Galles – Owein, il cavaliere del leone

Mentre era in cammino, Owein sentì levarsi dal folto un gran ruggito, poi un secondo, poi un terzo. Si diresse da quella parte e vide un’altura rocciosa in mezzo al bosco e una roccia grigiastra sul fianco della collina.
In una fenditura della roccia era un serpente e, accanto, un leone tutto nero. Ogni volta che il leone cercava di fuggire, il serpente gli si lanciava contro per morderlo, e il leone ruggiva.

Owein-leoneOwein sguainò la spada e s’avvicinò alla roccia. Nel momento in cui il serpente usciva dalla roccia, egli lo colpì con la spada e lo tagliò in due. Asciugò la lama e riprese il cammino.
D’improvviso vide il leone seguirlo e saltellargli intorno come un levriero che egli stesso avesse allevato.
Camminarono tutto il giorno fino a sera. Quando Owein ritenne che fosse tempo di riposare, smontò, liberò il cavallo in mezzo a un prato pianeggiante e ombreggiato, e si mise ad accendere il fuoco. Il fuoco era appena pronto, che il leone aveva portato legna bastante per tre notti.
Poi disparve.

Dopo un istante, tornò riportando un capriolo forte e superbo che gettò davanti a Owein. Si accucciò dall’altra parte del fuoco, di fronte a Owein.
Questi prese il capriolo, lo scuoiò e ne mise dei pezzi ad arrostire sugli spiedi intorno al fuoco. Diede da mangiare al leone tutto il resto del capriolo.

Mentre era occupato in tali faccende, sentì un gran gemito, e poi un secondo, e poi ancora un terzo, vicinissimi. Chiese se vi fosse una creatura umana.
«Sì, invero», gli fu risposto.
«Chi sei?», domandò Owein.
«Sono Lunetta, la damigella della Dama della fontana».
«Che fai qui?».

«Sono stata imprigionata a causa di un cavaliere che venne dalla corte di Artù per sposare la mia signora; rimase qualche tempo con lei, poi tornò alla corte di Artù e non si vide mai più. Per me era un amico, colui che di più amavo al mondo. Un giorno, due valletti della Dama parlarono male di lui e lo chiamarono traditore. Io dissi che i loro due corpi non valevano il suo da solo. Allora fui imprigionata in questo involucro di pietra, e mi fu detto che avrei perso la vita se egli non fosse venuto di persona a difendermi nel giorno stabilito. Ho tempo solo fino a dopodomani, e non ho nessuno che possa andarlo a cercare: Owein è il suo nome».
«Sei sicura che se quel cavaliere lo sapesse, verrebbe a difenderti?».
«Ne sono certa, sul mio onore e per l’amore di Dio».
Quando la carne fu cotta a misura, Owein la divise a metà con la fanciulla. Mangiarono e parlarono fino al giorno successivo.

L’indomani Owein le chiese se vi fosse un luogo in cui poter trovare nutrimento e riparo per la notte.
«Sì, signore – ella disse. – Va’ al guado, segui il cammino lungo il fiume e, poco dopo, vedrai un grande castello sormontato da numerose torri. Quanto al nutrimento, il conte a cui il castello appartiene è l’uomo più generoso del mondo. Vi potrai anche passare la notte».

Owein-trielMeglio scolta vegliò meglio sul proprio signore di quanto fece il leone per Owein quella notte. Al mattino, Owein preparò il cavallo e si incamminò; dopo aver superato il guado, scorse il castello.
Entrò. Fu ricevuto con onore. Il suo cavallo fu curato a meraviglia, e davanti ad esso fu posto cibo in abbondanza. Il leone andò ad accucciarglisi accanto di modo che nessuno della corte osasse avvicinarsi.
Certo in nessun luogo Owein aveva veduto servizio migliore. Ma tutti gli abitanti erano tristi come la morte. Si misero a desinare. Il conte sedette a un fianco di Owein, la figlia dall’altro. Mai Owein aveva visto persona più cortese. Il leone andò a stendersi sotto la tavola tra i piedi di Owein, che gli dette parte delle portate che gli venivano serviti. L’unica pecca che Owein poté notare in quel luogo fu la tristezza degli abitanti.

A metà del pasto, il conte augurò a Owein il benvenuto.
«È tempo – disse Owein – che tu sia lieto».
«Dio ci è testimone – egli disse – che non è per te che siamo tristi, ma ci è accaduta cosa che ben merita tristezza e pensieri. Ieri, i miei due figli erano andati a caccia in montagna. Là vi è un mostro che uccide gli uomini e li divora. Esso s’è appropriato dei miei figli. Domani è il giorno tra noi convenuto perché io gli consegni questa fanciulla, oppure esso mi ucciderà i figli in mia presenza. Ha figura d’uomo, ma corpo di gigante».
«Certo è triste – disse Owein. – Che partito prenderai?».
«Invero, ritengo più onorevole lasciare ch’esso distrugga i miei figli, che ha preso mio malgrado, che consegnargli mia figlia con le mie proprie mani, perché esso la lordi e la uccida».
E presero a parlare d’altro.

Owein trascorse la notte al castello.
L’indomani, sentirono un rumore portentoso: era il gigante che giungeva coi due giovani. Il conte avrebbe voluto difendere il castello e, al medesimo tempo, vedere al sicuro i figli. Owein si armò, uscì, e andò a misurarsi con il gigante, seguito dal leone.
Il gigante, appena vide Owein in armi, l’assalì e si batté con lui. Il leone si batteva con maggior successo di Owein.
«Sul mio onore e per l’amor di Dio – il gigante disse a Owein – non mi troverei in grande imbarazzo a battermi con te, se tu non fossi aiutato dal leone».

