Galles – Artù riabbraccia Owein

Un giorno in cui Gwalchmei passeggiava con l’imperatore Artù, guardò il suo signore e lo vide triste e pensieroso. Gwalchmei provò gran duolo nel vederlo in tale stato e gli chiese: «Signore, cosa t’è accaduto?».
«Sul mio onore e per l’amore di Dio, Gwalchmei, provo rimpianto per Owein che già da tre lunghi anni s’è allontanato da me; se ne trascorrerò un quarto senza vederlo, la mia anima non resterà nel mio corpo. Sono certo che egli s’è allontanato da noi in seguito al racconto di Kynon figlio di Clydno».
«Non serve che per questo tu riunisca le tue truppe – disse Gwalchmei – con le sole tue genti puoi vendicare Owein se è stato ucciso, liberarlo se è prigioniero, e ricondurlo a te se è ancora in vita».

Artù-kingE fu deciso di fare ciò che aveva detto Gwalchmei. Artù e gli uomini della sua casa fecero tutti i preparativi necessari per andare alla ricerca di Owein. Erano in numero di tremila, senza contare i subordinati. Kynon figlio di Clydno faceva loro da guida.
Giunsero alla roccaforte in cui era stato Kynon: i giovani stavano lanciando i coltelli nel medesimo luogo, e l’uomo biondo si teneva presso a loro. Appena scorse Artù, lo salutò e l’invitò: Artù accettò l’invito.
Andarono al castello. Malgrado il loro gran numero, nel castello non ci si accorgeva della loro presenza. Le pulzelle si alzarono per servirli. Mai prima essi avevano visto servizio più impeccabile di quello di tali fanciulle. I valletti addetti ai cavalli servirono Artù quella notte in modo non inferiore a quello cui l’imperatore era uso nella propria stessa corte.

L’indomani mattina Artù si mise in cammino, con Kynon per guida. Giunsero dall’uomo nero: ad Artù la sua statura parve ancora maggiore di quanto gli fosse stato detto. Si inerpicarono fino alla sommità della collina e seguirono la vallata fino all’albero verde, finché scorsero la fontana e il bacile sulla lastra.
Allora Kei si avvicinò ad Artù e gli disse: «Signore, conosco perfettamente il motivo di questa spedizione e ho una preghiera da rivolgerti: lasciami gettare l’acqua sulla lastra e subire la prima pena che ne deriverà».

Artù glielo concede. Kei versa l’acqua sulla pietra e subito scoppia il tuono; dopo il tuono la grandine: mai avevano sentito rumore o avvertito rovescio simile. Molti degli uomini di rango inferiore del seguito di Artù furono uccisi dalla grandine.
Appena la grandine ebbe termine, il cielo si schiarì. E quando essi alzarono gli occhi sui rami, non vi videro più una sola foglia. Gli uccelli si posarono sull’albero; certo, essi non avevano mai sentito musica comparabile con quel canto. Poi videro un cavaliere su un cavallo tutto nero, vestito di broccato di seta tutto nero, giungere a forte andatura.
Kei gli andò incontro e si batté con lui. Il combattimento non fu lungo: Kei fu gettato a terra. Il cavaliere eresse un padiglione; Artù e le sue genti fecero altrettanto per la notte.

L’indomani mattina, quando si alzarono, scorsero l’insegna di battaglia sventolare sulla lancia del cavaliere.
Kei andò a trovare Artù: «Signore – disse – ieri fui gettato a terra in cattive condizioni. Se ciò ti aggrada, andrei a battermi col cavaliere quest’oggi».
«Te lo concedo», disse Artù.

Kei si diresse verso il cavaliere, che subito lo gettò a terra. Poi lo guardò e, assestatogli un colpo con l’estremità della lancia sulla fronte, scalfì elmo, cappuccio, pelle e anche carne fino all’osso, per tutta la larghezza dell’estremità dell’asta.
Kei tornò dai compagni. Allora le gente della casa di Artù andarono a uno a uno a battersi con il cavaliere, finché in piedi rimasero solo Artù e Gwalchmei.
Artù indossava le armi per andare a battersi con il cavaliere, quando Gwalchmei gli disse: «Signore, lascia che io vada per primo contro il cavaliere».
Artù acconsentì.

Allora egli andò contro il cavaliere; poiché indossava una cappa di broccato di seta che gli aveva donato la figlia del conte di Angiò, e che copriva lui come il suo cavallo, nessuno in tutta l’armata poteva riconoscerlo.
I cavalieri si attaccarono e si batterono quel giorno fino a sera, eppure nessuno dei due fu mai sul punto di soverchiare l’altro.
L’indomani andarono a battersi con lance spesse, ma nessuno poté trionfare sull’altro. Il giorno seguente, andarono al combattimento con lance solide, grosse e spesse. Infiammati dalla collera, si caricarono fino a mezzogiorno, e infine si assestarono un colpo così violento che i finimenti dei cavalli si spezzarono ed essi volarono a terra passando sopra la groppa del cavallo.

duello-medievaleSubito si rialzarono, estrassero le spade e si batterono. Mai, a parere di quanti assistevano, s’erano visti uomini sì valenti e forti. Se fosse stata notte oscura, essa sarebbe stata rischiarata dalle scintille che scaturivano dalle loro armi.
Infine, il cavaliere inferse a Gwalchmei un tal colpo che l’elmo, ruotando, gli lasciò scoperto il viso, sì che il cavaliere lo riconobbe.
«Sire Gwalchmei – disse allora Owein – non ti riconobbi per la cappa che ti copriva; tu sei mio cugino germano. Prendi la mia spada e le mie armi».
«Sei tu il mio signore – rispose Gwalchmei – tu hai vinto; prendi dunque la mia spada».

Artù notò tutto e si avvicinò.
«Sire Artù – disse Gwalchmei – ecco Owein che m’ha vinto; non vuole ricevere da me la mia spada»
«Signore – disse Owein – è lui il vincitore, e non vuole la mia spada».
«Datemi le vostre armi – disse Artù – e così nessuno di voi avrà vinto l’altro».
Owein gettò le braccia al collo di Artù e si baciarono. Accorsero le genti di Artù e vi fu tanta calca e fretta di vedere Owein e di abbracciarlo, che poco mancò che vi fossero dei morti.
Trascorsero la notte nei padiglioni.

L’indomani, Artù manifestò l’intento di mettersi in cammino.
«Signore – disse Owein – non devi agire in tal guisa. Oggi sono tre anni che ti ho lasciato e che questa terra mi appartiene. Da allora sto approntando un banchetto per te. Sapevo che saresti venuto a cercarmi. Verrai dunque con me per riposarti dalla fatica, tu e i tuoi uomini. Potrete anche fare un bagno».

Si recarono tutti insieme al castello della Dama della Fontana e dopo tre mesi giunsero alla fine del festino che aveva richiesto tre anni per essere approntato. Mai banchetto parve loro più piacevole o migliore.
Allora Artù pensò alla partenza e mandò messaggeri alla Dama per chiederle di lasciar andare con lui Owein, al fine di mostrarlo per tre mesi ai gentiluomini e alle dame dell’isola di Britannia.
La Dama lo concesse, malgrado la pena che ne provava. Owein andò con Artù nell’isola di Britannia. Giunto tra i propri compatrioti e compagni di festa, vi rimase tre anni invece che tre mesi.

(Mabinogion: La dama della fontana)