Finlandia – Quando Louhi rapì Sole e Luna

notte-artica

Il vecchio intrepido Väinämöinen suonò a lungo il kantele, suonò e cantò suscitando grande gioia. La musica s’innalzò fino alle stanze della Luna, l’allegro concerto fino alle finestre del Sole.
La Luna uscì dalla sua stanza, andò a posarsi nel cavo d’un ramo di betulla; il Sole lasciò la sua bella casa, scese sopra la corolla d’un pino per venire ad ascoltare il kantele, per gioire di quella gioia.

Allora Louhi, la padrona di Pohjola, la vecchia sdentata, s’impossessò del Sole, rapì la Luna con le proprie mani, una dal cavo del ramo di betulla, l’altro dalla corolla del pino. E li portò in fretta a casa, nella nebbiosa Pohjola; nascose la Luna dentro una rupe dai mille colori per impedirle di brillare, incantò il Sole dentro un monte d’acciaio perché non irradiasse il suo calore.
Poi levò la voce e disse: «Possiate non uscire più di qui. Non sorgere, Luna, per brillare, e tu, Sole, non levarti per risplendere, se non vengo a liberarvi io, se io stessa non vengo a cercarvi coi miei nove stalloni, tutti nati da un’unica giumenta!».

Quando ebbe rapito la Luna e chiuso il Sole dentro la rupe di pietra di Pohjola, dentro il monte di ferro, rubò anche la luce, perfino la fiamma dalle case di Väinölä, e le case rimasero senza fuoco, le capanne senza calore. La notte divenne senza fine, lunga, oscura e tenebrosa; era notte nella terra di Kaleva, nelle dimore di Väinölä, era notte nel firmamento, nelle celesti dimore di Ukko.
Oh, che incubo restare senza fuoco, che angoscia vivere senza luce! e che noia per gli uomini, che noia perfino per Ukko!

UkkoAllora Ukko, il grande creatore del cielo, il dio supremo, si stupì; cominciò a pensare e meditare quale prodigio nascondesse la Luna, quale velo si stendesse sul cammino del Sole, poiché la Luna non brillava e il Sole più non risplendeva.
Camminò lungo il bordo d’una nuvola, percorse i confini del cielo calzando le scarpe dai tacchi variegati, le calze azzurre. Andò a cercare la Luna, a scovare il Sole, ma non trovò la Luna, e neppure incontrò il Sole.

Ukko, signore dei cieli, batté il fuoco, fece sprizzare una fiamma dalla spada acuminata, dalla lama sfavillante. Batté il fuoco sulla sua unghia, fece sprizzare le scintille contro il suo dito lassù nelle regioni del cielo, là ove fioriscono prati di stelle.
Dopo aver battuto il fuoco, raccolse la scintilla in una bella borsa d’oro, dentro una scatola d’argento, la fece cullare da una fanciulla, ninnare da una vergine dell’aria, per crearne una nuova luna, per farne un nuovo sole.

La vergine sulla lunga nube, la fanciulla sulle rive del cielo, cullò quel fuoco, dondolò dolcemente la fiamma in una culla d’oro sospesa a cinghie d’argento. Mentre cullava il fuoco, dondolava la piccola fiamma, le cinghie d’argento oscillarono, la culla d’oro scricchiolò forte, le nubi del cielo s’innalzarono, la volta celeste si inclinò.
La vergine cullò ancora il fuoco, dondolò la piccola fiamma tenendola tra le dita, carezzandola con le mani; ma il fuoco cadde dalle mani della stolta, la fiamma sfuggì dalle dita della sventata. Si aprirono buchi nel cielo, finestre nell’aria; la scintilla cadde, la rossa fiammella precipitò attraverso il firmamento, fischiò in mezzo alle nubi, tra le nove sfere celesti, i sei coperchi variopinti.

