Finlandia – Väinämöinen fabbrica il secondo kantele

Vainamoinen-portraitIl vecchio intrepido Väinämöinen rifletteva sulla sorte: «Ora sarebbe tempo di suonare, di rallegrarci con la musica nelle nostre nuove case, in questi bei campi. Ma il kantele è sparito, la fonte della gioia è svanita per sempre nella tana del pesce, nella buca del salmone, presso i signori degli abissi, in eterno possesso di Vellamo. Nessuno lo riprenderà, Ahto non lo renderà di certo. Fabbro Ilmarinen, tu che un tempo lavoravi, che ancora ieri forgiavi, forgia anche oggi: fammi un rastrello di ferro dai denti ben serrati, dal lungo manico col quale possa rastrellare le onde, affastellare i flutti, accatastare i giunchi, ammonticchiare le alghe sulle rive per riprendere il mio strumento, per ritrovare il mio kantele nelle tane ricche di pesci, tra le buche dei salmoni».

Il fabbro Ilmarinen, l’eterno ferraio, costruì un rastrello di ferro con un lungo manico di rame, gli forgiò denti lunghi cento braccia, un’impugnatura lunga cento tese. Allora il vecchio Väinämöinen prese il rastrello di ferro, camminò per un piccolo tratto, seguì un breve cammino fino ai rulli d’acciaio, fino ai cilindri di rame.
C’erano uno o due battelli, due barche pronte a prendere il mare sui rulli d’acciaio, sulla banchina di rame: una del tutto nuova, l’altra già vecchia. Väinämöinen parlò alla barca nuova, disse queste parole: «Lanciati in acqua, battello! Corri, barca, sopra i flutti senza che alcun braccio ti rivolti, alcun pollice ti guidi!».

La barca si slanciò nell’acqua, il battello scese tra le onde; il vecchio intrepido Väinämöinen sedette presso il timone, cominciò a pettinare il mare, a setacciare le onde. Radunò fiori di ninfea, rastrellò la feccia della spiaggia, rovistò i giunchi e i canneti, frugò i ciuffi d’alga, cercò in ogni buca, esplorò in mezzo agli scogli, ma non poté ritrovare l’arpa d’osso di luccio, la fonte della gioia per sempre sparita, il kantele che aveva perduto.
Il vecchio intrepido Väinämöinen tornò allora verso casa col cuore triste, col capo chino, col berretto di traverso; disse: «Non si udrà più la gioia scaturire dal dente del pesce, gli accordi dallo strumento d’osso di luccio!».

Mentre attraversava una boscaglia, camminava sul bordo d’una selva, intese piangere una betulla, lacrimare un tronco screziato.
Si avvicinò per ascoltare, accorse più vicino e chiese: «Perché piangi, bella betulla? Perché lacrimi, albero verde, perché ti lamenti, bianca corteccia? Nessuno ti porta in guerra, nessuno ti conduce a forza alla battaglia».

Vainamoinen-betullaLa betulla rispose con accortezza, l’albero verde disse: «C’è chi dice, sono in molti a pensare, che vivo nella gioia, passo i giorni nella letizia; ahimé, vivo invece nell’affanno, la mia gioia non è fatta che di pene, mi lamento nei miei tristi giorni, mi dolgo nel mio dolore. Piango, meschina, la mia pochezza, lamento la mia vita vuota perché sono priva d’ogni bene, abbandonata senza difesa in questo luogo desolato, nei pascoli senza confini … ahi me misera, spesso d’estate mi abbattono, spesso mi tagliano per alimentare il fuoco … e d’inverno il vento mi porta nuovi dolori, il gelo, i più duri affanni: il vento mi strappa il mantello verde, la brina della notte il bel vestito. Così io, povera betulla, infelice albero senza difesa, resto del tutto nuda, spoglia d’ogni veste a tremare al freddo, a stridere nel gelo».

Il vecchio Väinämöinen disse: «Non piangere, albero verde! Cessa di lacrimare, ramo frondoso! Non gemere, bianca corteccia! Conoscerai un’immensa felicità, una nuova vita più gradita: presto il tuo pianto sarà di gioia, il tuo fremito sarà di allegria!».
Allora il vecchio Väinämöinen fece della betulla uno strumento. La intagliò per tutto un giorno estivo, la lavorò in kantele sulla cima del promontorio nebbioso, all’estremità dell’isola brumosa. Scavò la cassa nel cuore del tronco, cesellò la nuova fonte della gioia nel solido legno screziato.
Poi il vecchio Väinämöinen parlò, si pronunciò in questo modo: «È ormai pronta la cassa dei suoni, la cornice dell’eterna fonte di gioia. Dove prenderò ora i cavicchi, da dove trarrò le viti?».

