Corbin – L’Imago Templi

In epigrafe a uno dei suoi libri più toccanti, Il giuramento di Kolvillág, lo scrittore ebreo contemporaneo Elia Wiesel ha posto queste parole prese dal Talmud: «Se i popoli e le nazioni avessero saputo quanto male si facevano distruggendo il Tempio di Gerusalemme, avrebbero pianto più dei figli di Israele».
Mentre stavo ancora meditando le risonanze lontane di queste righe, mi sono imbattuto, leggendo un’opera recente, in quest’altra epigrafe tratta dallo storico Ignaz von Döllinger: «Se mi chiedessero di indicare il dies nefastus della storia del mondo, mi verrebbe alla mente soltanto il 13 ottobre 1307» (il giorno, cioè, dell’arresto in massa dei Templari francesi per ordine di Filippo il Bello).

cavaliere-crociatoQualche pagina più avanti, nello stesso libro, viene ricordata una leggenda che ha come teatro il circo di Gavarnie nei Pirenei, dove, in una cappella, riposano sei cavalieri del Tempio.
Il 18 marzo di ogni anno, anniversario dell’ultimo grande maestro dell’Ordine, si vede comparire un cavaliere del Tempio in tenuta da combattimento, con la lancia in resta e il famoso mantello bianco crociato di rosso al posto del sudario funebre.
A lenti passi si dirige verso il centro della cappella, e qui manda un richiamo lacerante la cui eco si ripercuote in tutto l’anfiteatro montuoso: «Chi difenderà il Santo Tempio? Chi libererà il sepolcro di Cristo?».
A questo richiamo i sei Templari sepolti si rianimano e si levano per rispondere tre volte: «Nessuno! Nessuno! Nessuno! Il Tempio è distrutto!».

Il lamento dei saggi talmudisti e il funebre clamore che risuona in un anfiteatro dei Pirenei si fanno eco, individuando una stessa catastrofe al centro della storia universale: la distruzione del Tempio, dello stesso Tempio.
Ma nel corso dei secoli ricorre anche un’altra immagine, trionfale, che oppone a questa afflizione la tenacia di una sfida permanente, ed è l’immagine della ricostruzione del Tempio, l’avvento del Nuovo Tempio che assume le dimensioni di una restaurazione cosmica.

Due immagini, distruzione e ricostruzione, inseparabili: una stessa fonte le alimenta, configurando una visione del mondo che è dominata, nelle due dimensioni, orizzontale e verticale, dall’Immagine del Tempio, Imago Templi, e che accomuna il destino della città come tempio e della comunità come tempio nella persona dei cavalieri templari.

L’espressione Imago Templi vuole qui tematizzare e fissare in una forma latina ne varietur, sottratta alle vicissitudini delle traduzioni, un’intenzione precisa.
Ma devo allora spiegare come questa Imago Templi si sia imposta alla mia attenzione, senza distogliermi dalla gnosi islamica di cui mi occupo, ma facendomi anzi penetrare nel cuore di essa.
Spiegare questo significherà delineare, insieme, le fasi della nostra ricerca.

Diversamente dai moderni filosofi della storia, i nostri teosofi visionari hanno sempre qualcuno, un messaggero personale, che viene a istruirli e a far loro da guida.
Da dove viene questo messaggero?

Magritte-souvenir-voyage
Magritte – Souvenir de voyage

Nel celebre racconto di Hayy ibn Yaqzân, scritto da Avicenna, alla domanda del visionario che gli chiedeva da dove venisse, il messaggero, l’Angelo, risponde: «Vengo dal TEMPIO», e precisamente da Bayt al-Maqdis, termine che è l’equivalente letterale arabo dell’ebraico Bet ha-miqdaš, la «casa santissima»; è noto del resto che la casa come simbolo del tempio è di uso corrente.
Il termine arabo sta a indicare Gerusalemme, ma nella risposta data ad Avicenna non si tratta della Gerusalemme terrena, bensì del Tempio celeste di cui essa è l’immagine.

La stessa risposta compare nei racconti visionari di Sohrawardî, dove spesso vengono usate le espressioni Nâ-Kojâ-âbâd, il «Paese del non dove», e Rûh-âbâd, il «Paese dello Spirito».
Ecco allora sorgere la questione: a quale livello spirituale avviene per l’illuminato l’incontro con l’Angelo «proveniente dal Tempio»? e, di conseguenza, a quale livello si dischiude all’illuminato quell’Immagine del Tempio grazie alla quale egli può ricevere la rivelazione dell’Angelo che al Tempio appartiene?

Su questo punto i nostri teosofi mistici si sono espressi con chiarezza assoluta, in pieno accordo con tutti i visionari del «Nuovo Tempio»: si tratta di un mondo legato a un’esperienza spirituale fondamentale, il cui segreto sfugge facilmente a noi occidentali, perché questo mondo è diventato per noi da alcuni secoli un continente perduto.
Si tratta di quel mondo intermedio tra il mondo intelligibile e il mondo della percezione sensibile che ho proposto di indicare come piano dell’immaginale (‘alâm al-mithâl, mundus imaginalis), per evitare ogni confusione con quello che viene comunemente definito l’immaginario.

