Galles – Il racconto di Kynon

tessitrici-finestra

L’imperatore Artù si trovava a Caer Llion sull’Usk. Un giorno era seduto nella propria camera in compagnia di Owein figlio di Uryen, di Kynon figlio di Clydno e di Kei figlio di Kynyr.
Gwenhwyar [Ginevra] e le sue damigelle cucivano presso la finestra.

Si diceva che alla corte di Artù vi fosse un guardiano della porta ma, in realtà, non v’era affatto: ne svolgeva il ruolo Glewlwyt Presa Possente. Riceveva gli ospiti e le genti che venivano da lontano, rendeva loro i primi onori, li informava dei costumi e delle usanze della corte, indicava la sala e la camera a coloro che avevano il diritto di entrarvi, e la dimora a coloro che avevano diritto all’alloggio.
In mezzo alla camera, l’imperatore Artù era seduto su un seggio di giunchi verdi ricoperto d’un mantello di broccato di seta giallo-rosso; sotto il gomito, un cuscino foderato di broccato di seta rosso.

«Uomini – disse Artù – se non vi prendeste gioco di me, riposerei volentieri in attesa del desinare. Quanto a voi, potete conversare e prendere boccali di idromele e fette di carne dalle mani di Kei».
E l’imperatore si addormentò.

Kynon figlio di Clydno chiese a Kei ciò che l’imperatore aveva accordato.
«Prima – disse Kei – voglio il racconto che mi è stato promesso».
«Uomo – disse Kynon – la cosa migliore che tu possa fare è di mantenere la promessa di Artù. Poi noi ti racconteremo la migliore storia che ci è dato conoscere».
Kei andò nella cucina e nella cantina, ne tornò con brocche di idromele, una coppa d’oro, e le mani piene di spiedi su cui erano infissi pezzi di carne. Essi presero la carne e si misero a bere l’idromele.

«Adesso – disse Kei – tocca a voi pagarmi col racconto».
«Kynon – disse Owein – paga a Kei il suo racconto».
«A dire il vero – disse Kynon – tu sei più vecchio di me, miglior narratore e hai visto un numero maggiore di eventi straordinari: paga a Kei il suo racconto».
«Comincia tu, con quel che conosci di più notevole».
«Comincerò», disse Kynon.

Ero l’unico figlio di mio padre e di mia madre, ero impetuoso, credevo che al mondo non esistesse nessuno capace di superarmi in prodezze.
Avendo portato a termine tutte le gesta che potevo compiere nel mio paese, feci i preparativi necessari e mi misi in viaggio verso i confini del mondo e i luoghi selvaggi.
Infine mi imbattei in un vallone, il più bello del mondo, coperto di alberi d’eguale altezza, traversato in tutta la sua lunghezza da un fiume dalle acque rapide. Un sentiero correva lungo la riva; lo seguii fino a mezzogiorno e continuai dall’altra parte del fiume fino a nona.

cavaliere-solitarioGiunsi a una vasta pianura, all’estremità della quale c’era una fortezza sfavillante, lambita dai flutti. Mi diressi al castello, ove ai miei occhi si presentarono due giovani dai capelli biondi ricciuti, ciascuno con in capo un diadema d’oro; i loro abiti erano di broccato di seta giallo; ai piedi, stivaletti di cordovano nuovo fermati alle caviglie da fibbie d’oro; in mano tenevano archi d’avorio le cui corde erano di nervi di cervo, le frecce avevano l’asta di osso di balena e le barbe di piume di pavone; la testa delle aste era d’oro; anche la lama dei loro coltelli era d’oro, e il manico di osso di cetaceo.
Essi stavano lanciando i coltelli.

A poca distanza, scorsi un uomo dai capelli biondi ricciuti, nel pieno delle sue forze, la barba rasata di fresco. Era vestito di un abito e di un mantello di broccato di seta giallo; un profilo di filo d’oro bordava il mantello. Ai piedi calzava scarpe alte di cordovano fermate con un bottone d’oro.
Appena lo scorsi, mi avvicinai a lui per salutarlo, ma era uomo sì cortese che il suo saluto precedette il mio. Andammo insieme al castello.

Non v’erano altri abitanti che quelli che si trovavano nella sala. Ventiquattro pulzelle erano intente a cucire presso la finestra, e ti dirò, Kei, e non credo di sbagliarmi, che la più brutta era più bella della più bella fanciulla che mai abbia visto nell’isola di Britannia; la meno bella era più affascinante di Gwenhwyar [Ginevra], moglie di Artù, quando è più bella, nel giorno di Natale o nel giorno di Pasqua, per la messa.
Esse si alzarono al mio arrivo. Sei di loro si impadronirono del mio cavallo e mi disarmarono; altre sei mi presero le armi e le lavarono in un bacile, al punto che non si poteva vedere nulla di più bianco.

