Ceccardo il Vecchio – Solo per due o tre trabiccoli grammaticali

Troisi-postino

Dovevo solo montare e poi smontare due o tre trabiccoli – non ingaggiarmi in una tenzone teologica. Che ne posso sapere io, di torri piramidi e mausolei? Io, grammatico sono, e per di più di duro comprendonio.
Se lo sono, sono dunque un grammatico cocciuto, tant’è che sono ancora alle prese con le prime istruzioni ricevute: quelle che Madre Natura mi ha scritte a chiare lettere nel corpo, e io quelle lettere, non so come dove e quando, né da chi o da cosa oscurate, io che sono più lento della più lenta Tartaruga, quelle tenebrose lettere, me le devo ancora illuminare.

Dico: quelle poche che mi sono arrivate. Le più, si sono perse per strada. O, forse, quando il postino me le ha recapitate, io non ero in casa. O ero in casa, e non gli ho aperto. Non gli ho aperto, perché in altre faccende sfaccendato a distrarmi da me stesso, voglio dire: lungi dal mio corpo, in fuga o in cerca (non me lo ricordo) di quel Vello d’oro di cui il Dottore si raccomanda: Sta’ attento, non è che il tuo «corpo ideale»! Non prendere lucciole per lanterne!
Ma io, lo stesso, lungi da me abitavo, nientemeno, a casa mia. Ma, tardivamente mi domando: ero così lento e così cocciuto da fingere di non saperlo – o davvero non lo sapevo? Credo, in entrambi i casi, che non toccasse a me saperlo, perché io ero venuto solo per smontare e rimontare quei due o tre trabiccoli piantati di traverso in mezzo alla strada.

Ma vi pare il modo di fare, questo?
Metterci, da bambini, nelle mani dei Teologi!
Ma come può uno non inciampare sul loro catechismo?
Perciò, dovevo solo togliere dalla mia strada quei due o tre tabù, su cui ero andato a sbattere e m’ero fatto la bua. Non dovevo fare nient’altro. Ma, se proprio qualche altra cosa mi sarei potuto concedere, l’ultima era di mettermi a sfidare i Professori di Dottrina, i Maestri in Cattedra, i loro Cristi e rispettivi anticristi.
gregge-teologiIo, grammatico cocciutamente fui e ringrazio dio se grammaticalmente resto quel cocciuto che nacqui di coccia tosta, quando neanche sapevo (figurati!) che stavo nascendo.

Io, grammatico sono. Grammatico scemo. Grammatico della mia stoltezza sono. E a settant’anni – scusate il Ritardo – sto ancora qui a scrivere le lettere di Thot, sia pure rivedute e scorrette. Ancora a disegnare, sia pure nel demotico odierno, solo e sempre i suoi geroglifici, passati per non so quanti aggiornamenti: ancora, all’incirca, le stesse lettere con cui i cabalisti pretendevano di risuscitare l’Adamo androgino della loro «spiritualità». Come non riconoscervi gli stessi ideogrammi con cui i Sumeri provarono a stamparsi in mente le gesta di Gilgameš, il loro «Prometeo»?

Ecco: questo ideogramma qui, per esempio.
Per esempio l’ideogramma Gilgameš. Bene, lo confesso: ho letto e riletto e perfino trascritto decine di volte la sua Epopea, e ci ho visto dentro, o ho creduto di vederci, un sacco di «cose». Ma – mentre le vedevo – la mia cocciutaggine mi rinviava continuamente alla prima domanda: chi è «costui» di cui parla il Racconto?
Leggo di sfuggita una nota a piè di pagina: il nome sumerico dell’Eroe significa qualcosa come «pezzo di legno»!
Mi aspettavo che significasse: il Magnifico o il Temerario, il Senza Macchia e Senza Paura, il Robin Hood di Mesopotamia, l’Avventuriero, il Glorioso o roba del genere. E invece: il Protagonista dell’Epopea è soltanto … un «Pezzo di Legno».

Sono così duro di comprendonio, che – ne sono certo – se non avessi mai letto e riletto e perfino trascritto, non una, non due, ma trecento volte, le Avventure di Pinocchio, neanche lontanamente avrei intravisto un minimo indizio a cui appigliarmi per cominciare a capire qualcosa dell’Eroe più antico del Racconto «scritto».
Ma sì – questa è un’idea geniale! mi sono detto: è un’idea che mi si confà, un personaggio che mi calza bene. Se è di legno, burattino o no che sia, ha pure lui – come me e come Pinocchio – la coccia tosta!
Pure lui, ha da cominciare da capo – dall’abbecedario che suo padre gli ha comprato coi suoi stenti.

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Ricordo che fui fiero d’aver trovato, passando per Pinocchio, questa «affinità elettiva» tra me e Gilgameš. Perché io non sono né magnifico né audace né immacolato né impavido: non ho la Stoffa dell’Eroe. Ho, semmai, quella dell’Imitatore di Eroi immaginari – a cominciare da quello che ho immaginato essere il mio Eroe, il mio «ideale»: quello capace di passare per tutti gli eroi del Racconto, e non solo di quello scritto.
Perché tutti questi Fantasmi «rivivono» nelle piroette di questo Pezzo di Legno che mi ritrovo eroicamente a essere. E che sono stato fiero di essere, almeno fino al giorno in cui nei miei vagabondaggi non mi sono imbattuto in certi racconti amazzonici. Sai com’è: nella foresta, di legno ce n’è in abbondanza. E chi nella foresta ci vive ha imparato a distinguere legno e legno – quantomeno il legno vivo dal legno morto.

