Invocazione ad Apollo

O buono Apollo, all’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso
come dimandi a dar l’amato alloro.
Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar nell’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsia traesti
dalla vagina delle membra sue
(Dante, Paradiso, 1: 13-21)

Da buon «orfico» qual è, Dante bussa alla porta di Apollo. Alla porta del «divino» Citarista – che fu Maestro di Orfeo (alle nostre latitudini) e del «vecchio intrepido» Väinämöinen (a quelle «sciamaniche» del nord).
Dante come ogni «orfico» (nominare qui Campana e Rilke è d’obbligo!) non ha altra porta a cui bussare, che quella del divino Musico, nel cui «sapere», e solo in quello, può confidare chiunque voglia suonare il Ritornello alle strofe del proprio narcisismo.

Lyra-costellazione-figurataOrfeo è sceso all’inferno (della sua Pazzia) ed è tornato! Malconcio, è vero, fatto a pezzi dalle Menadi, e per giunta a mani vuote – e tuttavia, è tornato.
È tornato, non importa come, dall’illusione di prendere qualcosa, di raccattare un minimo di senso al suo amore per Euridice, e magari di celebrare il trionfo della sua Arte. Orfeo è tornato sano e salvo da queste «folli pretese». Orfeo, infine, ha compreso che cantare è un insensato «respiro a nulla», un soffio di vento, un istante di esistenza, e nient’altro!
Questa è la buona notizia che non ci dobbiamo scordare. Perché a scendere dove scende ogni orfico degno di questo nome, non ci vuole tanto. Chiedilo a Dino, e senti se non ti dice che è risalire, uomo tra gli uomini, che è difficile!
Difficile e raro è uscire da ogni «incantesimo».
Tanto più se a gettartelo addosso è la tua stessa voce.

Ci sono, ahimé, viaggi di sola andata – viaggi da cui più non si ritorna. Ci sono labirinti in cui è più facile perdersi che ritrovare la via di casa. E Dante, come ogni orfico, in uno di questi si è cacciato. Dante è caduto nell’Inferno del Racconto Umano. Come ogni bambino, ha passato la riva dell’Acheronte. E si è avventurato nella Lingua dei Morti. Ha navigato tra gli Errori dei Morti – anche lui «dal lato mancino» come Ulisse. E da allora, è stato un continuo circumnavigare intorno a Se Stesso, col rischio di non potersi più raccapezzare. Di aver fatto, come Ulisse e Marsia, la fesseria di un viaggio senza ritorno.

Dante è affondato nella sua pazzia poetica. Ha navigato lungo la rotta dell’Errore, pure lui – come Ulisse, ahimé – assetato di virtù e conoscenza. Pure lui, come Marsia, ha costruito melodie e canti – ma per poi essere lui il solo a restarne incantato?
Come uscire di qua? – questo è il problema.
Come sfuggire alla seduzione del proprio narcisismo? come distogliersi dall’idolatria delle proprie creazioni?
No, non basta prendere le quinte solo «all’andata», mio caro Marsia! Adesso, rovescia il tuo strumento a discanto di ciò che hai cantato finora! Su, fammi vedere se sei bravo a sbrogliare questo tuo imbroglio melodico!

Il «lato mancino», d’accordo, sarà pure il lato «creativo» della nostra mente, quello del pensiero che inventa vie traverse, e che errando trova vie nuove e affronta nuove incognite. Sarà pure il «lato» dei trovatori, ma a percorrerlo sempre nello stesso senso, a insistere sempre sullo stesso tasto, porta dritto all’inferno.
Niente c’è di più pericoloso di un Visnu senza Šiva che gli smonti il Golem, prima che, divenuto troppo ingombrante, non lo schiacci sotto il suo peso.

labirinto-buco-nero

Ovunque Apollo abbia infuso la sua «sapienza musicale», risuona – facci caso – lo stesso leitmotiv. La «bravura» non sta nella fuga, ma nella controfuga. Non sta nel rifugiarsi presso un idolo, una melodia, un canto – ma nel venir via da ogni idolatria. Non sta nel toccare il fondo, ma dal fondo sapersi dare la spinta in su, per tornare a galla.

Dante dunque bussa e dice: non mi basta «l’un giogo di Parnaso», mi servono tutt’e due per dare la scalata al paradiso. Non c’è commentatore, a quel che mi risulta, che non si limiti a ripetere, in nota a piè di pagina, la solita, quanto inutile, «precisazione»: ovvero che un «giogo» è quello delle Muse, e l’altro quello di Apollo.
E con ciò?
Al Poeta non potevano bastare le Nove Muse? Perché gli servono «amendue» i gioghi? cosa c’è, cosa si sa, cosa si pratica nel «giogo» apollineo, che invece dall’altra parte manca?

Dante bussa e dice: «m’è uopo» (mihi opus est) l’uno e l’altro «canone».
Dice: ho detto, adesso concedimi di disdire.
Sono entrato, adesso guidami all’uscita.
Sono entrato nel Racconto Umano, lasciami tornare a balbettare la mia voce.
Non fare di me un presuntuoso Marsia qualunque. Soffiami in petto il segreto del tuo canone inverso.

Siamo al primo di paradiso, e sappiamo che all’ultimo il Poeta riuscirà a «respirare a nulla». In un istante tutto il filo della Commedia si riavvolgerà nell’insensatezza del balbettio d’infante. E in quell’istante, solo, tutto il suo tempo sarà riassorbito nel suo inizio apollineo.
E insieme nella Catastrofe di ogni mira, di ogni scopo, di ogni «in vista di cui».

Capisci? il senso (canoro) dell’uomo è dilemma, conflitto, contraddizione e ambiguità. Laddove il dio canta, e non significa nulla – laddove il dio canta, e cantare è voce dell’esistenza a cui non cessa mai di essere presente, l’uomo invece canta per significare, per dire, per esprimere.
Orfico degno del «divino alloro» è solo quel musico che, almeno una volta, ritorna allo «scorrere via» della sua incoscienza infantile.

Siamo alle prime battute del paradiso. Se perdiamo di vista il doppio canone rovesciato che Orfeo, a nome di tutti gli orfici, eredita da Apollo, il «doppio giogo» del Parnaso evocato da Dante, allora c’è il rischio di non capirci più niente di tutta la Commedia.
Il rischio di non capire neanche quel verso dove Rilke dice:

impara a scordare ciò che hai cantato
(Sonetti a Orfeo, 3)