Se tu a me Argo sarai

… se tu a me Argo sarai
insieme Cane Stella e Nave
tra i cento occhi della Notte mi troverai …
(Antologia di Stobeo, fr. 143C)

Chiedo scusa, ma Coomaraswamy è un po’ troppo sbrigativo: che i «molti occhi» siano sette, cento o mille, per lui non fa differenza. E così, senza accorgersene, finisce per omologare la Vittima Sacrificale (l’Agnello dell’Apocalisse) al Guardiano incaricato di sorvegliarla per conto e nel nome del «dio» (?) di turno.
agnello-sacrificaleD’accordo, gli occhi sono al servizio dell’Occhio Solare, le cento, mille o innumerevoli luci sono a disposizione dell’Onniveggente.
Ma la domanda è: in quali circostanze?

A cosa servono tutti questi «occhi» al Sole, e queste miriadi di «luci» alla Luce? il Sole, dunque, non basta? la Luce non è autosufficiente?
O si tratta solo di gingilli e ornamenti, di cui la Luce, volendo, potrebbe tranquillamente fare a meno?
È proprio così difficile comprendere l’allusione alle Stelle? è davvero così arduo immaginarle a fare le veci del Sole nelle ore «notturne»?

… dal cielo scendono le sue spie;
con i loro mille occhi spiano la terra:
il re Varuna vede tutto
(Atharva Veda, 4: 2. 7)

I «cento» o i «mille» Occhi, mi pare che qui sia detto chiaramente, fanno la spia, sorvegliano, tengono a bada e custodiscono «al posto di» un Assente, nel nostro caso Varuna. Essi sono dunque «disseminati» sul corpo di un Guardiano.
Così: i «cento occhi» di Argo Panopte provvedono durante l’«assenza» di Era a tenere alla larga dalla Vacca Io l’«ardore» di Giove.

Il punto è questo: che non ci sarebbe bisogno di tutti questi «spioni», se in giro non ci fosse un Sorvegliato Speciale, su cui bisogna montare la guardia ventiquattro ore al giorno.
Tu che dici? se poi scoprissimo che questo Sorvegliato Speciale, bada bene: il Guardato e non il Guardiano, è Lui (o Lei) ad avere Sette Occhi, e tutt’e sette in fronte anziché sparsi per tutto il corpo, non dovremmo ripetere con Nietzsche che le spiegazioni mistiche non spiegano mai niente? anzi, non saremmo autorizzati a dire che esse complicano il semplice e oscurano l’evidente? e che, guarda caso, tanto più si vietano di vedere di che si tratta, quanto più inneggiano alla Signoria della Luce?

E dunque: Sette non è Cento né Mille – così come … il Sorvegliato non è il Sorvegliante.
Certe volte, mi sembro un deficiente. Mi trovo a dire cose così ovvie, che mi fa paura solo pensare a quanti libri devotamente sono stati scritti quasi fosse necessario, non capisco perché, complicarle fino a renderle illeggibili.

agnello-sette-occhiRoma – la Sorvegliata, ha Sette Re. Biancaneve – la Perseguitata dalla Matrigna, ha Sette Nani. La Pecorella si è smarrita e ora non fa più parte delle Cento «gregarie», ma nell’Ora dell’Apocalisse («quando tutto sarà svelato») si vedrà che ha Sette Stelle «in fronte», e che non è – come pure può sembrare – sola e indifesa.
Per non darti l’impressione che voglio solo prenderti in giro, ti dico subito come le cose stanno «in astrologia».

Sirio non è sola. Ha sette stelle «dalla sua parte».
Sirio, l’egizia Sothis è espressamente una Vacca. Anzi è la Vacca dalle cui mammelle «scorre» la Via Lattea: è la Stella più luminosa dei nostri cieli, e già questo basterebbe a farne la Guardata più guardata.
Ma c’è dell’altro.
C’è che il capodanno del calendario egizio cadeva nel giorno della levata eliaca di Sirio (a quei tempi: all’incirca nell’ultima decade di luglio). Tu prova a immaginare quanti «occhi» di sacerdoti egizi stavano lì a sorvegliarla, ed ecco – qualcosa si comincia a intravedere.

Ogni anno, si raccoglievano tutti in attesa del Ritorno (di Iside dal suo viaggio alla ricerca dei «pezzi» del corpo di Osiride), e non tanto per una scaramanzia, quanto perché quel ritorno coincideva con l’inizio delle piene del Nilo. E noi sappiamo quanto fossero «provvidenziali» queste alluvioni.
I sacerdoti salmodiavano: stamani, all’alba, un rivolo del Fiume Celeste è sceso, assieme alle lacrime di Iside (oggi diremmo di san Lorenzo), quaggiù sulla nostra Terra.

