Danimarca – L’uccello d’oro

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C’era una volta un Re, e c’era una Regina, che avevano tre figli. Non importa come si chiamavano i due più grandi, ma il più piccolo si chiamava Alessandro.
I tre principi erano ancora bambini, quando la Regina, loro madre, morì e il Re se ne addolorò a tal punto che cadde in una grave e strana malattia. Era del tutto cosciente, ma era come immobilizzato.

Giacque a lungo in quelle condizioni – non era né vivo né morto – e non c’era medico o sapiente che sapesse guarirlo.
Alla fine, un saggio fu fatto venire da un paese molto lontano. Il saggio venne e disse che c’era una sola possibilità che il Re guarisse. Diede al Re un piccolo innesto e gli raccomandò di innestarlo su un melo in giardino, e il melo doveva essere curato con tanta attenzione, perché dal melo sarebbe venuto il farmaco che doveva, piacendo a Dio, guarirlo.

In capo a tre anni dal melo sbocciò il primo fiore. Non somigliava a nessun altro fiore, ma sembrava fatto dell’oro più puro. E quando dal fiore fosse venuto il frutto e il frutto fosse stato maturo, come aveva predetto il saggio, il Re l’avrebbe mangiato e sarebbe guarito.
Ma la notte di san Giovanni il fiore scomparve: qualcuno l’aveva rubato!
Allora ci fu gran dolore, ma non c’era altro da fare che aspettare l’anno seguente. Intanto fu alzata una grande gabbia intorno al prezioso melo, una gabbia così alta che né uomini né animali potevano superarla, e solo il giardiniere aveva la chiave del cancello.

L’anno seguente l’albero mise nuove gemme e rinverdì, e ancora una volta fece un unico fiore che splendeva come oro puro. Ma la notte di san Giovanni, nonostante la gabbia, anche questo secondo fiore sparì, e si dovette attendere ancora un altro anno perché, a primavera, il melo di nuovo fiorisse.
Per evitare che anche questo terzo fiore sparisse, il figlio maggiore del Re si appostò sotto il melo e, per tutta la notte di san Giovanni, vigilò e non chiuse occhio. All’alba, però, il fiore lo stesso non c’era!

L’anno successivo, toccò al secondogenito montare la guardia. Anche lui sedette sotto il melo e per tutta la notte di san Giovanni stette all’erta e non chiuse occhio. Ma quando fece giorno il fiore d’oro ancora una volta era scomparso!
E così l’anno dopo fu Alessandro, il minore dei tre fratelli, ad appostarsi a guardia del melo. Invece di restare ai piedi dell’albero, lui a differenza dei fratelli, si arrampicò per andarsi a sedere sul ramo da cui fioriva il meraviglioso fiore d’oro, e non lo perse di vista un solo istante.

Ed ecco, a mezzanotte in punto, su quel ramo venne a posarsi un uccello, giusto il tempo però di afferrare il fiore nel becco e fuggire via.
Alessandro provò ad acciuffarlo per la coda, ma riuscì a malapena a staccarne una piuma.
Corse allora al castello a mostrare al Re la piuma, e a raccontargli quanto era accaduto. E quando il Re e i suoi cortigiani la videro, ne furono tutti abbagliati, tanto quella piuma splendeva come fosse d’oro puro. Una piuma così nessuno l’aveva mai vista!

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Si mandò di nuovo a chiamare il saggio dal suo paese lontano. Quello venne … vide la piuma d’oro e disse: «Per guarire il Re, non c’è che un rimedio: catturare l’uccello d’oro e portarlo al Re. Solo che non è facile, l’impresa è davvero eccezionale: quell’uccello infatti vive in un castello lontano mille miglia da qui, in un castello d’Oriente, nel remoto paese da cui sorge il sole».
Questo disse, il saggio venuto di lontano. Udito il suo responso, i figli del Re si offrirono d’andare subito alla ricerca dell’uccello, fosse stato pure in capo al mondo.