Il vecchio Väinämöinen disse: «Fabbro Ilmarinen, caro fratello, andiamo a vedere, partiamo per scoprire che cosa è questo fuoco, la strana fiammella precipitata dall’alto del firmamento sulla terra sottostante, se è il disco della luna, oppure la sfera del sole».
I due uomini si misero in cammino, si avviarono chiedendosi come proseguire, trovare la strada che li conducesse al fuoco, al luogo ove era caduta la fiammella. Un fiume scorreva davanti a loro, grande quasi quanto il mare.

Allora il vecchio Väinämöinen cominciò a intagliare una barca, a lavorare d’ascia nella foresta. Ilmarinen, l’altro artefice, fece pagaie da un abete, forti remi da un pino. La barca è pronta con gli scalmi e con i remi; la spingono dentro l’acqua, remano con vigore, senza una meta lungo il corso della Neva, intorno al promontorio del fiume.
Ilmatar, la bella vergine dell’aria, la figlia primogenita della natura, andò loro incontro e rivolse queste parole: «Che uomini siete, quali sono i vostri nomi?».
Il vecchio Väinämöinen disse: «Siamo naviganti: io il vecchio Väinämöinen, l’altro il fabbro Ilmarinen. Informaci della tua stirpe, di’ come sei chiamata».

Ilmatar

La donna pronunciò queste parole: «Sono la più antica tra le donne, la primogenita delle vergini dell’aria, prima madre degli uomini, degna quanto cinque mogli, bella quanto sei spose. Dove andate, uomini, dove vi recate, eroi?».
Il vecchio Väinämöinen rispose in questo modo: «Il fuoco è fuggito da noi, la fiamma è perduta: siamo senza fuoco da lungo tempo, da un pezzo viviamo nelle tenebre. Ci è venuto in mente di andare in cerca di un altro fuoco sceso dal cielo, caduto dalle nubi».

La donna si mise a parlare, pronunciò queste parole: «Ardua è la ricerca del fuoco, faticosa quella della fiamma; già il fuoco s’è scatenato, la fiamma ha causato danni: la scintilla è sfuggita, il rosso globo è caduto dagli spazi dove il Creatore l’aveva creato, dal grande acciarino celeste di Ukko attraverso il liscio firmamento, l’immensità del cielo, per il foro del fumo, lungo la trave secca dentro la casa di Tuuri, nella stanza senza tetto di Palvöinen. Come fu giunto nella nuova casa di Tuuri si volse a compiere misfatti, si abbandonò a gesta crudeli. Bruciò il petto delle fanciulle, tutti divorò i seni delle vergini, guastò le ginocchia dei ragazzi, bruciò la barba del padrone. La madre allattava il bambino in una misera culla; come il fuoco vi fu giunto, perpetrò il suo peggiore misfatto: arse il bambino nella zana, bruciò le mammelle della madre. Il bambino discese a Manala, il fanciullino andò a Tuonela, perché era nato per morire, destinato a perire negli spasimi del rosso fuoco, tra i tormenti della fiamma. Ma la madre era più esperta: non andò affatto da Mana, ché sapeva scongiurare il fuoco, costringere la fiamma a ritirarsi dentro la cruna d’un ago, dentro la scanalatura d’un manico d’ascia, attraverso la ghiera d’una sbarra incandescente, lungo il fossato del campo».

Il vecchio intrepido Väinämöinen si affrettò a domandare: «Dov’è fuggito il fuoco, dov’è volata la scintilla del campo di Tuuri? Nella foresta o in fondo al mare?».

La donna si pronunciò di rimando: «Quando il fuoco se ne partì, dopo che la fiamma si fu allontanata, bruciò molti campi, tante paludi, poi si gettò nell’acqua, dentro i flutti del lago di Aloe che fu sul punto d’infiammarsi, di scintillare per le faville. Tre volte in una notte d’estate, nove volte in una sera d’autunno il lago s’innalzò fin sopra gli abeti, straripò lungo le rive sotto la stretta del fiero fuoco, sottomesso all’aspra fiamma. I pesci furono lasciati all’asciutto, le perche sul fondo secco. I pesci si diedero pensiero, le perche domandarono come potessero esistere, quale sarebbe stata la loro vita: le une rimpiangevano le celle delle provviste, gli altri le antiche dimore, le roccaforti sotto l’acqua.