Una quercia cresceva nel recinto, un grande albero nel retro del cortile: aveva rami robusti, da ogni ramo pendeva un pomo, su ogni frutto era una mela d’oro, su ogni globo stava un cuculo.
Quando il cuculo cantava, modulava le cinque note, l’oro scaturiva dalla sua bocca, l’argento fluiva dal becco sopra l’altura dorata, sopra l’argentea collina. Dalla quercia vennero i cavicchi del kantele, le viti per la cassa di legno screziato.
Quindi il vecchio Väinämöinen parlò, si pronunciò in questo modo: «Ho trovato i cavicchi per l’arpa, le viti per la cassa di legno screziato. Manca ancora una piccola cosa: le cinque corde del kantele. Dove potrò trovarle, come gli darò la voce?».

Andò a cercare le corde, passò per una radura. Una vergine vi stava seduta, una fanciulla in fondo al vallone. La fanciulla non piangeva, ma non era nemmeno lieta: cantava per sé sola, cantava per abbreviare la sera aspettando il fidanzato, pensando al suo diletto.
Il vecchio intrepido Väinämöinen le si avvicinò rapido senza scarpe, scivolò lieve senza calze; quando le fu vicino, cominciò a chiedere, prese a domandare: «Donami, vergine, qualche tuo capello, bella fanciulla, un ricciolo della tua chioma perché siano le corde del kantele, la voce dello strumento della gioia eterna».

La vergine diede qualche capello, un ricciolo della sua chioma, gliene donò cinque e anche sei, gliene diede sette in tutto: con quelli furono fatte le corde dell’arpa, le fonti vibranti della gioia duratura.
Lo strumento è ormai pronto. Allora il vecchio Väinämöinen siede sopra una roccia, sopra uno scalino di pietra. Prese il mano il kantele, strinse a sé la letizia, la punta rivolta al cielo, la cassa sopra i ginocchi; aggiustò le corde, regolò i toni. Quando le corde furono tese, dopo che lo strumento fu accordato, lo mise di traverso sui ginocchi, vi appoggiò poi le dieci unghie, stese le cinque dita a pizzicare dolcemente le corde, a saltellare sulle note.

Vainamoinen-incanta

Così il vecchio Väinämöinen suonava il kantele con le sue piccole mani, con le dita delicate, con i pollici piegati; il legno screziato parlava davvero, il ramo frondoso risuonava, l’oro del cuculo cantava, i capelli della vergine vibravano gioiosi. Väinämöinen suona con le sue dita, il kantele risuona con le corde; le montagne vibrano, echeggiano le rupi, si scuotono tutti i massi, gli scogli sorgono dalle onde, i ciottoli galleggiano sull’acqua, i pini si rallegrano, i tronchi danzano lieti sulla landa.

Le belle nuore, le donne della stirpe di Kaleva, lasciano a metà i ricami e accorrono come una fiumana, si precipitano come un rapido torrente, le giovani col sorriso sulle labbra, le donne maritate di buon umore per ascoltare la musica, per ammirare la fonte della gioia.
Tutti gli uomini dei dintorni rimasero col berretto in mano, tutte le vecchie lì vicino restarono con la mano sulle gote, le fanciulle con le lacrime agli occhi, i ragazzi con le ginocchia a terra ad ascoltare la musica, a gioire di quella gioia.
Dicevano tutti a una sola voce: «Mai prima si erano intesi accordi più dolci, per tutto il corso di questa vita, dacché splende la luna d’oro».

La musica soave si udiva al di là dei sei villaggi; non c’era creatura che non si avvicinasse ad ascoltare il suono dello strumento, l’armonia del kantele. Tutti gli animali della foresta vennero, si acquattarono sulle zampe, tutti gli uccelli dell’aria si posarono sui rami, tutti i pesci dell’acqua si ammassarono presso le rive; anche i vermi della terra strisciarono in superficie, si rivoltarono per ascoltare la bella musica, l’eterna gioia del kantele, gli accordi di Väinämöinen.

(Kalevala, runo 44)