Partì il primogenito, partì al gran galoppo, diretto a Oriente, e passò di paese in paese, e a ogni paese si fermò ad assaggiare il vino che si mesceva nelle locande, e così si diede alla bella vita, a vivere alla grande e a spassarsela.
Capitò infine in una città che era tutta un vasto meraviglioso giardino in cui il sole splendeva tutto l’anno, le rose fiorivano e gli uccelli senza sosta cantavano, e al canto degli uccelli le donne più leggiadre del mondo si lasciavano andare alla danza, e danzando altre gaie fanciulle porgevano calici di buon vino ai cavalieri, invitandoli a scendere da cavallo.
Il figlio maggiore del Re non seppe resistere alla tentazione. Non aveva neanche finito di bere il primo calice di vino, che già s’era scordato del Re malato e dell’uccello d’oro.

Partì allora il secondo fratello, partì anche lui a cavallo, diretto pure lui a Oriente, e anche lui passò di paese in paese, finché giunse nella città dove il fratello aveva messo su casa, e lo incontrò in allegra compagnia, e in breve tempo la vita del posto piacque tanto anche a lui, che disse a se stesso e al fratello una bugia: «Non è vero che il babbo è malato, né tantomeno è vero che da qualche parte esiste un uccello dalle piume d’oro».
Così disse: «Datemi da bere, ché a quelle sciocchezze non ci voglio più pensare».

Fu infine la volta del terzo fratello, Alessandro. Partì anche lui a cavallo, anche lui come i fratelli diretto a Oriente. A differenza dei fratelli, però, non caricò il cavallo di pesi e di bagagli, ma partì leggero e, passando di paese in paese, in nessuno si fermò più del tempo che ci voleva per ristorarsi lui e il suo cavallo. E viaggiò dunque più spedito dei fratelli, perché strada facendo non fece baldorie e non cercò distrazioni, ma passò in fretta da un posto all’altro, finché non giunse alla città dove i due fratelli maggiori si erano accasati.
Li incontrò che stavano facendo festa, tra danze e canti e tintinnio di calici traboccanti di vino.

Alessandro tuttavia non si lasciò sedurre e, malgrado i fratelli insistessero per farlo restare, appena alle prime luci dell’alba riprese a cavalcare verso Oriente.
La strada però, di là dalla bella città, non attraversava più giardini fioriti e prati profumati, ma deserti e lande sabbiose, alti monti e fiumi profondi, torbide paludi e pantani d’acque stagnanti.
Accadde poi che il cavallo gli morì affogato in una palude, sicché Alessandro, scampato miracolosamente alla morte, dovette proseguire il cammino a piedi.

Ed ecco incontrò una grande volpe rossa che, come sapesse già tutto di lui, gli chiese: «Hai ancora intenzione di trovare l’uccello d’oro?».
«Sì – rispose, deciso, Alessandro. – Voglio e devo trovarlo … o perdere la vita».
«Se vuoi darmi ascolto – disse allora la volpe – io ti aiuterò, perché conosco la strada».
Il principe accettò, e la volpe lo felice salire in groppa: «Afferra bene le mie orecchie – gli disse – perché la strada e lunga, e io devo sbrigarmi».

La volpe corse a perdifiato attraverso un bosco così fitto che i raggi del sole non riuscivano a filtrarvi: ovunque c’erano rami e rovi e Alessandro doveva piegarsi per scansarli, ma le spine lo graffiarono lo stesso e lo fecero sanguinare.
Verso sera, uscendo finalmente dal bosco, la volpe disse ad Alessandro: «Guarda in alto e dimmi cosa vedi!».
«Vedo una stella dritto a Oriente», rispose quello.
«È il castello a cui siamo diretti – disse la volpe. – È lì che vive l’uccello d’oro. Ma se vuoi riuscire a prenderlo, devi darmi ascolto e obbedire a ciò che ti dico: quando arriveremo al castello io farò addormentare tutti, dentro e fuori. Tu intanto strappami un pelo dalla coda, e ogni serratura di porta e di portone davanti a cui lo metterai, ti si aprirà davanti. Allora salirai fino al salone e lì troverai l’uccello che dorme in una gabbia d’oro; ma proprio accanto c’è una semplice gabbia di legno. Tu devi tirare fuori l’uccello dalla gabbia d’oro e metterlo in quella di legno, e poi devi affrettarti a portarlo fuori dal castello, qui da me».

