Nome proprio e nome comune

… parlare mi fa paura, perché non dicendo mai abbastanza, dico sempre anche troppo
(Derrida)

… dico sempre più di quello che dovrei. Ho paura a dirmelo: se mi confesso che sono un chiacchierone, mi dico troppo o troppo poco?
Più chiacchiero, meno dico: questo è certo. Ci deve essere qualcosa di epico in quest’imbroglio. Qualche nodo ci deve essere sul filo delle parole. Un nodo che nessun anti-Edipo basta a sciogliere, se insieme non si dissolve anche l’ultimo «resto» mitico, eroico o narcisistico che ispira il Gesto di scioglierlo.
Come si può chiacchierare e, insieme, pretendere di non essere debitore alla Chiacchiera?
Non si cammina qui sul filo di un rasoio?
Non c’è del sonnambulismo su questo cornicione della Torre?

bla-bla-bla

Ogni parola, disse quel Tale, è un reato di lesa maestà.
Voleva dunque dire che il Re è il Silenzio? voleva ribadire solo questo misero articolo della Regola Trappista, proprio lui che – parlando – la contraddiceva?
Chissà, forse aveva tutt’altra intenzione, e solo s’accorgeva che le parole, questa sua intenzione, immancabilmente la tradivano. Forse voleva dire solo questa delusione: che le parole finivano per trascinarlo altrove – lontano dalla sua Urgenza – in una paradossale dismisura, insieme, per eccesso e per difetto, in un «troppo poco» destinato a rivelarsi sempre un «troppo assai», sempre a vagare nell’incertezza di essere capitato al cospetto … di un nano o di un gigante?

Eppure, mi risulta che qualcuno a Funes gliel’ha detto – che la numerazione è possibile solo a condizione di non numerare tutto! e che la verbalizzazione si fonda sulla Rinuncia a priori a dire Tutto, per dire solo i segni, solo le cifre, solo i simboli che sono stati segnati cifrati e simboleggiati nei secoli dei secoli umani e post-umani!
Forse i morti non sapevano il male che ci lasciavano in eredità? E noi che cosa lasciamo? Non è forse proprio questo il male – questo assillo di dover lasciare qualcosa a qualcuno?
Se i morti lo seppero, se pure noi da morti lo sapremo, fu e sarà sempre troppo tardi o, come si dice a parole, troppo presto per non intimidirci al solo pensiero dell’assenza di alternative a questo maledetto Testamento.

Vecchio e nuovo – è sempre Chiacchiera che vi si tramanda.
Sempre quel male lì, di cui Nessuno si cura.
Noi siamo nelle Sue mani.
Se Lui è bravo, acceca Polifemo.
Lui è il Nostro Tredicesimo.

Per numerare, non si deve numerare tutto – ma solo il numerabile.
Una Fata, per favore, almeno una deve rimanere fuori dal conto – altrimenti i conti non tornano.
Bisogna chiudere un occhio, bisogna saltare il Tredici «che porta male». E non per la malevolenza di Qualcuno, ma perché è solo così che è possibile una numerazione, una tassonomia, una Regola.
locandina-quale-onoreGiochiamo con le parole a questo gioco ad excludendum, tutti. È un gioco a farci male. Un gioco a mettere fuorigioco tutto il dispari che non sappiamo arrotondare.
Lo rinviamo – e questo è il Gesto propriamente Umano.
Immaginarsi un domani – confermarsi a vicenda che c’è un domani, a cui legalmente rinviare il Pareggio di Bilancio.

Siamo Garanti l’uno dell’altro. Alleati e congiurati nell’Immaginazione che c’è sempre un domani a cui rimandare la Tredicesima Fata.
Mi pagate domani! – non mi ricordo più chi e in quale Commedia diceva questa battuta. Più che una battuta, era una balbettata: mi pa ga te do ma ni (ma chi sono? i Sette Nani?).
Signor Re, non mi fate entrare Oggi … vuol dire che mi pagate Domani!
Dice la Tredicesima.
Lo dice, stando al calendario egizio antico, almeno una volta al mese – quel tredici di ogni mese che è «il giorno di Iside».
Il fallo di Osiride non deve essere ritrovato. Deve mancare al conto, perché il conto torni – perché sulla sua mancanza si fonda la numerazione dei giorni, dei mesi, degli anni e dei secoli, anche quelli ancora di là da venire.

