Tabarî – La verga di Mosè

Quando fu al pozzo di Madyan, Mosè aiutò le fanciulle ad abbeverare le pecore. Poi le seguì fino a casa, ove incontrò il loro vecchio padre, il profeta Su’aib.
Con la promessa di ottenere in moglie una delle sue figlie, Mosè entrò al servizio del vecchio come pastore, e vi restò per otto o dieci anni. Quando gli venne voglia di tornare in Egitto a rivedere i suoi familiari, andò da Su’aib per congedarsi da lui.

verga-Mosè-forcellaSu’aib aveva in casa un gran numero di quei bastoni che i pastori impugnano, e fra quelli ve n’era uno a due rami, che terminava con una forcella.
Un angelo l’aveva portato e lasciato in deposito a Su’aib. Quell’angelo aveva aspetto umano e Su’aib non sapeva fosse un angelo.

Decisa la partenza, Mosè disse addio a Su’aib, che gli disse: «Va’ in casa e prendi uno di quei bastoni per impugnarlo, ché ti sia di sostegno per via».
Mosè entrò in casa, prese una verga e la portò a Su’aib. Era la verga portata dall’angelo, con la quale Dio aveva deciso di fare miracoli che avrebbero provato la veridicità della missione profetica di Mosè.
Vista la verga Su’aib disse: «Questa m’è stata lasciata in deposito da un santo venuto a casa mia; prendine un’altra».

Mosè riportò dentro la verga e la gettò sugli altri bastoni; ma ogni volta che sceglieva, la verga tornava tra le sue mani.
Su’aib, che non sapeva, fermò una seconda volta Mosè e gli disse: «Riporta dentro quella verga, scegline un’altra».
Molte volte Mosè scelse un altro bastone; ma la verga tornava sempre fra le sue mani. Allora Su’aib disse: «Forse sei il più degno d’avere questa verga». E gliela donò.

Partito Mosè, Su’aib si pentì di avergliela donata; disse: «Il padrone di quella verga potrebbe giungere, e io sarei colpevole d’aver tradito la parola data».
Su’aib corse dietro a Mosè, che con le sue greggi si era già avviato verso l’Egitto; lo raggiunse dopo che aveva già percorso una parasanga. Su’aib disse: «Figlio mio, restituiscimi quella verga».
Mosè rispose: «Tu me l’hai donata, essa mi appartiene; non te la renderò».

Scambiatesi queste parole, raggiunsero un accordo: la prima persona che fosse passata, là dov’erano, avrebbe giudicato la disputa.
Un angelo in sembianze di uomo venne verso di loro. Su’aib e Mosè chiesero il suo giudizio.
L’angelo rispose: «Gettate a terra la verga; apparterrà a chi saprà sollevarla».

Mosè gettò la verga a terra. Su’aib provò, ma per quanti sforzi facesse non poté sollevarla. Mosè la prese e la sollevò.
Molti sostengono che la disputa fra Mosè e Su’aib a proposito della verga risale a quando Su’aib aveva preso Mosè al suo servizio e l’aveva mandato come pastore a custodire le greggi. Allora Su’aib avrebbe dato la verga a Mosè, e il giudizio appena narrato sarebbe stato pronunciato in quel momento.
Altri raccontano che Mosè, partito dall’Egitto per andare a Madyan, non sapeva come arrivarci, poiché non conosceva il tragitto. L’angelo venuto per mostrargli la via avrebbe portato con sé la verga e poi gliel’avrebbe donata.

Dio, detto a Mosè di qual missione si trattava, e ordinatogli di andare da Faraone, gli mostrò il miracolo che confermava la verità della missione; gli disse: «Che cos’è, o Mosè, quel che tu hai nella tua destra?».
Anche in ciò v’era prova dell’alta saggezza di Dio. Infatti Dio interrogò Mosè non perché ignorasse quale oggetto il profeta impugnava, né perché lo ignorasse Mosè. Dio sapeva che l’oggetto era una verga, e sapeva che anche Mosè lo sapeva; ma Dio voleva che Mosè conoscesse la virtù di quella verga e l’utilità che se ne poteva trarre; quando Dio mostrò a Mosè una proprietà della verga, oltre quelle che Mosè già conosceva, il miracolo parve al profeta più grande, e il suo cuore fu più tranquillo. Questa condotta si chiama «prova».

Poussin-Mosè-bastone
Poussin – Mosè trasforma il bastone

Dio chiese dunque a Mosè: «A che ti serve la verga?».
E Mosè rispose: «Serve ad appoggiarmi; quando in un luogo non c’è erba, con questa verga batto gli alberi e faccio cadere le foglie per dar da mangiare alle greggi. Adopero questa verga anche per molti altri scopi; vi appendo sopra oggetti, e me ne servo anche come arma».
Quando Mosè ebbe enumerato i diversi usi della sua verga, Dio gli fece scoprire ancora qualcosa, in modo tale che Mosè non ebbe alcun dubbio sulla sua missione profetica di cui era incaricato.

Dio disse a Mosè: «Va’ da Faraone e portagli il mio messaggio».
Se non avesse ordinato a Mosè di gettare la verga a terra e non l’avesse mutata in serpente, e Mosè non si fosse abituato a tal miracolo, il profeta avrebbe temuto, quando gettò la verga di fronte a Faraone ed essa divenne un serpente.
Prima di tutto Dio volle abituare Mosè alla vista di quel serpente; volle che di fronte a Mosè la verga diventasse serpente e tornasse ad essere verga; così che Mosè fosse preparato da tutti i punti di vista, conoscesse molto bene il concetto dell’unità di Dio, la legge e il servizio di Dio, la missione profetica e i miracoli che in occasione di quella missione sarebbero avvenuti […]

Dio disse a Mosè: «Getta quella verga».
Gettata a terra, la verga divenne serpente.
Mosè, quando lo vide, s’impaurì, come Dio ci disse nel Libro, in un passo il cui senso è: La paura fece indietreggiare Mosè, che volse la schiena al serpente, per fuggire, e non lo guardò.
Allora Dio disse a Mosè: «Prendi il serpente, non aver paura: non hai nulla da temere».
Mosè tornò verso il serpente e Dio disse: «Prendilo senza paura, ché lo farò ridiventare verga».
Mosè comprese che quello non era un castigo per lui, bensì un segno dell’onnipotenza di Dio. Non ebbe più paura, stese la mano e afferrò il collo del serpente, che nella mano ridiventò verga.