uccello-oro-gabbiaErano intanto giunti ai piedi del castello. E mentre la volpe faceva cadere in un sonno profondo la gente del castello, Alessandro le strappò un pelo dalla coda e gli bastò avvicinarlo alla serratura perché il portone del castello si aprisse. Salì le scale e, a una a una, aprì tutte le porte, finché non giunse nel salone dove, rinchiuso in una gabbia d’oro incastonata di perle e pietre preziose, dormiva beatamente l’uccello d’oro.
Alessandro aprì la gabbia e con molta cautela prese l’uccello addormentato, per riporlo nella gabbia di legno. Ma appena lo trasse fuori dalla gabbia d’oro, l’uccello perse il suo splendore. «Che me ne faccio di quest’uccellaccio?», pensò Alessandro e, per restituirlo al suo piumaggio luminoso, lo rimise nella gabbia d’oro. Ma l’uccello si risvegliò e cominciò a strillare, sicché tutto il castello si svegliò e da ogni parte arrivarono di corsa le guardie che afferrarono Alessandro, lo legarono e lo portarono nella segreta più bassa, molti metri sotto terra.

Lì fu incatenato e le porte furono chiuse con serrature e catenacci. Alessandro era disperato: come poteva uscire dai guai in cui s’era cacciato? A un tratto sentì dei rumori: era la volpe che aveva scavato fin sotto terra per venire a liberarlo!
«Di te – disse la volpe – non c’è da fidarsi: hai disobbedito al mio consiglio. E tuttavia voglio aiutarti lo stesso. Domattina ti verranno a prendere e ti chiederanno se preferisci essere impiccato o bruciato. Tu dirai che non vuoi né l’uno né l’altro, ma se potrai portare l’uccello d’oro a tuo padre, procurerai loro in cambio la puledra d’oro che sta nella stalla del Re dei troll. Sta’ sicuro che accetteranno lo scambio».

Le cose andarono come la volpe aveva previsto, e quando gli fu chiesto che cosa preferiva – essere impiccato o bruciato – Alessandro rispose: «Né l’uno né l’altro».
E raccontò per filo e per segno dei fiori d’oro del giardino di suo padre, e come mai egli fosse venuto a rubare l’uccello d’oro. E infine promise di andare a prendere per loro la puledra d’oro del Re dei troll, se in cambio gli avessero lasciato l’uccello.
Il Re del castello conosceva quel cavallo e lo desiderava da molto tempo, sicché accettò la proposta del principe e lo rimise in libertà.

Salito in groppa alla volpe, Alessandro ripartì a gran velocità. E via, di corsa, viaggiarono senza fermarsi per tutto il giorno e, quando scese la notte, la volpe disse ad Alessandro: «Guarda lassù e dimmi cosa vedi!».
«Vedo la luna sorgere davanti a noi!», rispose Alessandro.
«No! – ribatté la volpe. – Non è la luna, ma il castello del Re dei troll. Fra non molto ci arriveremo. Io farò addormentare tutti là dentro, e un altro pelo della mia coda ti aprirà di nuovo porte e portoni. Entrando nel cortile, a destra troverai la stalla. Là dentro c’è la puledra d’oro. È già sellata e imbrigliata. Tu toglile la sella e il morso, e mettile la coperta e la cavezza, e portala fin qui».

testa-cavallo-oroAlessandro promise di seguire i suoi consigli. Strappò un pelo dalla coda della volpe, aprì il portone del castello e poi la porta della stalla, e lì vide la puledra d’oro già sellata e imbrigliata. Ma non le tolse la sella e il morso, non le mise la coperta e la cavezza. Pensò: «Sono così splendidi questi finimenti, che sarebbe un peccato lasciarli qui!».
Ma appena uscì dalla stalla, la puledra nitrì. I troll del castello si svegliarono e, accorsi da ogni angolo, catturarono Alessandro e lo condussero dal Re.