E poiché sono pur io un «pezzo» dell’Albero, della hylê, della Materia Prima di tutti i racconti, finché sono «vivo», dicono in Amazzonia, non sono ancora legno buono da accendere un fuoco. Per il Fuoco, dicono, bisogna accendere la Morte. Bisogna costringerla a sputare o vomitare altra «vita». Per accendere il fuoco d’una nuova fantasia, bisogna bruciare «legno morto».

Mettiamola così: un ramo è stato strappato all’Albero, per farne un bastoncino «maschio», maschio come era maschio quel seduttore incallito di Gilgameš che non lasciava che una sola femmina sfuggisse al suo focoso trapanamento. Con tutte, girando ora di qua ora di là, egli in realtà non danzava che col suo zikru – col suo «corpo ideale»: tutti i bastoncini femmine con cui si sfregava, non erano che i «numeri» del Santo Nome di quel Corpo «aureo» (ma va bene anche «etereo»).
Sono i numeri di questo nome con cui ora mi nomino «Bastoncino Maschio» Rapido Forte Impetuoso, si affretta a dire dal canto suo Susanowo. Volevo girare nel grembo di mia sorella Amaterasu – quando sono venuti i catechisti a vietare lo sposalizio di Marte e Venere, perché, a loro dire, era qualcosa di «sovrumano» o forse addirittura di «sovraceleste».

mano-fuocoI catechisti hanno piantato in mezzo alla mia strada due o tre tabernacoli, per separare il Fuoco dalle fiamme dell’inferno!
Il Fuoco – essi dicono (ma suppongo che mi ci vorranno altri settant’anni per capirlo) – non si accende sempre, e quelle poche volte che si accende, niente assicura che le sue non siano fiamme distruttrici.
Il Fuoco – dicono a loro volta i Filosofi (basti qui Eraclito a nome di tutti) – si accende solo il giorno in cui «Bastoncino Maschio» è messo di fronte al suo zikru – solo il giorno in cui affronta il suo Doppio, il suo Nome, il suo Vello d’oro, la sua γνώμη.

In quanto grammatico, io solo questa specie di trabiccolo «sostantivato» devo spostare – perché la sua «sostanza» sosta in mezzo alla strada e mi ostruisce il comprendonio.
Devo solo provare ad afferrare questo minimo inghippo: com’è che il Nome «frena» la frenetica incontinenza di Gilgameš o di Susanowo? per quale sua magica virtù, li «contiene» sul limite della metonimia perpetua a cui pure sembrano destinati?

Gilgameš accende un fuoco, e poi un altro, e un altro ancora: una femmina dopo l’altra, questo Bastoncino però non fa ancora che scintille, dice Freud. Accende, in principio, solo frammenti, ma non produce ancora un «desiderio maturo». Non c’è bastoncino femmina con cui non danzi il suo girotondo lussurioso («a produrre lux»).
Solo che, l’una dopo l’altra, le «consuma» tutte, queste scintille. Le «estingue» mentre le accende. Solo il giorno in cui «riconosce» una Sola Metafora nella successione di questa a quell’altra «fiamma» (d’amore), solo allora Gilgameš giunge a mettere a fuoco il suo proprio Nome.
Anche Ulisse, prima di arrovellare nel fuoco il palo con cui accecare il Ciclope, non aveva ancora un nome: era ancora Nessuno!

È da che accendo il fuoco, e sono «morto» all’Uno che ero, è da allora che mi chiamo, dunque, Pezzo di Legno. Perché questo in principio fui: un ramoscello, un pezzo di Legno. E finché non mi spezzai in due, in modo da essere, insieme, vivo e morto, finché non mi divisi in modo da morire all’Uno che ero, e vivere, in compenso, questa «seconda vita», io non ero ancora un carbone per accendere un qualunque fuoco nella mia stessa memoria.
È da quando fui attraversato da questa prima Frazione, è da allora che sono, cocciuto come sono, ancora quel «minimo» di astuzia umana, per cui posso, allo stesso tempo, credermi il Grammatico di tutte le lingue del mondo, e insieme l’Ignorante Analfabeta rintanato nel suo «autismo».
Sono, è vero, così minimo che, a mia insaputa, posso rimanere sempre all’oscuro di me stesso, e tale rimango finché, come don Giovanni, mi sposo con tutte le scintille che accendo – della serie «… e … e … e …».
Minimo e così insignificante che posso, perfino con piacere, moltiplicarmi per ciascuna di loro, sempre uno restando, sempre Nessuno, sempre Anonimo.

Ma così non muoio, e se non muoio, non posso illuminare le mie più antiche lettere, che sono, ci scommetto, anche le mie più tenebrose. Se non muoio un’altra volta di quella stessa morte di «quando Uno divenne Due» (Nietzsche), di quando l’Ermafrodito per ordine di Giove fu «segato in due» (Platone), se non divento Simbolo (zikru) di me stesso, se non ho un gemello da «immortalare» sulla mia pelle, un «corpo ideale» a cui immolare il mio «corpo reale», ogni mio gesto, atto, o parola, è destinato a non vedere la luce.
Sono settant’anni che cocciutamente mi ripeto la stessa domanda: sono solo io a trovarmi così «diviso»? O l’Epopea di Gilgameš, una volta rimossi quei due o tre trabiccoli «ideali», sta a raccontare proprio il contrario?
Che, cioè, la Frazione, la Divisione dell’Uno in Due è la conditio sine qua non di ogni Pezzo di Legno «morto in vita», per vivere un pezzo del Racconto umano?

(Ceccardo il Vecchio, Opus imperfectum ad Mattheum)