Ma, beninteso, i nostri teosofi visionari, gli Išrâqîyyûn di Sohrawardî, sono consapevoli quanto noi dei pericoli dell’immaginario: anche per questo sarà dunque opportuno accennare in breve alla metafisica dell’immaginazione in Sohrawardî.
L’immaginazione ha un duplice aspetto, una doppia funzione.
Da una parte, un’immaginazione passiva o rappresentativa (khayâl), che è il tesoro delle immagini percepite dal sensorium, specchio in cui converge l’insieme delle percezioni dei sensi esterni.
Dall’altra, un’Immaginazione attiva (motakhayyila), posta tra due fuochi: essa può sottostare docilmente agli ordini della facoltà valutativa (wahmîya), e allora l’animal rationale giudica in modo simile a quello degli altri animali; oppure può cadere, e di fatto cade, in tutti i deliri e le costruzioni mostruose dell’immaginario opponendo ostinate smentite ai giudizi dell’intelletto.
Ma l’Immaginazione attiva può anche mettersi al servizio esclusivo dell’intelletto, inteso come funzione comune a filosofi e profeti (l’intellectus sanctus); essa allora viene detta cogitativa e meditativa (mofakkira, che è un altro nome dell’Immaginazione attiva, o «immaginatrice»).

due-specchi

Tutto lo sforzo consisterà nel purificare e liberare la via interiore affinché l’oggetto percepito al livello dell’immaginale si rifletta nello specchio del sensorium e si traduca in percezione visionaria.
Siamo qui piuttosto lontani dai limiti che la psicologia si impone, tanto più che la visione dell’Angelo, e perciò l’Imago Templi, non emergono dalla negatività di un inconscio, ma nascono da un livello di sovracoscienza positivamente differenziata. […]

Ibn ‘Arabî si spinge molto in là con la sua metafisica dell’Immaginazione, ed è in perfetto accordo con Sohrawardî nell’affermare la piena realtà del mondo intermedio, il barzakh, o mondo «di mezzo», che egli indica con l’espressione coranica «confluenza dei due mari».
Confluenza, cioè, del mondo delle Idee pure come sostanze intelligibili col mondo degli oggetti sensibili: è il mondo con cui diventa vivo tutto ciò che nel nostro mondo appare inanimato, il mondo in cui arriva Mosè prima di incontrare il suo iniziatore (Khezr, Khadir). E qui, alla «confluenza dei due mari», si presenta al visionario l’Imago Templi. […]

L’Imago Templi «alla confluenza dei due mari» implica una situazione eminentemente speculativa, nel senso etimologico del termine: due specchi (speculum) che si guardano e riflettono l’uno nell’altro l’Immagine da essi manifestata.
L’Immagine non deriva da fonti empiriche: essa le supera, le governa ed è quindi il criterio che le verifica e ne sperimenta il senso.

Conformemente alle premesse della metafisica dell’immaginale nei nostri filosofi, l’Imago Templi è la forma attraverso la quale si riflette nell’anima, alla «confluenza dei due mari», una realtà trascendente.
Questa Imago non ha dunque tanto la funzione di nascondere, quanto quella di manifestare: in questo senso l’Imago Templi non è allegorica ma tautegorica, ossia non va interpretata come dissimulazione dell’Altro di cui è essa stessa la forma, ma va colta nella sua identità con l’Altro e nel suo essere essa stessa ciò che essa annuncia. […]

distruzione-tempio

La tradizione più affascinante è questa: quando il Tempio di Salomone fu dato alle fiamme da Nabucodonosor, i sacerdoti, tenendo in mano le chiavi del Tempio, salirono sul tetto del santuario e gridarono rivolti al cielo: «Signore del mondo, poiché ormai non possiamo più adempiere al nostro ufficio nel Tempio riprendi tu le tue chiavi», e le lanciarono verso il cielo. Allora nel cielo apparve una mano e questa mano prese le chiavi.
Mi sembra, del resto, che anche nella tradizione occidentale si possa individuare un esempio corrispondente. Nel ciclo del Graal, l’epopea consacrata alle gesta di Galaad termina con una scena mistica nel palazzo spirituale di Sarras: nel cielo appare una mano e afferra il santo Graal che da quel momento sarà invisibile al nostro mondo, nel tempo di questo mondo.

Ma l’Imago Templi sopravvive.
Quando l’uomo ha modellato il proprio essere interiore in modo che essa gli si manifesti, ciò vuol dire che egli si trova alla «confluenza dei due mari», ed è proprio qui che egli può ricevere personalmente le chiavi del Tempio.

(Corbin, L’Immagine del Tempio)