Mosè-verga-Faraone

E quando poi fu dinanzi a Faraone, Mosè gettò a terra la sua verga, che si trasformò in un gran serpente che aprì le fauci e mise la mascella inferiore sul trono di Faraone e la mascella superiore sulle feritoie del palazzo, come volesse portare via Faraone col trono reale e col palazzo.
Tutti coloro ch’erano presenti fuggirono spaventati, e anche Faraone si spaventò, scese dal trono e vi si nascose sotto. Provò tanta paura ch’ebbe sfoghi di ventre per sette giorni, lui che di solito provava la necessità di fare i bisogni naturali una sola volta la settimana […]

Faraone, da sotto il trono, chiese aiuto e gridò a Mosè: «Porta via questo serpente e crederò in te, farò quel che vorrai, quel che mi ordinerai».
Mosè afferrò il collo del serpente che ridivenne verga. Faraone uscì da sotto il trono e vi si risedette sopra […]

Faraone fece annunciare per tutto il regno d’Egitto che, da ovunque fosse, inviassero a lui ogni mago. Una tradizione narra che si raccolsero assieme quindicimila maghi. Faraone ordinò che fra loro fossero scelti i più abili. Ne presero settanta, e sulla terra non vi era nessuno più sapiente di loro nell’arte della magia.
Ve n’erano quattro principali. Ecco i loro nomi: Scabun, Gabun, Hatil e Musfa. Faraone li chiamò e disse loro: «Un abile mago è venuto qui, e io voglio che vinciate su di lui».
I maghi dissero: «Che mago è perché non abbia eguali al mondo?».
Faraone rispose: «Rende il suo bastone simile a un serpente».
I maghi dissero: «Noi cambiamo in serpenti mille bastoni».
Poi fecero un accordo con Faraone. Dissero: «Tu ci darai una mercede, se vinciamo contro Mosè».
Faraone rispose: «Vi darò una mercede, vi terrò con me e vi proteggerò».

Faraone-maghi-serpenteFaraone riunì i maghi, chiamo Mosè e disse: «Mosè, questi sono maghi come te e ti vinceranno».
Mosè disse: «Quando accadrà?».
Faraone rispose: «Il dì della festa».
Ogni anno Faraone celebrava una festa che riuniva tutti gli abitanti di Menfi.
Disse ai maghi: «Scegliete quel giorno per riunirvi, affinché tutto il popolo sia presente e veda».

Mosè si allontanò da Faraone e parlò ai maghi. Faraone poteva vedere da lontano quel che accadeva, ma non riusciva a udire le parole. Mosè chiamò i maghi alla vera fede, e proibì loro di praticare la magia, dicendo: «Non mentite a proposito di Dio e non praticate la magia; io non sono mago, ma profeta del Dio che vi punirà».
I maghi risposero: «Mosè, noi compiremo atti di magia contro i quali tu non potrai prevalere; ma se otterrai la vittoria crederemo alla tua religione».

Mosè se ne andò, i maghi sistemarono dei bastoni e delle corde: fecero cumuli di corde e sopra vi misero ritti dei bastoni che legarono per farli stare in piedi. Poi fecero atti di magia e al popolo parve di vedere serpenti […]
I maghi dissero a Mosè: «Getterai il tuo bastone o preferisci che gettiamo prima i nostri?».
Mosè rispose: «Gettate i vostri».
Allora i maghi gettarono a terra cento carichi d’asino di bastoni, legarono i bastoni con delle corde e fecero atti magici, affinché tutti quei bastoni apparissero agli occhi dei convenuti come serpenti che camminavano e volevano attaccarli.

I maghi fecero un incantesimo tale che mai ne fu fatto uno simile sulla faccia della terra. La gente ch’era là s’impaurì, com’è detto: «E quando ebbero gettato le loro verghe, incantarono gli occhi della gente e li terrorizzarono e produssero incantesimo grande» (Corano, 7: 16).
La gente che era presente ebbe paura dei serpenti e pensò che tutti quei bastoni e quelle corde fossero serpenti che volevano attaccarla e divorarla […]

Ma Dio disse a Mosè: «Getta il bastone che hai nella destra ed esso ingoierà le cose che essi hanno prodotto, poiché le cose che essi hanno prodotto sono incantesimo di mago, e dovunque venga, non prospererà, il mago!» (Corano, 20: 69).
Mosè gettò la sua verga, che divenne un serpente più grande degli altri e con la coda batté sulla terra, e arrotolò l’estremità della coda attorno alla parte superiore del baldacchino di Faraone, aprì le fauci e inghiottì tutti gli altri serpenti, e non uno ne rimase.
Resi vani tutti gli inganni dei maghi, Mosè prese il serpente ed esso ridivenne una verga; ma i bastoni e le corde dei maghi erano spariti. I maghi vinti da Mosè furono disprezzati e svillaneggiati da tutto il popolo, e adorarono Dio, credettero alla missione profetica di Mosè e distinsero il vero dalla menzogna.

(Tabarî, I Profeti e i Re)