«Volevi dunque rubare la puledra d’oro! – disse il Re dei troll. – Ma visto che sei così bravo a rubare, io te la darò con tutti i suoi finimenti preziosi, se tu mi porterai la bella Elena che da tempo desidero».
Alessandro giurò: «Sta’ sicuro che te la porterò. E se non ci riuscirò, tornerò qui a rimettermi in tuo potere».
Gli fu allora aperto il portone, e Alessandro tornò dalla volpe.

La volpe era arrabbiata con lui perché neanche stavolta aveva seguito le sue istruzioni, ma accettò di portarlo in groppa alla ricerca della bella Elena.
Quando calò la sera, la volpe disse ad Alessandro: «Alzati e dimmi cosa vedi!».
«Vedo il sole che sorge a est!», rispose quello.
«No – ribatté la volpe. – Non è il sole, quello che vedi, ma il castello della bella Elena, circondato dalle fiamme. E in mezzo alle fiamme c’è un alto cancello di ferro con una sola apertura, a guardia della quale stanno due orsi, e dopo di questi due leoni, e ancora più avanti due draghi. Il castello sorge in mezzo a una pianura, e nella sala al centro del castello su una panca siede la bella Elena, con sette fanciulle intorno. È la donna più bella del mondo ed è tenuta prigioniera, perché nessuno la sposi. Ora, io posso far cadere nel sonno lei e le sue ancelle, i draghi, i leoni e gli orsi, ma solo per un quarto d’ora. Il fuoco, invece, non posso spegnerlo. Tu attraversalo di corsa anche se brucia, poi corri alle tre porte, passale e va’ alla pianura, fino al castello. La bella Elena porta una corona in testa; tu gliela toglierai, prenderai la fanciulla in braccio, e via di corsa tornerai sui tuoi passi! Quando attraverserai di nuovo le fiamme, avvolgi i lunghi capelli intorno a Elena, perché il fuoco non la bruci. Adesso va’ e buona fortuna!».

Alessandro andò, attraversò il fuoco, passò le tre porte, percorse la pianura e giunse al castello. Su una panca, nella sala al centro del castello, la bella Elena dormiva con una corona sul capo e sette ancelle accanto. Alessandro le tolse la corona, ma all’istante, in luogo della meravigliosa fanciulla, apparve una vecchia laida e cenciosa.
Avrebbe voluto lasciarla lì, ma si ricordò della promessa fatta al Re dei troll e, presala in braccio, uscì di corsa dal castello. Passò la pianura, le tre porte e, di nuovo, il muro di fiamme, e andò dritto nel bosco. Montato in groppa alla volpe, partì al galoppo alla volta del castello del Re dei troll.

Intanto, Elena, strada facendo, si era svegliata e alle prime luci dell’alba aveva riacquistato tutta la sua bellezza. Era davvero così bella, che Alessandro al primo sguardo ne era già invaghito.
La volpe comprese tutto, ma disse lo stesso: «Ora insieme voi due andrete al castello. Tu, Alessandro, consegnerai Elena al Re dei troll, e Elena fingerà d’essere felice di sposarlo. Sarà subito allestito il banchetto nuziale e, quando la festa starà per finire, tu dirai che hai nostalgia di casa: ti farai portare, come pattuito, la puledra d’oro con tutti i suoi finimenti preziosi e le salirai in groppa. Elena dirà che vuole offrirti un ultimo bicchiere d’addio e si avvicinerà a te. Tu afferrala a volo, e fuggi via!».

Elena-bellaLe cose andarono come la volpe aveva previsto. Il Re dei troll fu ingannato. Alessandro rapì insieme la bella Elena e la puledra d’oro. E così si misero in cammino alla volta del castello dove viveva l’uccello d’oro.
Giunti che furono, il Re del castello venne a dare il benvenuto ad Alessandro. Poi, come pattuito, fece portare la gabbia d’oro con l’uccello d’oro per scambiarlo con la puledra. Ma lo scambio non ci fu, perché Alessandro senza smontare dalla puledra, gli strappò di mano la gabbia e ripartì al galoppo correndo a rifugiarsi nel bosco.