pesce-rosso«Una perca dalla schiena curva partì a caccia della scintilla, la inseguì, ma non la raggiunse. Si mosse allora un lavarello azzurro: inghiottì la scintilla, trangugiò la fiammella. Allora il lago di Aloe riebbe le sue acque, ritrovò le antiche sponde nel corso d’una sola notte d’estate. Passato un breve istante, uno spasimo colse l’avido, un dolore il pesce che aveva mangiato, una grande angoscia quel ghiottone. Gemeva mentre nuotava, un giorno, poi un altro giorno lungo le isole dei lavarelli, accanto alle buche dei salmoni, oltre le punte di mille promontori, nelle anse di cento isole. Ogni capo lo consigliava, ogni isola aveva un messaggio: “Non c’è alcuno in queste acque calme, neppure nello stretto del lago di Aloe, che inghiotta il misero pesce, o divori lo sventurato stretto dagli spasimi del fuoco, dai tormenti della fiamma?”.

«Un pallido salmone era in ascolto: divorò il lavarello azzurro. Passato un breve istante, uno spasimo colse l’avido, un dolore il pesce che aveva mangiato, una grande angoscia quel ghiottone. Gemeva mentre nuotava, un giorno, poi un altro giorno tra le buche dei salmoni, le profonde grotte dei lucci, oltre le punte di mille promontori, nelle anse di cento isole. Ogni capo lo consigliava, ogni isola aveva un messaggio: “Non c’è alcuno in queste acque calme, neppure nello stretto del lago di Aloe, che inghiotta il misero pesce, o divori lo sventurato stretto dagli spasimi del fuoco, dai tormenti della fiamma?”.

«Giunse allora il luccio grigio: divorò il pallido salmone. Passato un breve istante, uno spasimo colse l’avido, un dolore il pesce che aveva mangiato, una grande angoscia quel ghiottone. Gemeva mentre nuotava, un giorno, poi un altro giorno lungo gli scogli dei gabbiani, accanto alle rocce delle folaghe, oltre le punte di mille promontori, nelle anse di cento isole. Ogni capo lo consigliava, ogni isola aveva un messaggio: “Non c’è alcuno in queste acque calme, neppure nello stretto del lago di Aloe, che inghiotta il misero pesce, che divori lo sventurato stretto dagli spasimi del fuoco, dai tormenti della fiamma?”».

Il vecchio intrepido Väinämöinen e il fabbro Ilmarinen, intrecciarono allora insieme una rete, una nassa di verghe di ginepro: la tinsero in acqua di salice, la rinforzarono con scorza di giunco.
Il vecchio intrepido Väinämöinen volle le donne alla rete: esse la calarono in mare, la trascinarono nell’acqua remando con vigore di promontorio in promontorio, di isola in isola, tra le buche dei salmoni, lungo le sponde delle isole dei lavarelli, fra gli scuri canneti, in mezzo ai bei giunchi.

Si adoprarono e pescarono, gettarono e tirarono la rete, la calarono per dritto, la trassero di traverso, ma non trovarono il pesce che volevano catturare. Allora andarono sull’acqua i fratelli, gli uomini presero la rete: la stesero e la lanciarono, la calarono e la ritirarono all’imboccatura della baia, vicinissimo agli scogli, lungo le scogliere di Kalevala, ma non presero il pesce che desideravano catturare. Il luccio grigio non venne dalle onde calme del golfo, neppure dalla vasta superficie delle acque: piccolo è il pesce, rada la rete.

Vainamoinen-luccioGià si lagnavano i pesci, il luccio parlava al luccio, la trota interrogava la trota, il salmone un altro salmone: «Sono morti gli uomini illustri, periti i discendenti di Kaleva che tessevano reti di filo di lino, intrecciavano nasse di filo di canapa, battevano l’acqua con grandi stanghe, brandivano lunghe pertiche?».
Il vecchio Väinämöinen li udì e rispose di rimando: «Gli eroi non sono morti, il popolo di Kaleva non è perito. Per uno che muore ne nascono due con stanghe migliori, pertiche più lunghe, reti grandi il doppio!».