Sirio, Sothis, Inanna, Iside – la vacca Io, la Perseguitata (per ora diciamo: dalla malasorte, ma è tutt’altra cosa), la Senza Sposo (Osiride è morto, lo stesso dicasi di Dumuzi o di Tammûz; in quanto a Giove, gli è vietato di accostarsi a lei) – nei suoi vagabondaggi poteva smarrirsi, poteva sprofondare nei gorghi (australi) della Notte e non più tornare.
Ma – grazie a dio – è tornata.
È tornata grazie alle Sette (piccole) Vacche che l’hanno «tirata su» dalla Casa in fondo al mare. Le Sette Vacche, piccole e smunte finché Mamma Vacca non c’era, l’hanno protetta e sorvegliata. Di più, nell’Ora in cui Sirio torna a rivelarsi (cos’altro è l’Apocalisse? cosa, se non quel «venir via da Calipso» che fu necessario pure a Ulisse/Odisseo?) – in quell’Ora Suprema – i septem triones (i buoi settentrionali) si rivelano pur essi per quello che realmente sono, ovvero i Sette Occhi della Vittima.

Iside-Osiride-separati

Con tutto ciò, non abbiamo detto ancora niente. Abbiamo solo toccato un «nervo» degli antichi testamenti.
Non abbiamo detto nulla, per es., dell’ambiguità della nostra Vacca o di quale trattamento i sacerdoti egizi, astronomi e matematici d’alto rango, riservassero al «continuo» della Luce (simboleggiato dalla Via Lattea) e ai «discreti» (le luci, gli occhi, le stelle, insomma: le forme manifeste della Luce, ora «angeliche» ora invece «diaboliche», ora serve fedeli ora invece streghe o sorelle, maligne gelose e perverse della Vittima).

Iside, Ištar, Inanna, Io – sarà bene ripeterlo – non è Sirio.
Ciò che riguarda Sirio (luminosità, latitudine, levata e tramonto) non è, per il sacerdote egizio (cantore, musico e poeta dotto, non lo si scordi), che la rappresentazione sulla ribalta celeste di un Dramma «divino», di cui non è dato rintracciare che poche «allusioni» disseminate qua e là per l’universo.
E quelle poche – questo è il punto – non parlano chiaro, non parlano la lingua degli dèi, ma un dialetto «di mezzo» sospeso tra la terra e il cielo.
Se parlassero gli dèi, tutto il cielo sarebbe inghiottito nell’eccesso di luce della Via Lattea. Se parlassero gli uomini, la terra non uscirebbe un solo istante dalla sua oscurità, non si disgiungerebbe un attimo dallo «scorrere via» del Lete.

Quelle poche «parole» che sono visibili ai nostri occhi «nella forma di stelle», vanno e vengono su e giù – dalle nuvole piovono in terra, e dalla terra, al seguito di Iside, risorgono in cielo, grazie alla loro ambiguità o bi-sessualità, grazie al loro essere «congiunzioni disgiuntive», proprio come la Dea-Vittima, la Donna-Preda, o la Signora Assoggettata, la Dominante tenuta sotto Sorveglianza: guai a lasciarla libera di dire e di fare (come ben sapeva Gilgameš).
Bisogna perciò andarci piano a interpretarle, quelle «voci che si vedono» in cielo, e ancor più a farsele uscire di bocca senza sapere da che parte, una volta dette, esse ci obbligano, anche a nostra insaputa, a schierarci.

Perciò, accontentiamoci di quel quasi poco più di niente che siamo fin qui riusciti a estorcere al Racconto, e cioè che ci sono, tra le stelle, tanti occhi, e che ci sono, confusi nel mucchio, occhi «spioni» (i cento, i mille, gli innumerevoli) e occhi (soltanto sette «nani») che viceversa «espiano» il prezzo da pagare alla ricongiunzione periodica della Spiata con ciò che rimane e avanza del suo ex-Congiunto.
Accontentiamoci di disegnare appena un Coluro immaginario di quel certo Dramma, i cui Attori Reali sono al di là di tutti i cieli e di tutte le terre della nostra Parola.

… dio ha trovato e ci ha donato la vista, affinché contemplando nel cielo i giri dell’intelligenza, ce ne giovassimo per i giri della nostra mente
(Platone, Timeo, 47b)