Nel bosco, ad attenderli, c’era la volpe. Ma ora che Alessandro aveva finalmente con sé l’uccello d’oro, era giunto per lei il momento di congedarsi.
«Un ultimo consiglio devo darti – disse ad Alessandro la volpe. – Per strada, finché non sarai a casa, sta’ attento a non comprare carne da forca!». Ciò detto, in un attimo si dileguò nella macchia.

Sulla via del ritorno a casa, Alessandro e la bella Elena, a cavallo della puledra d’oro e con l’uccello d’oro che già cantava strofe d’amore ai due giovani amanti, giunsero nella città in cui si erano accasati i due fratelli maggiori. C’era una moltitudine di gente che, chiassosa, procedeva in corteo in direzione della collina su cui era stata innalzata una forca: stavano per essere impiccati due malfattori.
Malfattori che altri non erano che i fratelli di Alessandro che, avendo mangiato e bevuto a sbafo, si erano indebitati fino al collo e, per saldare i loro debiti, avevano rubato e truffato. Perciò, ora dovevano essere impiccati.

Alessandro era giunto giusto in tempo per comprare la loro salvezza. Pagò il riscatto e salvò i fratelli dalla forca, benché la volpe gliel’avesse sconsigliato. Salvò così i fratelli da sicura morte, ma per incamminarsi lui sulla via della morte.
Quando scese la notte, i due fratelli non tardarono infatti a rivelarsi per i traditori che erano: versarono un sonnifero nei calici di Alessandro e della bella Elena e, appena quelli si addormentarono, trascinarono il fratello nel bosco e, appesagli una grossa pietra al collo, lo gettarono in un fosso.
Quando si risvegliò, la bella Elena non trovò il suo amato accanto e in lacrime domandò ai fratelli: «Sapete dov’è andato il mio sposo?». Quelli finsero di non saperne niente. Dissero che avevano dormito tutta la notte e chissà, forse, una bestia o un troll l’aveva rapito. Finsero perfino di andare a cercarlo, ma dopo un po’ tornarono dicendo: «È inutile, Alessandro è morto. Non sappiamo dirti come, ma sicuramente è morto. Tanto vale, dunque, ora che saremo tornati a casa, dire a nostro padre che siamo stati noi a conquistare l’uccello d’oro, noi la puledra dai finimenti d’oro, e sempre noi anche te che sei la bella Elena, la donna più bella che c’è al mondo».
Per convincerla, non esitarono a minacciarla: «Se solo ti farai scappare di bocca il nome di Alessandro, noi ti uccideremo senza pietà».
«Farò come volete», disse la poverina, impaurita.

Quando finalmente tornarono al castello, trovarono il vecchio Re ancora malato. Ma ora avevano l’uccello d’oro il cui canto l’avrebbe guarito!
«Raccontatemi tutto!», disse loro il vecchio padre.
E quelli mentendo spudoratamente attribuirono a se stessi le imprese del fratello che avevano gettato nel fosso.
Il Re lodò il loro valore e la loro fedeltà, ma quando gli fu portato l’uccello d’oro, quello invece di cantare le melodie della guarigione, se ne stette silenzioso nella sua gabbia d’oro. E quando fu condotta al suo cospetto anche la bella Elena non disse una parola, ma pianse e pianse. E la puledra d’oro fu portata nella stalla, ma si rifiutò di mangiare la biada.
Altro che guarigione del Re! Le tre «cose» preziose non avevano portato che malinconia al castello.

Intanto, Alessandro, nel fosso dove l’avevano gettato i fratelli, si era ormai rassegnato ad attendere la morte. Il fosso era troppo profondo e buio, e lui era ancora mezzo assonnato, oltre che malconcio.
Quand’ecco, insperata, udì di nuovo la voce della volpe venuta in suo aiuto.
Di nuovo quella voce lo salvava e, insieme, lo rimproverava: «Alessandro, perché non hai dato ascolto ai miei consigli? Dovrei per questo abbandonarti al tuo destino. Ma voglio, per l’ultima volta, tirarti fuori dai guai».

