Garcia Lorca – Nacchera

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Nacchera.
Nacchera.
Nacchera.
Scarabeo sonoro.

Nel ragno della mano
arricci il vento
caldo,
e affoghi il tuo trillo
di legno.

Nacchera.
Nacchera.
Nacchera.
Scarabeo sonoro.
(Garcia Lorca)

***

Tutto ciò che è «cavo» è nacchera. A questo ci porta l’etimologia (dall’arabo nakâra, «scavare, incavare»). Ci porta di fronte alla domanda: è «nacchera» una qualunque cavità, o solo quella che risuona?
Perché ci sono caverne mute e caverne sonanti.
Ci sono caverne da cui nulla «esce»: se qualcuno ci vive dentro, non esce, non riesce, non viene al mondo, non gioca al Racconto. Rimane incavato in sé, chiuso nel suo grembo «sterile», disperso nel suo «autismo». Non si azzarda a mandare neanche un’eco della folle voce di una Sibilla. Tace. Si guarda bene dal fare il minimo rumore. E perciò è roba morta prima ancora di nascere. Può essere anche che sia roba santa, oro puro o diamante indistruttibile, però non si concede alla vita, non si avventura nella Parola – si trattiene nella più chiusa delle continenze, nel perpetuo digiuno e nell’eterna astinenza. Non viene a vivere e a morire, qui – in mezzo a noi uomini, qui nel Racconto Umano, qui nella foresta di simboli che è l’Esserci di questo «coso» leggendario che bene o male chiamiamo Uomo.

Si trattiene: bocca chiusa – ano sigillato.
È cavo, e tuttavia non è nacchera.
Perché la nacchera è scarabeo – dalle «feci» del Vento, dalla merda di uno Spirito incontinente, dagli escrementi del Suo essere misterioso, è capace di estrarre altra vita. Una vita che si racconta. Una vita che non vive e basta, una vita che non rimane aggrappata al solo Albero della vita, ma che disobbedisce alla propria solitudine, che trasgredisce al punto da volersi conoscere, costi quel che costi quella certa proibizione.

Come Prometeo viene via dall’Olimpo e abdica alla sua muta eterna Vita in sé divinamente defunta – così ogni cucciolo si umanizza alla maniera dello scarabeo: in primis, avvoltolando trascina pallottole di sterco per farne la sua casa.
Viene via dalla Casa dei canti «muti», viene via dal narcisismo fatto solo di occhi (più o meno civettuoli), solo di sguardi impotenti a parlare qualsiasi altra lingua che non sia il Silenzio Eterno. Lo scarabeo raccatta il peggio del peggio che c’è in circolazione, per far risuonare cavità che altrimenti resterebbero mute. Mondi che mai si sarebbero uditi, e perciò mai sarebbero esistiti.

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Lo scarabeo è lo strumento d’ogni musica. Per arrivare a tanto, accetta di sporcarsi con la merda del non essere. Non è un caso che gli antichi egizi lo venerassero come animale sacro. Lo scarabeo blu, il signore del molo di lapislazzuli. Ma chi potrà mai capire fino in fondo l’ardito simbolo, se non un poeta di razza andalusa, come Garcia Lorca?

Ogni cavità da cui sia estratto un suono, un nome, è nacchera.
Lo scarabeo va e viene «metaforizzando» merda.
Ed ecco. Nel ragno della mano …

Cavità … mano: la mano muta ha cinque dita, tentacoli come zampe di ragno immaginale che tesse, a mo’ di Penelope, il disperato sogno d’acciuffare il vento. Il vento è suono perpetuo, incessante muta accento e pensiero. La Donna è mobile … è l’Eco che di lassù vibrando trema nel Vento, e non c’è che una piuma a darci l’immagine degli invisibili spostamenti del suo essere.

Il vento soffia dove vuole. E tutto spazza via, tranne – forse – quel che il ragno riesce ad arricciare, ma solo per un istante, dentro le dita della sua passione. Il vento vi entra freddo, e ne esce caldo. Il vento soffia per venire a prendersi il calore di quel «coso» lì, il calore Umano.

Nacchera. Tu dai calore alle parole. Alle parole il ragno muto dà colore. Di suoni tu fai immagini. Il ragno, la mano, il riccio … ma è solo un attimo, perché subito dopo «affoga» il breve trillo d’ogni vita. D’ogni suono che sia giunto alla vita, ma per durarvi solo un attimo. E poi di nuovo trovarsi a essere spazzato via dal vento, di nuovo merda, di nuovo passato.
Per non essere più che sterco caro solo allo scarabeo. Lui ne farà la sua nuova casa. Una casa che non finirà mai d’essere costruita. Perciò lo scarabeo, imperterrito, va e viene e, costi quel che costi, dalla lordura degli occhi, dagli escrementi di Narciso, estrae ancora un’Eco.
Un’eco «diminuita», appena una risonanza andalusa.