Intanto il fabbro Ilmarinen si precipitava in mare, correva a sedersi su uno scoglio dentro l’acqua, sopra una rupe presso la spiaggia, tra gli spasimi del fuoco ardente, tra i tormenti della fiamma.
E lì tentò di placare il fuoco, di estinguere la fiamma; poi levò la voce, si pronunciò in questo modo: «Scintilla creata da Dio, fuoco, figlio del sole! Chi ti ha spinto al male, a bruciare le mie gote, attaccare i miei fianchi, accanirti contro di me? come placherò l’ardore del fuoco, come la fiamma, come li renderò impotenti, spezzerò la loro forza perché cessino di tormentarmi, non mi causino più dolore?» […]

Così Ilmarinen placò il fuoco, estinse la fiamma. Il fabbro si sentì meglio, ritornò sano come prima, guarì dalle ferite provocate dalla fiamma. […]
Venne il vecchio Väinämöinen, si fermò sulla soglia e disse: «Fabbro, caro fratello, cosa batti nella tua fucina, perché martelli tutto il tempo?».
Il fabbro Ilmarinen disse di rimando: «Fabbrico una luna d’oro, un sole d’argento per sospenderli nell’aria al di sopra del sesto coperchio del cielo».
Allora il vecchio Väinämöinen si pronunciò in questo modo: «Fabbro Ilmarinen, ti adoperi inutilmente! L’oro non brillerà come la luna, l’argento non risplenderà come il sole!».

Il fabbro compì la sua opera, forgiò la luna e il sole, li sollevò con grande gioia, li issò con molta cura, la luna in cima a un abete, il sole sopra la chioma d’un grande pino; il sudore gli colava dalla fronte, gli gocciolava lungo il viso per il duro lavoro, per l’aspra fatica. Riuscì infine a sollevare la luna, a sistemare il sole: la luna in cima all’abete, il sole sopra la corolla del grande pino.
Ma la luna non splendeva, il sole non brillava. Allora il vecchio Väinämöinen levò la voce, disse: «È ormai tempo di interrogare la sorte, consultare i segni per sapere dov’è fuggito il sole, dov’è svanita la luna».
Il vecchio Väinämöinen, l’eterno saggio, tagliò delle schegge d’ontano, le collocò nel giusto ordine, quindi le rivoltò, le ridispose con le sue dita, interrogò la sorte.

La sorte diede un messaggio sincero, i segni risposero il vero: dissero che il sole si era nascosto, la luna era sparita nella collina rocciosa di Pohjola, dentro il monte di rame.
Il vecchio intrepido Väinämöinen disse allora: «Se mi reco a Pohjola, se prendo le strade dei figli di Pohja, farò risplendere la luna, brillare di nuovo il sole».
Subito si mise in cammino per raggiungere l’oscura Pohjola; avanzò un giorno, avanzò un secondo; al volgere del terzo giorno avvistò le porte di Pohjola, vide ergersi i colli dirupati.

Pohjola-map

Come fu sulla sponda del fiume, gridò a voce alta: «Portatemi una barca perché possa traghettare!».
Ma il grido non fu udito, nessuna barca gli fu portata; allora egli raccolse una pila di legna, i rami secchi d’un pino, fece un fuoco sulla riva, un falò con grande fumo. Le fiamme salivano al cielo, il fumo si levava denso nell’aria.
Louhi, la padrona di Pohjola, andò alla finestra, rivolse lo sguardo verso lo stretto, pronunciò queste parole: «Cos’è quel fuoco che brucia laggiù, all’imbocco dello stretto dell’isola? È troppo piccolo per un fuoco di guerrieri, troppo grande per un fuoco di pescatori».