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Ciò detto, se lo mise in groppa e, portandolo fuori dal fosso, l’adagiò sull’erba. E quando Alessandro si fu ripreso, gli disse: «Ora va’ al castello di tuo padre. Ti travestirai in modo che nessuno ti riconoscerà, dirai d’essere un veterinario e ti prenderai cura della puledra: la tua presenza nella stalla le farà tornare la voglia di biada. Il resto, non temere, verrà da sé. Tu solo questo mi devi promettere: che la sera delle nozze con la tua bella Elena, prima di metterti a tavola uscirai a est del castello».

Alessandro si mise in viaggio e, dopo alcuni giorni, giunse al castello di suo padre. Andò dallo scudiero e si spacciò per veterinario. Lo scudiero lo portò dalla puledra che, avendolo riconosciuto, nitrì tre volte di gioia e tornò a mangiare la sua biada.
Stupito della sua pronta guarigione, lo scudiero disse ad Alessandro: «Visto che sei così bravo, vieni a visitare l’uccello d’oro. Anch’esso è malato, e non canta che una nenia malinconica».
All’uccello d’oro bastò udire i passi di Alessandro che già saltellava gioioso nella gabbia e cominciò a cantare come nessuno aveva mai sentito prima.
Il Re, nel suo capezzale, udì quel canto e cominciò a muovere una mano e poi un piede, e infine balzò dal letto miracolosamente guarito.
Anche la bella Elena udì quel canto e corse dall’uccello. E così ritrovò l’amato suo Alessandro e si gettò, felice, nelle sue braccia.
Così la verità venne a galla. Il Re fece gettare i due figli maggiori nelle segrete, di modo che non avrebbero potuto più far danno ad alcuno. E per le nozze di Alessandro ed Elena, allestì prontamente un banchetto.

La sera delle nozze, prima di mettersi a tavola, Alessandro uscì, come aveva promesso, a est del castello. Ed ecco subito la volpe!
«Son qui – disse la volpe – per riscuotere il compenso di tutti gli aiuti che ti ho dato. Sguaina la spada e tagliami la testa. Poi mettimela al posto della coda. Con un altro colpo di spada, tagliami la coda e mettimela al posto della testa».
«No, questo non lo posso fare! – rispose Alessandro. – Non posso fare questo al mio unico e solo benefattore!».
«Perché – disse crucciata la volpe – perché ancora una volta non mi dai ascolto e ti rifiuti di seguire le mie istruzioni? Fa’ come ti dico, se non vuoi che ti rigetti nel fosso».

Così Alessandro, sia pure a malincuore, esaudì il desiderio della volpe: le tagliò testa e coda e mise l’una al posto dell’altra … quand’ecco, la volpe sparì e al suo posto apparve un vecchio d’aspetto regale.
Chi era? vi domanderete. Era il fratello maggiore del Re: un tempo la matrigna l’aveva mutato in volpe con un incantesimo, perché suo figlio salisse al trono al posto suo.
Alessandro lo condusse dal padre. E il padre subito riconobbe il fratellastro e si disse disposto a cedergli scettro e corona, perché a lui spettavano di diritto.
«No! – rispose il fratello maggiore. – Lasciami regnare solo una sera. Da domani scettro e corona passino ad Alessandro, e noi due saremo i suoi consiglieri. Che si goda la principessa più bella, la puledra migliore del mondo e l’uccello dal canto più soave e misterioso che si sia mai udito. Anche la forca abbia ciò che le appartiene».

L’indomani, all’alba, i due fratelli traditori furono impiccati. E quello stesso giorno Alessandro salì al trono, e a fianco a lui salì al trono anche la bella Elena, la più bella delle principesse del mondo. La puledra d’oro, dicono, per la gioia nitrì, e l’uccello per la gioia cantò.
Nitrito di cavallo e cinguettio d’uccello sono, da allora, la sola terapia contro dolori e malattie, nel regno di Alessandro.