Yates – La reminiscenza platonica

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Sophie Taeuber-Arp – Composition

Platone, diversamente da Aristotele, crede che esista una conoscenza non derivata da impressioni sensorie, che ci siano latenti nella nostra memoria le forme e gli stampi delle Idee, delle realtà che l’anima conobbe prima della sua discesa quaggiù. Vera conoscenza consiste nell’adattare le orme delle impressioni sensorie allo stampo o impronta della più alta realtà, di cui le cose quaggiù sono riflessi.

Il Fedone sviluppa l’argomento che tutti gli oggetti sensibili sono riferibili a certi tipi di cui sono i simulacri. Non abbiamo visto o appreso i tipi in questa vita: li vedemmo prima che la nostra vita cominciasse e la loro conoscenza è innata nella nostra memoria.
L’esempio che viene dato riferisce le nostre percezioni di oggetti uguali all’Idea di uguale, ad esempio pezzi di legno uguali, perché l’Idea di uguale è stata impressa nella nostra memoria, il suo sigillo è latente nella cera della nostra anima.

La vera conoscenza consiste nell’adattare le impronte derivanti dalle impressioni sensorie all’impronta fondamentale o sigillo della Forma o Idea a cui gli oggetti, di sicuro, corrispondono (cfr. Fedro, 75b-d).
Nel Fedro, dove Platone espone il suo punto di vista sulla vera funzione della retorica – persuadere gli uomini alla conoscenza della verità – egli sviluppa il tema che conoscenza della verità e dell’anima consiste nel ricordo, nella reminiscenza delle Idee una volta viste da tutte le anime, di cui tutte le cose terrene sono solo copie confuse.
Tutta la conoscenza e tutto l’apprendimento è un tentativo di ricordare le realtà, raccogliendo in unità le molteplici percezioni dei sensi attraverso la loro corrispondenza con le realtà.

Nei simulacri terreni di giustizia e di temperanza e delle altre idee care all’anima, non c’è luminosità, e soltanto pochi, appressandosi a questi simulacri, faticosamente, attraverso gli annebbiati organi dei sensi, scorgono le idee imitate da quelli.
(Fedro, 249e-250d)

Il Fedro è un trattato di retorica in cui la retorica è considerata, non già un’arte di persuasione da usare per vantaggi personali o politici, ma un’arte di dire la verità e di persuadere a verità gli ascoltatori. Il potere di farlo dipende da conoscenza dell’anima e vera conoscenza dell’anima consiste nella reminiscenza delle Idee.
La memoria non è una «sezione» di questo trattato in quanto parte dell’arte retorica: memoria, in senso platonico, è l’attività fondamentale del tutto.

È chiaro che, dal punto di vista di Platone, la memoria artificiale quale era usata dai sofisti, era anatema, sconsacrazione della memoria.
È possibile, infatti, che in parte la satira di Platone contro i sofisti, per esempio contro il loro insensato uso di etimologie, possa spiegarsi con la trattazione sofistica della memoria, con il suo uso di tali etimologie come «memoria per le parole».
Un’arte di memoria platonica avrebbe dovuto essere organizzata non nel modo triviale di tali mnemotecniche, ma in relazione alle realtà, le Idee.

Il tentativo grandioso di giungere proprio a questo, nell’ambito dell’arte della memoria, fu compiuto dai neoplatonici del Rinascimento.
Una delle più suggestive manifestazioni dell’uso di quest’arte nel Rinascimento è il Teatro di memoria di Giulio Camillo. Usando immagini disposte in luoghi all’interno di un teatro neoclassico – cioè usando la tecnica della memoria artificiale in un modo perfettamente corretto – il sistema di memoria di Camillo è basato (così egli crede) su archetipi di realtà, da cui dipendono immagini secondarie che coprono l’intero regno della natura e dell’uomo.

Camillo-Teatro-memoria
Il Teatro di memoria di Giulio Camillo

Il punto di vista di Camillo sulla memoria è fondamentalmente platonico (sebbene nel Teatro siano presenti anche influssi ermetici e cabalistici) ed egli aspira a costruire una memoria artificiale basata sulla verità.
«Or se gli antichi oratori – egli dice – volendo collocar di giorno in giorno le parti delle orazioni che havevano a recitare, le affidavano a luoghi caduchi come cose caduche, ragione è che, volendo noi raccomandar eternalmente gli eterni di tutte le cose che possono essere vestiti di oratione … troviamo a loro luoghi eterni».

È stato suggerito che il passo del Fedro su memoria e scrittura, possa rappresentare una sopravvivenza delle tradizioni di memoria orale, di età antecedenti il tempo in cui la scrittura divenne d’uso comune.
Ma stando a ciò che Socrate dice, le memorie dei più antichi egizi sono quelle di uomini veramente saggi in contatto con le realtà. L’antica pratica egiziana della memoria è presentata come una disciplina profondissima.
Questo passo fu adoperato da un discepolo di Giordano Bruno quando propagò in Inghilterra la versione ermetica di Bruno e la versione «egizia» della memoria artificiale come «scrittura interiore» di misterioso significato.

(Yates, L’arte della memoria)