Calvino – Una notte in Paradiso

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C’erano una volta due grandi amici che dal bene che si volevano avevano fatto questo giuramento: chi si sposa per primo dovrà chiamare l’amico per compare d’anello, anche se si trovasse in capo al mondo.
Dopo un po’, uno dei due amici muore. L’altro, dovendosi sposare, non sapeva come fare, e chiese consiglio al confessore.
«Brutto affare – disse il pievano – tu la tua parola devi mantenerla. Invitalo anche se è morto. Va’ alla tomba e digli quello che gli devi dire. Sta poi a lui venire o no».

Il giovane andò alla tomba e disse: «Amico, è venuto il momento; vieni a farmi da compare d’anello!».
S’aperse la terra e saltò fuori l’amico.
«Sì che vengo, devo pur mantenere la promessa, perché se non la mantengo mi tocca stare chissà quanto tempo in Purgatorio.

Vanno a casa, e dopo in chiesa per lo sposalizio. Poi ci fu il banchetto di nozze e il giovane morto cominciò a raccontare storie d’ogni genere, ma di quel che aveva visto all’altro mondo non ne faceva una parola. Lo sposo non vedeva l’ora di fargli delle domande ma non ne aveva il coraggio.
Alla fine del banchetto, il morto s’alza e dice: «Amico, visto che t’ho fatto questo piacere, dovresti venire ad accompagnarmi un pezzetto».
«Certo, perché no? però, senti, solo un momentino, perché, sai, è la prima notte con la sposa …».
«Ma sì, come vuoi».

notte-cimiteroLo sposo diede un bacio alla sposa. «Vado fuori un momento e torno subito», e uscì col morto.
Chiacchierando del più e del meno arrivarono alla tomba. S’abbracciarono. Il vivo pensò: «Se non glielo domando ora non glielo domando più», si fece coraggio e gli disse: «Senti, vorrei chiederti una cosa, a te che sei morto: di là, come si sta?».
«Io non posso dire nulla – fece il morto. – Se vuoi sapere vieni anche tu in Paradiso».

La tomba s’aperse, e il vivo seguì il morto. E si trovarono a essere in Paradiso. Il morto lo condusse a vedere un bel palazzo di cristallo con le porte d’oro e dentro gli angeli che suonavano e facevano ballare i beati, e San Pietro che suonava il contrabbasso.
Il vivo stava a bocca aperta e chissà quanto sarebbe rimasto lì se non avesse avuto da vedere tutto il resto.

«Vieni in un altro posto, adesso!», gli disse il morto e lo portò in un giardino in cui gli alberi invece di foglie avevano uccelli di tutti i colori che cantavano.
«Andiamo avanti, cosa fai lì incantato!», e lo portò in un prato in cui ballavano gli angeli, allegri e dolci come innamorati.
«Ora ti porto a vedere una stella!». Sulle stelle non si sarebbe mai stancato di guardare; i fiumi invece che d’acqua erano di vino e la terra era di formaggio.

Tutto a un tratto si riscosse: «Di’, compare, sarà già qualche ora che sono quassù. Bisogna che torni dalla sposa che sarà in pensiero».
«Sei già stufo?».
«Stufo? Sì: stesse a me …».
«E ce ne sarebbe ancora da vedere!».
«Lo credo, ma è meglio che vada».
«Bene, come vuoi», e il morto lo riaccompagnò fino alla tomba e poi sparì.

Il vivo uscì dalla tomba, e non riconosceva più il cimitero. Era tutto pieno di monumenti, statue, alberi alti. Esce dal cimitero e invece di quelle casette di sassi tirate su alla meglio, vede dei gran palazzi, e tranvai, automobili, aeroplani.
«Dove diavolo sono? Ho sbagliato strada? Ma com’è vestita questa gente?».
Domanda a un vecchietto: «Galantuomo, questo paese è …?».
«Sì, si chiama così, questa città».
«Bene, non so perché, non mi ritrovo. Sapete dirmi dov’è la casa di quello che si è sposato ieri?».
«Ieri? Mah, io faccio il sagrestano, e posso dire che ieri non s’è sposato nessuno!».
«Come? Io, mi son sposato!», e gli raccontò che aveva accompagnato in Paradiso il suo compare morto.

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«Ti sogni – disse il vecchio. – Questa è una vecchia storia che raccontano: dello sposo che ha seguito il compare nella tomba e non è più tornato, e la sposa è morta dal dolore».
«Ma no, lo sposo sono io!».
«Senti, l’unica è che tu venga a parlare qui col nostro Vescovo».
«Vescovo? Ma qui in paese c’è solo il pievano».
«Che pievano? Sono tanti di quegli anni che qui ci sta il Vescovo». E lo portò dal Vescovo.

Il Vescovo, quando il giovane gli raccontò cosa gli era successo, si ricordò di una storia sentita da ragazzo. Prese i libri, cominciò a sfogliarli: trent’anni fa, no; cinquant’anni fa, no; cento, no; duecento, no. E continua a scartabellare.
Alla fine, su una carta tutta rotta e bisunta, trova proprio quei nomi.
«È stato trecent’anni fa. Quel giovane è scomparso nel cimitero e la sua sposa è morta di dolore. Leggi qui se non ci credi!».
«Ma sono io!».
«E sei stato all’altro mondo! Raccontami, raccontami qualcosa!».
Ma il giovane diventò giallo come la morte e cadde in terra. Così morì, senza poter raccontare nulla di quel che aveva visto.

(Calvino, Fiabe italiane: 40)