Ovidio – Come Mercurio uccise Argo Panopte

Argo-PanopteIl re degli dèi, non potendo più tollerare che [la sua amata] Io, discendente di Foroneo, patisca così tante pene, manda a chiamare Mercurio, il figlio che gli fu partorito dalla Pleiade luminosa, e gli ordina di uccidere Argo.
Un attimo, ed ecco Mercurio ha già le ali ai piedi, in mano la bacchetta magica che infonde il sonno, e il copricapo sui capelli. E così acconciato cala dalla rocca del padre Giove sulla terra.

Lì si toglie il copricapo e depone le ali, impugna soltanto la verga e con questa, fingendosi pastore, sospinge per i campi fuori mano caprette rubate strada facendo, e intanto suona una canzone su uno strumento fatto di canne.
Argo, il guardiano agli ordini di Giunone, rimane affascinato da questi suoni mai uditi: «Chiunque tu sia, potresti anche sederti con me su questa roccia – dice – ché non c’è in nessun altro posto erba più grassa per le bestie, e vedi, c’è un’ombra ideale per un pastore».

Il nipote di Atlante si siede e, chiacchierando di molte cose, lo intrattiene per tutto il giorno, e intonando canzoni sulle canne congiunte [del flauto] tenta di addormentare quegli occhi vigili.
Quello però si sforza di resistere al dolce sonno, e sebbene il sopore gli scenda su una parte degli occhi, pure col resto continua a vegliare. Anzi, dato che quello strumento era stata una recente invenzione, domanda in che modo sia stato inventato.
E allora Mercurio racconta:

«Sui gelidi monti d’Arcadia, tra le amadriadi di Nonacre c’era una Naiade famosissima, le ninfe la chiamavano Siringa. Più d’una volta era sfuggita ai satiri che l’inseguivano e a quanti dèi popolano le selve ombrose e la fertile campagna; seguace della dea di Ortigia, anche lei serbava la verginità.
Vestita anche alla maniera di Diana, l’avresti scambiata per la figlia di Latona, se non fosse che lei aveva un arco di corniolo, mentre quella ne ha uno d’oro. Anche così traeva in inganno.
Pan la vide che tornava dal colle Liceo, e col capo coronato di ispide foglie di pino, le dice così e così …».

Pan-flautoRestava da riferire le parole e raccontare come la ninfa, sorda alle preghiere, fuggisse per le forre finché non giunse al placido fiume dell’arenoso Ladone; e che poiché le sue acque le impedivano la corsa, pregò le sorelle del fiume di trasformarla.
Sicché, quando Pan credette d’aver preso Siringa, al posto del corpo della ninfa si trovò tra le mani a stringere una canna di palude. E deluso sospirò, e i suoi sospiri vibrando nella canna produssero un suono acuto e lamentoso.
Incantato dalla dolcezza di quella musica mai udita prima, disse: «Sarà così che continuerò a parlare con te!» e, saldate tra loro con la cera cannucce di diseguale altezza, mantenne allo strumento il nome della fanciulla: Siringa.

Queste cose stava per dire Mercurio, il dio del Cillene, quando vide che tutti gli occhi di Argo avevano ceduto e tutti gli sguardi erano velati dal sonno.
Subito spegne la voce e rafforza il sopore sfiorando con la magica verga le palpebre illanguidite e poi, con un colpo risoluto della spada a forma di falce, lo colpisce, mentre è lì che barcolla, dove la testa confina col collo, e lo butta giù insanguinato dal suo macigno, facendogli macchiare di sangue la rupe scoscesa.

O Argo, tu giaci, e spento è lo sguardo che avevi in così tante pupille: una sola notte pervade i tuoi cento occhi. Giunone però, la figlia di Saturno, prende questi occhi e li fissa sulle penne del pavone a lei sacro, costellandogli la coda di geme brillanti.

(Ovidio, Metamorfosi, 1: 668-723)