Allora un fanciullo di Pohjola corse nel cortile per guardare e ascoltare, riferire esattamente: «Sull’altra riva del fiume passeggia un eroe».
Il vecchio Väinämöinen gridò allora una seconda volta: «Porta una barca, ragazzo di Pohjola, una barca per Väinämöinen».
Il ragazzo di Pohjola rispose di rimando: «Non ci sono barche a tua disposizione! Vieni remando con le dita, usa le mani come timone attraverso il fiume di Pohjola».

Allora il vecchio Väinämöinen […] si lanciò nell’acqua come un luccio, dentro il fiume come un lavarello; passa a nuoto lo stretto, lo supera in un baleno. Muove un piede, avanza l’altro, tocca la sponda di Pohjola.
I ragazzi di Pohjola dicono, la malvagia schiera grida: «Entra ora nel nostro recinto!».
Väinämöinen entrò nel recinto di Pohjola. I ragazzi di Pohjola dicono, la malvagia schiera grida: «Entra ora nella nostra casa!».
Väinämöinen entrò nella casa di Pohjola, penetrò sotto il portico, mise la mano sulla maniglia, si fece strada nella stanza, avanzò sotto il tetto.

C’erano uomini che bevevano idromele, tracannavano il dolce mosto, tutti gli uomini con le spade al fianco, tutti gli eroi con l’armatura pronti a pretendere la testa di Väinämöinen, a uccidere l’uomo di Suvantola.
Interrogarono il nuovo arrivato, dissero queste parole: «Che notizie porta il miserabile, qual è l’intento di colui che è giunto a nuoto?».
Vainamoinen-idromeleIl vecchio intrepido Väinämöinen così rispose: «Strane notizie della luna, prodigiose novelle del sole: dove s’è nascosto il sole, dov’è sparita la luna?».

I ragazzi di Pohjola dicono, la malvagia schiera grida: «Il sole se n’è fuggito, la luna è sparita dentro la rupe screziata, dentro il monte di ferro; mai ne usciranno se non saranno liberati, non fuggiranno se non li lasceremo andare».
Il vecchio Väinämöinen disse: «Se la luna non sarà tolta dalla rupe, se il sole non sarà liberato dal monte, dovremo venire alle mani, bisognerà incrociare le spade».

Trasse l’arma dal fodero, snudò la lama affilata: sulla punta brillava una luna, sull’elsa splendeva un sole, un cavallo si ergeva sul dorso, un gatto miagolava sull’impugnatura. Misurarono le spade, provarono le lame: quella di Väinämöinen era un po’ più lunga dello spessore d’una spiga d’orzo, d’un filo di paglia.
Uscirono nel recinto, si fronteggiarono in mezzo al campo. Allora il vecchio Väinämöinen menò un primo colpo, un secondo colpo: falciò la testa ai ragazzi di Pohjola come radici di rapa, come steli di lino.

Quindi il vecchio Väinämöinen andò a cercare la luna, a prendere il sole dalla rupe variegata, dal monte d’acciaio, dalla collina di ferro. Percorse un po’ di strada, avanzò un breve tratto, finché vide un’isola verdeggiante; sopra l’isola una bella betulla, sotto la betulla un grande masso, sotto il masso una roccia con davanti nove porte, cento chiavistelli sulle porte. Vide una striatura nella roccia, una fessura nascosta nel sasso: sguainò lesto la spada, tracciò segni sulla pietra con la lama fiammeggiante, con l’acciaio sfavillante.

La pietra si spaccò in due, il masso si spezzò in tre parti. Il vecchio intrepido Väinämöinen guardò in una spaccatura: serpi bevevano birra, vermi gustavano il succo dell’orzo dentro la roccia screziata, nella fessura colore del fegato.
Il vecchio Väinämöinen disse: «Ecco perché le povere massaie hanno meno birra: la bevono le serpi, la gustano i vermi!».

