Maya – I fantocci di legno

Maya-fantocci

All’origine, quando nulla esisteva, nulla era in piedi, tranne la calma acqua, quando v’erano solo immensità e silenzio nell’oscurità, nella notte, il signore, re e sovrano Tepeu e il serpente dalle piume verdi Gucumatz erano nell’acqua circondati dalla luce.
Tepeu e Gucumatz s’incontrarono nell’oscurità, nella notte, e parlarono insieme e meditarono di far apparire l’alba e con essa l’umanità.

In tal modo fu deciso nell’oscurità e nella notte dal Cuore del Cielo che è chiamato Hunrakán. Il primo è chiamato Caculhá Hunrakán. Il secondo è Chipi-Caculhá. Il terzo è Raxa-Caculhá. E questi tre sono il Cuore del Cielo.
Essi discussero tra loro su come far venire la luce e l’alba; poi dissero: «Che sia la luce, che venga l’alba nel cielo e sulla terra». E quando la terra emerse, Gucumatz fu pieno di letizia e ringraziò i tre dèi del Cuore del Cielo.
Poi si chiesero: «Dovrà esservi solo silenzio e calma sotto gli alberi, sotto i pampini? È bene che d’ora in poi ci sia qualcuno a sorvegliarli».

Così dissero, avendo meditato.
E subito crearono i cervi e gli uccelli, e assegnarono loro come dimora il bosco, le rive dei fiumi e le gole dei monti.
Poi dissero loro: «Parlate, gridate, garrite, chiamate, esprimetevi ciascuno secondo la sua varietà, ciascuno secondo la sua specie. Pronunciate i nostri nomi, lodate noi che siamo vostro padre e vostra madre. Adorateci!».
Ma gli animali non potevano parlare come uomini: sibilavano, urlavano, gracchiavano, ma non erano capaci di pronunciare il nome dei loro genitori.
«Questo non è bene!», dissero i Creatori. E perciò fecero un secondo tentativo.
«Proviamo ancora! – si dissero. – L’alba si avvicina: facciamo colui che ci nutrirà e ci sosterrà! Che dobbiamo fare per essere invocati e ricordati?».

Dalla terra, dal fango fecero la carne della nuova creatura, ma videro che non andava bene: era molle e si squagliava al contatto con l’acqua, non aveva forza, cadeva e zoppicava, la testa gli pendeva, non poteva muoverla, la sua vista era confusa, non poteva guardare indietro.
Delusi dal loro fallimento, i Creatori arrestarono l’opera e distrussero quelle creature. Poi si rivolsero agli indovini, all’Antenato del giorno e all’Antenata dell’alba, i cui nomi erano Ixpuyacoc e Ixmucané, e dissero loro: «Trovate il modo per cui l’uomo che noi faremo ci nutra e ci sostenga, ci invochi e ci ricordi. Traete le sorti coi vostri chicchi di mais e con lo tzité. Fate così e noi sapremo ciò che dovremo fare, se dovremo intagliare la sua bocca e i suoi occhi nel legno».

Maya-cosmogoniaE gli indovini trassero le sorti col mais e con lo tzité: il vecchio Ixpuyacoc e la vecchia Ixmucané fecero la divinazione e dissero: «I vostri fantocci di legno riusciranno bene; essi parleranno».
Allora i Creatori fecero di legno le nuove creature. Esse crebbero e si moltiplicarono, ma non avevano anima, non avevano intelletto, e non ricordavano chi le aveva create. Sapevano camminare erette, ma non sapevano pronunciare i nomi dei Creatori. Perciò, presto, caddero in disgrazia, e furono distrutti e annientati, spezzati e uccisi.

Un diluvio fu suscitato dal Cuore del Cielo, un grande diluvio si abbatté sulle teste delle creature di legno. Di tzité era stata fatta la carne dell’uomo, ma quando la donna fu creata, la sua carne fu fatta di giunco. Questa fu la «materia prima» usata dai Creatori.
Ma le creature che essi avevano fatto, non pensavano e non parlavano col loro Creatore e con la loro Creatrice. E perciò furono sommersi dal diluvio.

Una resina abbondante discese dal cielo. Colui che era chiamato Xecotcovach andò a strappare loro gli occhi, Camalotz tagliò loro le teste, Cotzbalam divorò le loro carni. Venne anche Tucumbalam a spezzare e lacerare le loro ossa e i loro nervi: frantumò e macinò le loro ossa. Ne fece farina e la sparse per il cielo. E ciò per punirli perché non avevano pensato alla propria Madre e al proprio Padre, il Cuore del Cielo, chiamato Hunrakán.
Si oscurò la faccia della terra e una nera pioggia cadde, notte e giorno. Poi vennero gli animali, piccoli e grandi, e bastoni e pietre colpirono la loro faccia. E ogni cosa si mise a parlare: i vasi, i tegami, i piatti, le pentole, le macine, ogni cosa si sollevò e colpì la loro faccia.

«Ci avete fatto molto male – dissero i cani. – Ci mangiavate e adesso noi vi uccideremo».
«Ci avete tormentato ogni giorno – dissero le pentole. – Dolore e sofferenza ci avete causato. Le nostre bocche e i nostri visi erano sporchi di fuliggine, eravamo sempre sul fuoco e ci bruciavate, come se non sentissimo dolore. Ora noi bruceremo voi».
Vennero poi le pietre del focolare e dal fuoco si scagliarono direttamente sulle loro teste, li scottarono e li fecero fuggire dalle loro case.

Gli uomini di legno corsero fuori: cercarono di mettersi al riparo sugli alberi, ma questi li facevano ricadere a terra; provarono a rifugiarsi nelle caverne, ma le caverne li respinsero.
Questa fu la rovina degli uomini che erano stati creati e formati, degli uomini fatti per essere distrutti e annientati; le loro bocche e i loro visi furono sfigurati.
Si dice che i loro discendenti sono le scimmie che ora abitano nel bosco: esse solo rimangono di quella prima umanità di legno. Le scimmie sembrano uomini, ma non sono che fantocci di legno sopravvissuti al diluvio.