Un terzo gruppo di sei mise le tovaglie sulle tavole e preparò il desinare. Il quarto gruppo di sei mi liberò degli abiti da viaggio e me ne dette altri: camicia, brache di fine tessuto, abito, sopravveste e mantello di broccato di seta giallo; il mantello era ornato da una larga fascia di passamaneria. Sotto e intorno a me posero numerosi cuscini ricoperti di fine tela rossa.
Ci sedemmo.

Le sei che mi avevano preso il cavallo lo sbarazzarono di tutti i finimenti in modo impeccabile, come fossero state i migliori scudieri dell’isola di Britannia.
Subito ci furono portati acquamanili d’argento per lavarci e salviette di tela fine, alcune verdi, altre bianche.

Quando ci fummo lavati, l’uomo che mi accompagnava si mise a tavola, e io sedetti accanto a lui e a tutte le pulzelle del mio seguito più in basso, a eccezione di coloro che servivano a mensa.
La tavola era d’argento e la biancheria di tela fine; quanto ai piatti da portata, non uno che non fosse d’oro, d’argento o di corno di bue selvaggio.
Ci furono servite le pietanze. Puoi credermi, Kei, non v’era portata o bevanda che io conoscessi che non vi fosse rappresentata, con la sola differenza che piatti e bevande erano molto meglio serviti che in qualunque altro posto.

banchetto-medievale

Giungemmo a metà del banchetto, senza che l’uomo o le pulzelle avessero pronunciato parola. Quando al mio ospite parve che io fossi più disposto a parlare che a mangiare, mi chiese chi fossi.
Io gli dissi che ero felice di trovare con chi conversare e che il solo difetto che potevo imputare alla sua corte era che vi fossero sì cattivi parlatori.
«Signore – egli disse – avremmo già parlato con te, non fosse stato per il timore di turbare il tuo pasto; ora lo faremo».

Gli feci sapere chi ero e qual era lo scopo del mio viaggio: volevo trovare qualcuno che potesse vincermi, o trionfare io su tutti.
Egli mi guardò e sorrise: «Se non temessi – disse – che te ne derivasse troppo male, ti mostrerei ciò che cerchi».
Ne ebbi gran duolo e gran pena.
Egli se ne accorse e aggiunse: «Poiché preferisci che io ti mostri cosa che ti porta svantaggio più che vantaggio, lo farò: dormi qui questa notte. Domani, levati di buon’ora, segui il sentiero lungo la vallata, finché raggiungi il bosco che hai attraversato. Un po’ più avanti, nel bosco troverai un altro sentiero che si biforca verso destra: seguilo finché non sarai a una vasta spianata. Nel mezzo della spianata sorge un’altura sulla cui sommità vedrai un grande uomo nero, grande almeno quanto due uomini di questo mondo; ha un solo piede e un solo occhio in mezzo alla fronte. Impugna una mazza di ferro e ti assicuro che non vi sono due uomini al mondo che non vi troverebbero il proprio fardello. Non è cattivo, ma di brutto aspetto. È il guardiano del bosco, e attorno a lui vedrai pascolare migliaia di animali selvaggi. Chiedigli la strada che porta fuori della spianata. Lui si mostrerà burbero, ma ti indicherà una strada che ti permetterà di trovare ciò che cerchi».

Quella notte mi parve lunga. L’indomani, alle prime luci dell’alba, mi alzai, mi vestii, montai a cavallo e avanzai lungo la vallata del fiume fino al bosco, poi imboccai il sentiero che biforcava a destra e giunsi alla spianata.
Arrivato, mi parve vi pascolassero animali selvaggi in numero almeno tre volte maggiore di quanto mi avesse detto il mio ospite. L’uomo nero era seduto sulla cima dell’altura.
Il mio ospite mi aveva detto che era alto: ebbene, lo era molto di più.
La mazza di ferro che, secondo lui, avrebbe pesato quanto due uomini, sono sicuro, Kei, che quattro guerrieri vi avrebbero trovato il proprio fardello: l’uomo nero la teneva in mano.

uomo-neroLo salutai, ed egli rispose burbero.
Gli domandai: «Che potere hai tu su questi branchi d’animali?».
«Te lo mostrerò, piccolo uomo», mi rispose.
Afferrò la mazza e assestò un buon colpo a un cervo. Il cervo bramì e, subito, alla sua voce accorsero tanti animali quante sono le stelle del cielo, tanto che io faticavo molto a restare in piedi in mezzo a loro nella radura; e in più, v’erano serpenti, vipere, e ogni sorta di bestie.
Egli li guardò e ordinò loro d’andare a pascolare.
Essi abbassarono la testa e gli mostrarono lo stesso rispetto che uomini sottomessi al proprio Signore.
«Vedi, piccolo uomo – mi disse allora l’uomo nero – il potere che io ho su questi animali».