Quindi il vecchio Väinämöinen, l’eterno saggio, provò a scuotere le porte con la forza delle sue mani, a spezzare i chiavistelli col potere della parola; ma le porte non si aprono sotto la sua mano, i chiavistelli non si curano delle sue parole magiche.
Allora il vecchio Väinämöinen si pronunciò in questo modo: «Un uomo disarmato è come una donna, non vale nulla senza una scure!».
Tornò sui suoi passi, la testa bassa, triste nel cuore: non aveva visto la luna, non aveva ritrovato il sole.

Lo spensierato Lemminkäinen disse: «Vecchio Väinämöinen, perché non mi hai preso con te come compagno di magie? Le serrature si sarebbero aperte, i paletti sarebbero stati spezzati, la luna sarebbe tornata a splendere, il sole avrebbe potuto brillare».
Il vecchio intrepido Väinämöinen disse di rimando: «Non si spezzano i chiavistelli con gli incanti, non s’infrangono le serrature con gli scongiuri, né possono aprirle le mani o scuoterle i pugni».

vecchia-stregaAndò alla fucina del fabbro e così gli parlò: «Fabbro Ilmarinen, forgiami un forcone a tre denti, una dozzina di cunei appuntiti, un grande mazzo di chiavi perché possa trarre la luna dalla rupe, liberare il sole dalle viscere del monte».
Allora il fabbro Ilmarinen, l’artefice eterno, fabbricò il necessario: una dozzina di cunei appuntiti, un grande mazzo di chiavi, un buon fascio di picche non troppo piccole e neppure troppo grandi, ma di medie dimensioni.

Louhi, la padrona di Pohjola, la vecchia sdentata, si fece ali di piume, con quelle si librò nell’aria; volò prima intorno alla sua casa, poi si spinse più lontano, attraverso il mare di Pohjola fino alla fucina di Ilmarinen.
Il fabbro aprì la finestra, guardò per vedere se soffiava il vento. No, non era il soffio della brezza, era uno sparviero grigio.
Il fabbro Ilmarinen parlò, disse: «Cosa cerchi, triste uccello? Perché sei sotto la mia finestra?».
L’uccello si mette a parlare, lo sparviero risponde: «Ilmarinen, artefice eterno! Sei davvero valente, un fabbro di grande maestria».
Il fabbro Ilmarinen rispose di rimando: «Non c’è da stupirsi che sia un artefice di grande maestria: ho forgiato il cielo, fucinato il coperchio dell’aria».

L’uccello riprese a parlare, lo sparviero disse: «A cosa lavori, fabbro? Cosa forgi, ferraio?».
Il fabbro Ilmarinen dice di rimando: «Forgio un collare da gogna per la vecchia di Pohjola, per incatenarla alle falde dell’aspra rupe».
Louhi, la padrona di Pohjola, la vecchia sdentata, sentì incombere la sventura, il giorno fatale sul proprio capo. Subito riprese il volo, si diresse verso Pohjola. Trasse la luna dalla rupe, liberò il sole dalle viscere del monte; poi cambiò aspetto un’altra volta, si mutò in una colomba, tornò in volo alla fucina. Volò fin sulla porta come uccello, fin sulla soglia quale colomba.

Il fabbro Ilmarinen levò la voce, disse: «Perché, uccello, sei giunto in volo, perché, colomba, sei volata sulla soglia?».
La creatura rispose dalla porta, la colomba parlò dal limitare: «Sono volata sulla soglia per portarti una notizia: la luna è uscita dalla rupe, il sole è sorto dalla montagna!».
Il fabbro Ilmarinen andò a vedere di persona. Uscì dalla fucina, scrutò il cielo con grande cura. Vide che splendeva la luna, che già brillava il sole. Si recò da Väinämöinen, disse queste parole: «Vecchio Väinämöinen, cantore eterno! Vieni a contemplare la luna, esci ad ammirare il sole: sono tornati nel cielo, al loro antico posto».
Il vecchio intrepido Väinämöinen uscì lesto nel cortile, alzò subito la testa, rivolse lo sguardo al cielo. La luna si era già levata, il sole aveva ripreso il suo corso.

(Kalevala, runot 47-49)