Lévi-Strauss – Cottura e cultura

coltura-neolitica

Sia che rivolgano la loro attenzione alle conseguenze di uno stato di fatto o a quelle determinate dal sovvertimento di uno stato di diritto, i miti si occupano sempre di una patologia della parentela acquisita […]
Ora, come la cucina non può esistere senza fuoco e senza carne, così la parentela acquisita non può instaurarsi in mancanza di quei cognati veri e propri che sono i fratelli di mogli o i mariti di sorelle.

Forse si contesterà che il fuoco e la carne siano condizioni della cucina necessarie allo stesso titolo, giacché, mentre non c’è cucina senza fuoco, al posto della selvaggina si può mettere nella pentola qualcosa d’altro.
Tuttavia, ed è questo un fatto degno di nota, la costellazione di parentela acquisita in cui il fratello o i fratelli del marito figurano a titolo di agenti patogeni compare solo col ciclo dei miti sull’origine delle piante coltivate, ossia un’origine logicamente posteriore a quella della cucina e che le è posteriore anche nel tempo.

La cucina opera infatti una mediazione di prim’ordine fra la carne (naturale) e il fuoco (culturale), mentre le piante coltivate – che risultano già, allo stato crudo, da una mediazione della natura e della cultura – non subiscono, in virtù della cottura, se non una mediazione parziale e derivata.
Gli antichi conoscevano questa distinzione, poiché pensavano che l’agricoltura implicasse già una cucina. Prima di seminare era necessario far cuocere («terram excoquere») le zolle del campo rivoltato, esponendole al calore del sole (Virgilio, Georgiche, 2: 260).

cottura-carne-paleoliticoLa cottura propriamente detta dei cereali apparteneva quindi a una cucina di secondo grado. Certo, anche le piante selvatiche possono servire da cibo, ma, a differenza della carne, molte sono mangiabili crude. Le piante selvatiche costituiscono quindi una categoria imprecisa, poco adatta a esemplificare una dimostrazione.
Condotta parallelamente a partire dalla cottura della carne e dalla coltura delle piante alimentari, nel primo caso questa dimostrazione mitica mette capo all’avvento della cultura, nel secondo all’avvento della società; e i miti affermano che questa è posteriore a quella.

Cosa possiamo concluderne? Come la cucina considerata allo stato puro (cottura della carne), la parentela acquisita considerata allo stato puro – e cioè quella parentela che implica esclusivamente dei cognati nel rapporto donatore-prenditore – esprime, per il pensiero indigeno, l’articolazione essenziale della natura e della cultura.
In compenso, è con la nascita di un’economia neolitica, la quale determina la moltiplicazione dei popoli e la differenziazione delle lingue e dei costumi, che secondo i miti appaiono le prime difficoltà della vita sociale, risultanti dall’aumento della popolazione e da una composizione dei gruppi familiari più rischiosa di quanto avrebbe consentito la bella semplicità dei modelli.

Due secoli fa, nel Discorso sulle origini della diseguaglianza, Rousseau aveva detto proprio questo, e abbiamo spesso richiamato l’attenzione su queste concezioni profonde e ingiustamente screditate.
La testimonianza implicita degli Indios sudamericani, quale l’abbiamo fatta emergere dai loro miti, non può certo far testo per rendere giustizia a Rousseau.
Ma, a prescindere dal fatto che essa avvicina singolarmente alla filosofia moderna questi racconti bizzarri nei quali non si è di solito molto disposti, sulla scorta della loro apparenza, a cercare ammaestramenti così profondi, si avrebbe torto a dimenticare che, quando l’uomo che ragiona su se stesso si vede costretto a formulare le medesime supposizioni, nonostante le circostanze straordinariamente dissimili nelle quali si esercita la sua riflessione, è molto probabile che questa ripetuta convergenza fra un pensiero e un oggetto che è anche il soggetto di questo pensiero, sveli qualche aspetto essenziale se non della storia dell’uomo perlomeno della sua natura, alla quale è legata la storia.

In questo senso, la diversità delle vie che hanno condotto coscientemente Rousseau, e inconsciamente gli Indios sudamericani, a fare le stesse speculazioni su un passato molto lontano, non è certo probante per quanto concerne questo passato, ma lo è molto relativamente all’uomo.
Ora, se l’uomo è tale che, nonostante la diversità dei tempi e dei luoghi, non riesce a sottrarsi alla necessità di immaginare in modo eguale la propria genesi, allora quest’ultima non può essere stata in contraddizione con una natura umana che si afferma attraverso le idee ricorrenti che qua e là gli uomini hanno sul loro passato.

(Lévi-Strauss, Dal miele alle ceneri)