unirsi a loro.
«Volentieri, caro fanciullo – dicono i pellegrini. – Se è lì che vuoi andare, vieni con noi!».

Tristano si accompagna dunque a loro. E, mentre procedono, ragionano di molte cose. Il virtuoso Tristano è sì pronto di parola che, in qualunque modo essi lo interroghino, risponde non più di quanto richiedano circostanza e bisogno.
È sì accorto nel comportamento e nelle parole che quei saggi venerabili e canuti giudicano che sia un dono divino, e studiano i suoi modi, il contegno e la bella persona con crescente interesse. Gli abiti attirano la loro attenzione, ché sono splendidi davvero e di stoffa pregiata.
«Buon Dio – dicono in cuor loro – chi è, e da dove viene questo fanciullo dai modi sì splendidi?».
Camminano così per un buon miglio gallese, osservandolo ed esaminandolo con grande piacere.

(Goffredo di Strasburgo, Tristano)