Owein-duel

Owein spinse il leone nel castello, chiuse la porta e tornò a riprendere la lotta con quell’uomo enorme. Appena capì che Owein era in pericolo, il leone si mise a ruggire, si arrampicò fino alla sala del conte, e da dì sui bastioni. Dai bastioni balzò a fianco di Owein, assestò alla spalla del gigante un tal colpo d’artiglio che lo dilaniò fino all’attaccatura delle anche. Si videro le interiora uscire dal corpo e l’uomo cadde morto.
Owein rese i figli al conte, e quest’ultimo invitò Owein a restare, ma egli rifiutò, e si recò nel vallone in cui si trovava Lunetta.

Vide che vi si stava accendendo un gran fuoco; due bei valletti bruni, dai capelli ricciuti, conducevano la fanciulla per gettarvela. Owein chiese cosa volessero da lei. Essi narrarono della disputa così come la fanciulla l’aveva narrata la notte prima.
«Owein le è venuto meno – aggiunsero – e perciò noi ora la faremo ardere».
«Invero – disse Owein – pure era un buon cavaliere e sarei stupito se, sapendo la fanciulla in simile imbarazzo, non venisse a difenderla. Se voleste accettare me al suo posto, mi batterò con voi».
«Accettiamo volentieri, per Colui che ci ha creati».

E andarono a battersi con Owein. Costui si trovò in difficoltà, il leone accorse in suo aiuto e insieme ebbero il sopravvento sui due valletti.
«Signore – essi gli dissero – avevamo convenuto di batterci con te solo, e questa bestia è ben più fiera avversaria di te».
Owein rinchiuse il leone là ove era stata imprigionata la pulzella, sistemò pietre a sbarrare la porta e tornò a battersi con loro. Ma non aveva ancora riacquistata tutta la propria forza, e i due valletti stavano avendo il sopravvento.
Il leone non cessava di ruggire a causa del pericolo in cui si trovava Owein; finì per praticare una breccia tra le pietre, e uscì. In un batter d’occhio, uccise uno dei valletti e, subito dopo, l’altro. Così Owein e il leone salvarono Lunetta dal fuoco.

Owein e Lunetta si recarono assieme nei domini della Dama della Fontana e, quando Owein andò via, portò con sé la Dama alla corte di Artù, ed ella vi rimase come sua sposa finché ebbe vita.
Poi egli prese il cammino che conduceva alla corte dell’Oppressore Nero. E anche in questa avventura il leone non lo lasciò finché egli non si fu battuto ed ebbe sconfitto l’avversario.

Owein-final

Giunto alla corte dell’Oppressore Nero, Owein si diresse verso la sala. Vi vide ventiquattro donne, le più cortesi che avesse mai viste, pur se quanto indossavano non valeva più di ventiquattro soldi d’argento; erano tristi come la morte.
Owein chiese loro la causa di quella tristezza. Esse dissero che erano figlie di conti, e che ciascuna era giunta in quel luogo in compagnia dell’uomo che amava di più.

«Quando arrivammo – continuarono – trovammo rispetto e accoglienza cortese. Fummo ubriacate e, mentre eravamo ebbre, il demonio cui questa corte appartiene uccise tutti i nostri uomini e ci prese i cavalli, gli abiti, l’oro e l’argento. I corpi dei nostri mariti sono qui, come anche molti altri cadaveri. Ecco, signore, la causa della nostra tristezza. Molto ci duole che tu sia venuto in questo luogo, per tema che te ne venga sventura».

Owein ebbe pietà di loro e uscì. Si vide venire incontro un cavaliere che l’accolse con tanta cortesia e affetto quanta ne avrebbe mostrata a un fratello: era l’Oppressore Nero.
«Dio sa – disse Owein – che non sono venuto qui per cercare da te buona accoglienza».
«Dio sa che tu non l’otterrai!».

E subito, essi si gettarono l’un contro l’altro, e si urtarono rudemente. Owein presto sopraffece l’avversario e gli legò le mani dietro la schiena.
L’Oppressore Nero implorò mercé, dicendo: «Sire Owein, era predetto che tu saresti venuto qui per sottomettermi. Sei venuto, l’hai fatto. In questi luoghi io fui razziatore, e la mia casa fu casa di spoglie; dammi la vita, e diverrò ospitale, e la mia casa un asilo per deboli e forti, finché vivrò, per la salvezza della tua anima».

Owein acconsentì. Trascorse lì la notte e, l’indomani, prese con sé le ventiquattro donne coi cavalli, gli abiti, e tutto ciò che avevano portato in beni e in gioielli.
Con esse si recò alla corte di Artù. Se dopo la sua prima scomparsa Artù s’era mostrato lieto nel rivederlo, questa volta lo fu ancora di più. Le donne che vollero rimanere a corte lo fecero in tutta libertà, le altre poterono andarsene.
A partire da quel giorno, Owein fu capitano di guerra alla corte di Artù, molto amato dall’imperatore, finché tornò dai propri vassalli, cioè dalle Trecento Spade della tribù Kynvarch, e dai propri corvi.
Ovunque andasse con essi, era vincitore.

Questa storia si chiama «La storia della Dama della Fontana».

(Mabinogion, La dama della fontana)