Imperfectus adhuc infans

imperfectus adhuc infans
un bambino non ancora pienamente formato
(Ovidio, Metamorfosi, 3: 310)

Signori, giù il cappello, sta per entrare in scena Bacco, alias Libero, o anche al secolo (greco) Dioniso o Zagreo!
Signori, oggi – qui, sulla pubblica piazza, poco prima del funambolo, sta per fare la sua prima apparizione il Bambino in versione dionisiaca. Non ce ne voglia Nietzsche se osiamo pazziare con un giocattolo della sua stessa pazzia.

guaglione-fumaImperfetto – ecco come nasce il Bambino (quello che ha da «rivivere» in Zarathustra, o in un qualunque nostro «profeta» o «duca» immaginario).
Nasce che ha bisogno di un altro «grembo», perché non è nato tutto quanto. Ha bisogno di un «utero artificiale» che lo ospiti fino alla sua «seconda nascita». Fino al compimento della sua Arte.
Il Bambino nasce «incompiuto», nasce precoce. Letteralmente afflitto da una «demenza» di cui solo questo si può dire (e tutto il resto sono chiacchiere). Si può dire solo che è «precoce», perché è stata, letteralmente, tolta dal «fuoco» prima del tempo necessario alla sua piena cottura.

Voi direte: poverino! Guarda un po’ che razza di destino gli doveva toccare! E meno male che poi ha trovato un «padre» (il Nome del Padre, dovremmo dire). Meno male che si è acconciato a stare in un polpaccio per il resto della gestazione [mentale]. Sennò, chissà come andava a finire!
Andava a finire, ve lo dico io, che ci dovevamo noi tutti, e non solo Lui, rassegnare a mangiare crudo. A mangiare animale, e a non sapere mai nulla della nostra precocità di mente. Della nostra precocità nel mettere a fuoco la mente – prima del «tempo debito».

Ovidio finge di dire le cose alla leggera. Ma è così che il Sapiente sa «narrare» in poche parole tutta la Teologia Dionisiaca: imperfectus adhuc infans – nasce un «dio» ancora da deificare, un «dio» la cui deità immaginaria è in anticipo sui tempi della «gratificazione» (corporea) delle sue immaginazioni.
Nasce un «padrone immaginario» che non si è ancora «impadronito» dei muscoli del suo corpo. Un «bambino» che fa pensieri «grandi». Che li fa nel Nome del Padre che lo «traghetta» da una nascita all’altra.

E sai perché li fa, questi «pensieri precoci»? Per una ragione semplicissima: dovrebbe stare ancora nella pancia della Mamma (come tutti gli altri animali), e nascere solo in prossimità della sua maturazione «genitale».
Invece c’è questo «scollamento», questo «intervallo d’insania» (tutte le nostre «follie» è da questo «frattempo» che provengono). C’è questa Terra di Mezzo che è la Stagione del Guaglione. Ma poiché so che mi sapete pazzariello, il «discorso serio», ve lo faccio fare dal Dottore.

Sapete che il processo di maturazione fisiologica permette al soggetto, a un dato momento della sua storia, d’integrare effettivamente le proprie funzioni motrici e di accedere a una padronanza reale del proprio corpo. Soltanto che, seppure in forma correlativa, il soggetto prende coscienza del suo corpo come totalità prima di quel momento.
È su questo che insisto nella mia teoria dello stadio dello specchio: la sola vista della forma totale del corpo umano dà al soggetto una padronanza immaginaria del proprio corpo, prematura rispetto alla padronanza reale. Questa formazione è separata dal processo stesso della maturazione e non vi si confonde. Il soggetto anticipa sul raggiungimento della padronanza psicologica, e quell’anticipazione darà il proprio stile a ogni elemento ulteriore della capacità motoria effettiva.
(Lacan, Il mazzo di fiori capovolto)

È una cosa su cui torna spesso Lacan, a partire da certi spunti dati da Freud, nel tentativo di venire a capo di quell’«intervallo» in cui «Uno divenne Due»: in cui egoismo e narcisismo, pulsioni dell’io e pulsioni libidiche, cominciano a prendere le reciproche distanze.
Torna spesso Lacan a dire: abbiamo una «precocità» immaginaria, una supposta «padronanza» preventiva di un corpo che ancora non sappiamo «articolare» (e lo stesso si può dire anche del linguaggio, in cui ancora non sappiamo articolare le corde vocali in modo da produrre parole).

Eppure, lo stesso, «parliamo».
Siamo bambini nel corpo, ma grandi nell’immaginazione. Più grandi allora, c’è da scommettere, del più grande immaginativo di ora.
Che caspita, è proprio così difficile capirlo?
È proprio così complicato immaginare che ci sono voluti due millenni e mezzo per riconquistare un frammento del sapere dionisiaco?
Che esso ci ritorna «in veste scientifica»?
Che la «scienza», o meglio che la Coscienza, finalmente si sta decidendo a vomitare il rospo?
Datele ancora un paio di secoli, e vedrete.