Plutarco – Le peregrinazioni di Iside

Iside-dea

Furono i Pani e i Satiri della regione del Chemmis ad accorgersi per primi della scomparsa di Osiride e a dar notizia di ciò che era accaduto: per questo anche oggi quei turbamenti molesti, quegli improvvisi spaventi sono chiamati «panici».
Quando Iside fu informata, si tagliò una delle sue trecce e indossò una veste da lutto, là in quel paese che da allora fino ad oggi si chiama Copto. E alcuni ritengono che questo nome significhi «privazione», perché presso gli Egizi il nostro verbo «privare» si dice koptein.

Iside da quel giorno vagabondò senza meta, senza sapere dove cercare, chiedendo notizie a tutti quelli che incontrava: persino ai bambini domandava di quella cassa. E furono proprio dei bambini che Iside incontrò un giorno, a rivelarle la bocca del fiume attraverso la quale gli amici di Tifone avevano abbandonato verso il mare la bara di Osiride.
In ricordo di questo fatto gli Egizi attribuiscono ai fanciulli un potere profetico, e in particolare interpretano il futuro basandosi sulle parole lanciate a caso dai bambini che stanno giocando nei luoghi sacri.

Iside poi venne a sapere che una volta Osiride si era unita alla sorella Neftys, credendo che fosse la sua sposa Iside: lo provava la ghirlanda di meliloto che Osiride aveva lasciato da Neftys.
Si mise allora a cercare il bambino nato da loro: infatti Neftys, per paura di Tifone, l’aveva esposto subito dopo averlo partorito. Dopo una lunga e faticosa ricerca, finalmente lo trovò, guidata da una muta di cani; e lo allevò, e il ragazzo diventò la sua guardia e il suo fedele compagno.
Fu chiamato col nome di Anubi: e si dice che faccia la guardia agli dèi come i cani la fanno agli uomini.

Di conseguenza Iside venne a sapere che la bara, sospinta fuori dal mare presso la costa di Byblos, con l’aiuto delle onde era dolcemente approdata in un prato di erica; l’erica, poi, in breve tempo era cresciuta fino a diventare un bellissimo, fiorente cespuglio, che si abbarbicò alla bara e si avvolse intorno a essa nascondendola completamente al suo interno.
Il re di quella regione restò stupefatto delle dimensioni della pianta: fece tagliare il fusto che avvolgeva la bara, senza peraltro accorgersi della sua presenza, e lo pose come colonna per il tetto della sua casa.

Iside, raccontano, fu informata di ciò per ispirazione demonica della Fama: allora si recò a Byblos, si sedette presso una fontana, e stava lì a piangere sulle sue miserie, senza mai parlare a nessuno. Solo con le ancelle della regina si intratteneva volentieri, e intrecciava loro i capelli, e dal suo corpo spirava un meraviglioso profumo.
Iside-SirioQuando la regina vide le sue ancelle, fu presa dal desiderio della straniera, della sua arte di fare le trecce e dell’ambrosia che spirava dal suo corpo.
Così Iside fu mandata a chiamare, e divenuta intima della regina fu scelta come nutrice del principino. Il nome del re dicono che fosse Malcandro, quello della regina invece secondo alcuni Astarte, per altri Saois, secondo altri ancora Nemanus, nome che per i Greci corrisponde ad Athenais.

Iside allevava il bambino dandogli da succhiare la punta del dito al posto del seno; e una notte bruciò la parte mortale del suo corpo. Poi, trasformatasi in rondine, prese a volare intorno alla colonna, gemendo, fino a che la regina, che aveva osservato la scena, quando vide il bambino in preda alle fiamme, si mise a gridare, privandolo così dell’immortalità.
La dea allora si rese visibile, e chiese la colonna del tetto: la tolse con facilità, sfrondò i rami di erica che la avvolgevano, e poi la avvolse in una pezza di lino, cospargendola di unguento odoroso.

La affidò poi al re e ai suoi successori, e anche oggi gli abitanti di Byblos venerano questo tronco, che si trova nel tempio di Iside.
La dea si gettò sulla bara, e gridava tanto che il più giovane dei figli del re ne morì. Poi prese con sé il maggiore, caricò la bara in una nave e partì.
In seguito, poiché il fiume Fedro fece nascere allo spuntar del giorno un vento troppo forte, la dea incollerita prosciugò la sua corrente.

Quando giunse in un posto isolato e fu finalmente sola, subito aprì la bara, abbandonò il suo viso su quello di Osiride e si mise a baciarlo, piangendo. Il fanciullo intanto si era avvinato pian piano alle sue spalle, e aveva visto tutto.
Quando se ne accorse, la dea si voltò piena d’ira, con uno sguardo terribile. Il fanciullo allora non resse allo spavento, e morì.
C’è chi afferma invece che le cose non andarono a questo modo, e che morì cadendo in mare per caso. Anche adesso gli vengono resi onori, per la sua familiarità con la dea: quel Maneros, infatti, che gli Egizi cantano nei banchetti, è proprio lui.

Altri sostengono invece che il fanciullo si chiamava Palestino o Pelusio, e che dette il suo nome alla città fondata dalla dea, mentre il Maneros che viene cantato altri non sarebbe che l’inventore della musica.
Alcuni affermano che questo nome non vuole designare una persona, ma rientra nelle espressioni tipiche di chi fa festa nei banchetti. «Ti auguro che tutta la tua vita sia felice come adesso»: sarebbe sempre questo per gli Egizi il valore dell’esclamazione «Maneros».
Così anche l’uso di farsi passare davanti agli occhi la figurina di un morto dentro la sua bara, non ha proprio niente a che vedere con la rievocazione dei patimenti di Osiride, come alcuni vogliono credere: in realtà, l’immagine del morto viene introdotta nelle feste perché la sua contemplazione sia un invito a godere del presente, dato che presto tutti noi saremo uguali a lui.

Iside-pezzi-OsirideIside proseguì il suo viaggio per raggiungere il figlio Horus, che veniva allevato a Buto, dopo aver deposto la bara in un luogo fuori mano. Ma Tifone, mentre andava a caccia di notte, la scoprì per caso, illuminata dalla luna; riconosciuto il corpo di Osiride, lo fece in quattordici pezzi e lo disperse.
Quando lo venne a sapere, Iside si mise di nuovo a cercare qua e là, attraversando le paludi su una zattera di papiro: ancora adesso, chi naviga su barche di papiro non viene attaccato dai coccodrilli, perché è questo il loro modo di mostrare alla dea venerazione e sottomissione, in ricordo di quel fatto.

È ancora questa leggenda a motivare la presenza in Egitto di tanti monumenti sepolcrali di Osiride: per ogni pezzo del suo corpo che riusciva a trovare, infatti, Iside costruiva una tomba.
Altri rifiutano questa spiegazione, e sostengono invece che Iside aveva donato alle varie città delle immagini di Osiride da lei modellate, come simbolo del suo corpo, perché fosse onorato da più gente. In questo modo, inoltre, se Tifone fosse riuscito a sconfiggere Horus e avesse voluto cercare la vera tomba, di fronte a indicazioni così disparate avrebbe dovuto rinunciare al suo intento.

L’unica parte del corpo di Osiride che Iside non riuscì a trovare fu il membro virile, perché era stato gettato per primo nel fiume, e lì l’avevano mangiato il lepidoto, il fagro e l’ossirinco, proprio quei pesci, cioè, tanto aborriti dagli Egizi.
Al posto del vero membro, Iside ne fece uno finto, e rese sacro il fallo, a cui anche ora gli Egizi dedicano molte feste.

(Plutarco, Iside ed Osiride, 356d-358b)