I due sognatori

Giovanotto, vedi questa «cosa»?
È il tuo corpo.
È l’antenato tjilpa che fosti quando nella tua esistenza anteriore vagavi per il mondo.
Poi sei sceso a riposarti nella grotta sacra qui vicino.
Questa «cosa» è il tuo tjurunga personale.
Veglia attentamente su di essa …

Ungud-Wallanganda

Secondo certi miti australiani, a «creare» il mondo furono Wallanganda e Ungud (= «nato dall’acqua»: raffigurato come il «serpente arcobaleno» la cui iridescenza ricongiunge principio e fine d’ogni mondo).
Essi lo crearono sognandolo: l’uno sognando gli esseri che creava, e l’altro diventando ciò che l’uno sognava d’essere!
Basta sognarlo perché un mondo esista (Wallanganda).
Ma perché esista «realmente», bisogna che il sognatore diventi quel che sogna, che riconosca se stesso nelle forme e figure di apparizione che il serpente (Ungud), a ogni muta, rinnova come sue tinture cromatiche, o squame di epifania.

Qui me ne stavo e attendevo – non attendevo nulla,
al di là del bene e del male, ora della luce
godendo, ora dell’ombra, tutto semplice gioco,
e mare e meriggio, tutto tempo senza meta,
e d’improvviso, amica, ecco che l’Uno divenne Due
e Zarathustra mi passò accanto …
(Nietzsche, Sils-Maria, in La gaia scienza, Canzoni)

Ungud si «crede» d’essere quel che Wallanganda sogna, ed è solo grazie ai due che un mondo si crea! Un mondo, adesso, «c’è». C’è da quando l’ombra di Zarathustra passa accanto a Nietzsche.
È ineluttabile, il serpente non può fare a meno d’avvolgere nelle curve della sua spirale (continua, interminabile – senza principio né fine) quel poco di «discreto» che è il retto: nel goffo tentativo d’imitarlo, non disegna però che angoli acuti, ottusi e stridenti.

Dacché il sognatore non seppe più «se era Zhou che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhou», dall’istante in cui «l’Uno divenne due», insieme, all’improvviso, simultaneamente l’«ideato» e l’«ideatore» sulla messinscena dell’Unico (il suo Teatro narcisistico), è ineluttabile che poi sia così: non c’è più il «giovanotto», ma in compenso ci sono il suo tjilpa e il suo tjurunga – il suo (corpo) Antenato (il Remoto, il Rimosso), e il suo (corpo) Personale (il suo Ideale presente).
Che altro ci può fare il «giovanotto», se non «vegliare attentamente», affinché la sua «farfalla» si rassegni? Non sarà mai più un bruco, se non in sogno.

Chi si immerge nella «realtà» dei suoi sogni, incontra dunque Wallanganda stretto nelle spire di Ungud. Se sogna di liberarlo dall’angoscia soffocante di Ananke, è un sogno. Se sogna i colori delle squame del serpente, è un altro sogno.
L’uno nell’altro, i due sogni – a volte – ridiventano un solo sogno. Non ci sono più due fiori, ma l’odore, si percepisce il profumo, di un solo stelo. Si compie, cioè, il divenire inverso allo sdoppiamento di Ungud e Wallanganda – inverso alla tragica «frazione» Nietzsche/Zarathustra.

È così, più o meno, che ogni notte accade: sognando realizziamo Armonia (l’Ideale) e la facciamo ridiventare quel che non ha mai cessato d’essere: la Regina di due mondi confusi in Uno. E questo solo Uno, lo facciamo ridiventare quello che ha sempre desiderato d’essere: una piega dell’orlo della Sua angelica veste.
Ho detto Angelica?
Ma come farà Orlando, appena sveglio, a ridare «realtà» alla diabolica Signora dei suoi sogni, se il ponte tra i due mondi è crollato? A quale fune si aggrapperà, ora che s’è spezzata finanche la corda d’oro a cui Zeus teneva sospesi un tempo, come burattini, gli dèi planetari dell’immaginazione?