Galles – Owein corre in soccorso della Vedova

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Metzinger – La femme au cheval

Un giorno Owein si trovava a desinare a Caer Llion sull’Usk, quando apparve una fanciulla in sella a un cavallo bruno dalla criniera ricciuta; ella lo teneva per la criniera. Era vestita di broccato di seta giallo. La briglia e tutto ciò che si scorgeva della sella, erano d’oro.
S’avanzò davanti a Owein, e gli tolse l’anello che aveva al dito.
«Così – ella disse – si tratta un mentitore, un traditore senza parola: sia onta alla tua barba!».
Fece dietrofront e uscì.

Owein allora si ricordò dell’avventura e fu preso da tristezza. Terminato il pasto, si recò al proprio alloggio e vi trascorse la notte in pena.
L’indomani si alzò, ma non per recarsi a corte; si diresse ai confini del mondo e sulle montagne deserte. E così continuò finché i suoi abiti non furono consunti e il suo corpo non lo fu di meno.
Lunghi peli gli spuntarono dappertutto ed egli ebbe per compagni gli animali selvaggi. Si nutrì con loro sì bene che essi familiarizzarono con lui. Ma finì per indebolirsi al punto da non poterli più seguire. Scese dalla montagna a valle e si diresse verso un parco, il più bello del mondo, che apparteneva a una contessa vedova.

Un giorno la contessa e il suo seguito andarono a passeggio lungo la riva dello stagno che si trovava nel parco fino all’altezza del centro dell’acqua, e là scorsero una forma e una figura che parevano d’un uomo.
Ne ebbero qualche timore, tuttavia si avvicinarono, toccarono l’uomo e l’esaminarono. Videro che era tutto coperto di tigna, e che si stava seccando al sole.

La contessa tornò al castello, prese una fiala piena di unguento prezioso e la mise in mano a una delle proprie dame dicendole: «Va’ con questo unguento, prendi quel cavallo e porta con te delle vesti che metterai a portata di mano di quell’uomo. Strofinalo con l’unguento nella direzione del cuore. Se v’è ancora vita in lui, questo unguento lo farà alzare. Tu, spia quel che farà».
La fanciulla andò, cosparse sull’uomo tutto l’unguento, lasciò il cavallo e gli abiti a portata della sua mano, s’allontanò un poco, si nascose e lo spiò.
Poco dopo, vide che egli si grattava le braccia, si alzava e si guardava la pelle. Ne ebbe grande onta, tanto era ripugnante il suo aspetto.
Visti il cavallo e gli abiti, egli si trascinò finché non afferrò le vesti dalla sella e le indossò. Poi, a stento riuscì a montare a cavallo.

Allora la pulzella si fece avanti e lo salutò. Egli fu lieto di vederla, e le chiese di chi fossero quei domini e quei luoghi.
castello-medievale«Quella roccaforte laggiù – ella disse – appartiene a una contessa vedova. Il marito, morendo, le aveva lasciato due contee, ma oggi ella non ha altro bene che quella dimora: tutto il resto le è stato sottratto da un giovane conte, suo vicino, poiché ella non ha accettato di divenire sua sposa».
«È triste», disse Owein.

La fanciulla si recò con lui al castello. Owein smontò; la fanciulla lo accompagnò in una comoda camera, accese il fuoco e lo lasciò. Poi andò dalla contessa e le rese la fiala.
«Oh pulzella, dov’è l’unguento?».
«È tutto perduto», ella disse.
«Mi è difficile rimproverarti, ma era inutile che io sprecassi per non so chi un unguento così prezioso. Tuttavia, servi quell’uomo e bada che non gli manchi nulla».
E la pulzella così fece; lo provvide di nutrimento, bevande, fuoco, letto, bagni, finché egli fu ristabilito. I peli caddero dal suo corpo e, in capo a tre mesi, la sua pelle era diventata più bianca di quanto fosse mai stata.

Un giorno Owein sentì un tumulto nel castello, e un rumore d’armi all’interno. Chiese alla pulzella cosa significasse.
«È il conte di cui ti ho parlato – ella disse – che viene contro il castello alla testa d’una grande armata, nell’intento di completare la rovina della dama».
Owein chiese se la contessa avesse cavallo e armi.
«Sì – ella disse – i migliori del mondo».
«Andresti a chiedere in prestito per me un cavallo e delle armi, di modo che io possa andare a vedere l’armata da vicino?».
«Vado».

Ella si recò dalla contessa e le riferì tutta la conversazione. La contessa si mise a ridere.
«Sul mio onore e per l’amore di Dio – esclamò – gli dono il cavallo e l’armatura per sempre! e certo egli non ne ha mai posseduti d’eguali. Preferisco che li prenda, piuttosto che vederlo domani, mio malgrado, divenir preda dei miei nemici; eppure non so cosa voglia farne».

Gli furono portati un guascone nero, perfetto, con una sella di faggio e un’armatura completa per cavallo e cavaliere. Owein indossò l’armatura, montò a cavallo, e uscì con due scudieri completamente armati e a cavallo.
Giunti davanti all’armata del colle, non ne videro né l’inizio né la fine.
Owein chiese agli scudieri in qual battaglia si trovasse il conte.
«Nella battaglia laggiù, dove vedi quattro stendardi gialli, due davanti a lui e due dietro».
«Bene – disse Owein – tornate indietro e aspettatemi vicino all’entrata del castello».

Essi se ne andarono ed egli avanzò finché incontrò il conte. Lo strappò dalla sella, lo mise tra sé e l’arcione anteriore, e fece dietrofront verso il castello.
A dispetto di tutte le difficoltà, giunse col conte alla porta, vicino agli scudieri. Entrarono, e Owein offrì il conte in dono alla contessa, dicendole: «Tieni, ecco l’equivalente del tuo unguento benedetto».

L’armata drizzò i padiglioni intorno al castello. Per aver salva la vita, il conte restituì alla dama le due contee; per avere la libertà, le concesse la metà dei propri domini e tutto il proprio oro, argento, gioielli e ostaggi per di più, come anche tutti i propri vassalli.
Owein partì. La contessa l’invitò a rimanere, ma egli non volle e si diresse verso i confini del mondo e i luoghi deserti.

(Mabinogion: La dama della fontana)