Gli chiesi allora d’indicarmi la via. Egli si mostrò rude, e tuttavia mi domandò dove volessi andare. Gli dissi chi ero e cosa volevo. Egli mi diede le indicazioni: «Prendi il cammino in fondo alla radura in direzione di quel colle roccioso. Quando sarai salito sulla cima del colle, vedrai una pianura, una sorta di grande vallata irrigua. In mezzo vi scorgerai un albero maestoso; l’estremità dei suoi rami è più verde del più verde degli abeti; ai piedi dell’albero c’è una fontana, e sul bordo della fontana una lastra di marmo, e sulla lastra un bacile d’argento attaccato a una catena d’argento, di modo che non è possibile separarli. Tu, prendi il bacile e versa la sua acqua sulla lastra. Subito udrai un tuono che farà tremare la terra e il cielo. Al tuono seguirà un rovescio di grandine gelata: a malapena riuscirai a sopravvivere. Dopo la grandine farà bello. Sull’albero la grandine non avrà lasciato una sola foglia; dopo la grandine, giungerà un volo d’uccelli che si poseranno sull’albero: mai nel tuo paese avrai sentito musica paragonabile al loro canto. Nel momento in cui più ne proverai piacere, di colpo udrai giungere dalla vallata lamenti e gemiti, e subito ti apparirà un cavaliere su un cavallo tutto nero, vestito di broccato di seta nero, la lancia ornata d’uno stendardo di tela fine tutta nera. Egli ti attaccherà più in fretta che potrà. Se fuggirai, ti raggiungerà. Se – da cavaliere quale sei – l’attenderai, ti disarcionerà. Se questa volta non patirai sofferenza, sarà inutile che la ricerchi finché avrai vita».

Senza perdere tempo seguii le sue indicazioni: presi il sentiero che portava sulla sommità della collina, da cui scorsi ciò che l’uomo nero mi aveva annunciato; mi avvicinai all’albero e sotto vi vidi la fontana con la lastra di marmo e il bacile d’argento attaccato alla catena.
Presi il bacile e lo riempii d’acqua che versai poi sulla lastra. E subito ecco un tuono, e molto più forte di quanto mi avesse detto l’uomo nero, e dopo il rombo del tuono, la grandine: ero ben persuaso, Kei, che né uomo né animale sorpreso allo scoperto da quel rovescio ne avrebbe avuta salva la vita. Non un solo chicco di grandine era arrestato dalla pelle o dalla carne, ma penetravano fino all’osso.

cavaliere-neroGiro la groppa del cavallo contro la grandine, pongo l’umbone dello scudo sulla testa del cavallo e sulla criniera, la gualdrappa sulla mia testa, e in tal guisa sopporto la grandine.
Do un’occhiata all’albero: non c’è più una foglia. Allora il tempo si fa sereno. E subito gli uccelli vengono a posarsi sui rami e si mettono a cantare, e sono certo, Kei, di non aver mai udito, né prima né dopo, musica comparabile a quella.

Nel momento che il loro canto parve colmare il mio cuore di una gioia mai provata prima, ecco i lamenti giungere a me dalla valle, e una voce che mi dice: «Cavaliere, cosa vuoi da me? Che male ti ho procurato, perché tu faccia a me e ai miei sudditi quanto mi hai fatto oggi? non sai che la grandine non ha lasciato in vita né creatura umana né animale che abbia sorpreso allo scoperto?».

Subito si presenta un cavaliere su un cavallo tutto nero, vestito di broccato di seta tutto nero, e con uno stendardo di tela tutta nera.
Ci attaccammo. Lo scontro fu rude, ma io fui presto disarcionato. Il cavaliere fece passare l’asta della sua lancia attraverso le briglie del mio cavallo, e se ne andò con le due cavalcature, lasciandomi là. Non mi fece neppure l’onore di prendermi prigioniero, e neppure mi spogliò.
Tornai per il sentiero che avevo già seguito. Trovai l’uomo nero nella radura e, ti confesso, Kei, che è meraviglia che io non diventassi di brace per la vergogna a sentire i suoi lazzi.

Quella notte giunsi al castello in cui avevo dormito la notte precedente. Tutti si mostrarono ancora più cortesi con me della sera prima, e fui meglio rifocillato, e potei conversare a mio piacere con gli uomini e le donne.
Nessuno fece la più piccola allusione all’avventura della fontana. E nemmeno io ne feci parola.
Vi trascorsi la notte. Alzatomi, l’indomani all’alba, trovai un cavallo di color bruno scuro, dalla criniera tutta rossa, rossa come la porpora, completamente equipaggiato.
Dopo aver rivestito l’armatura, lasciai loro la mia benedizione e tornai a corte.

Il cavallo, ce l’ho ancora con me, è laggiù nella stalla e, nel nome di Dio e sul mio onore, Kei, non lo darei in cambio nemmeno del miglior palafreno dell’isola di Britannia.
Dio sa che nessuno ha mai raccontato, a proprio scorno, un’avventura meno felice di questa. Eppure, e questo sì mi sembra straordinario!, mai ho udito parlare di qualcuno, né prima né dopo, che sapesse la minima cosa riguardo a questa avventura, più di quanto ho appena raccontato.
Ma ancora più strano di tutto è che la fontana sta qui nei domini dell’imperatore Artù, eppure non c’è nessuno che vi si imbatta.

(Mabinogion: La dama della fontana)