Non è tanto il Re a essere «leso», questo dice il Racconto. Il Re rimanda, come ogni don Abbondio, «a quando sarà» la resa dei conti. Il Re ha una via di fuga, e perciò non è tanto Lui a dover patire le conseguenze del rinvio, ma sua «figlia».
Il Racconto dice che a farsi male, a ferirsi è la Figlia del Re. È l’ultima arrivata nella Casa del Re. Quella novità che non ancora è stata battezzata al Numero e alla Parola. È lei a pungersi al Fuso della Tredicesima.

Le parole pungono. Questa è la «storia vera» di Rosaspina.
Le parole di una Maledizione precedono e fondano ogni suo «dire», quale che sia la Lingua che parlerà. Così disse la Tredicesima. Disse: la bambina parlerà e allora potrò prendermi la mia Vendetta.
Espulsa dall’Olimpo, cacciata via dal Calendario, la Strega – la Metafora ha solo da aspettare il momento in cui lo Sguardo di Rosaspina si avventurerà nella Soffitta delle sue proprie curiosità.

Ti ricordi del Devoto di Kafka?
Ogni giorno che si trova a passare dinanzi a quello Stesso (pioppo), gli dà un nome diverso: metonimia permanente: nominandolo sempre originalmente, neanche prende coscienza dello Stesso, non accumula Senso, ma insegue e persegue sempre i suoi molteplici Fantasmi – o meglio: è condannato a fare del suo proprio corpo il Fantasma, della cui «realtà» ogni giorno punto e a capo deve trovare conferma nell’«essere visto» dalla Gente, nell’«essere notato» dalla Piazza a ogni sua, quanto più plateale, esibizione.
Egli, dunque, dà per «reale» solo ciò a cui la Gente si interessa, e per «reale» il suo caso solo se desta l’interesse della Gente. Solo se la Gente se ne cura, egli «realizza» la fuga del suo corpo. La realizza, gettando il suo corpo nella Caverna (dei Simboli) di Polifemo – dove giganteggiano gli Idoli della Chiacchiera, nei modi della Chiacchiera, e per i fini (inconsci) della Chiacchiera.

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James Ensor – La disperazione di Pierrot

Il devoto esibisce un corpo (vanamente) in fuga dalla Fantasia di cui è in ostaggio.
Viceversa, il Funes di Borges, il suo corpo, lo «oscura» fino all’alba – finché la luce non viene a smontargli la Fantasia. Egli è talmente «introverso» nella sua Fantasia, talmente impedito da qualunque «attività motoria» che lo estroverta verso la Gente, verso la Realtà di Polifemo, da non avere più che la sua stessa Memoria con cui passare il tempo.
Passare il tempo giocando coi segni che il tempo gli lascia, nessuno però che sia più «marcato» dell’altro. Nessuno che lo punga con la sua disparità.
Ecco perché il suo male è lo stesso del Devoto: metonimia permanente. Ogni minuto secondo, ogni piega delle foglie al vento, ogni lucore di ogni goccia di rugiada (mi viene in mente Leibniz), a ogni istante prende un nome suo proprio che non può mai essere lo Stesso – perché lo Stesso ne tradisce la singolarità, l’eccezione irripetibile, la eraclitea flussione che perennemente trabocca ogni possibile «identità», ogni illusione di «stabilità».

Tutto scorre.
Il Devoto di Kafka e il Funes di Borges, compresi.
Lo smemorato e il «memorioso» incapace di scordarsi il benché minimo dettaglio, chi per difetto chi per eccesso, sono i due casi (estremi) in cui si declinano i sintomi di quella «patologia immaginaria» che consiste nel non produrre «arresti» nella produzione dei propri Fantasmi, nell’esibirne la disparità a cui li condanna il Nome Proprio che, uno per uno, nessuno escluso, tutti indistintamente, i Fantasmi pretendono.
Narciso continua tutte le sante mattine a guardarsi nello specchio delle sue brame, ma non incontra mai la Stessa Immagine. C’è sempre del nuovo che lo riguarda dallo specchio.

A Narciso ogni giorno è un giorno che comincia, da capo. Narciso non si riconosce, non riconosce lo Stesso di ieri mattina. Non ha (ancora) una storia, ma solo «ritmi secondari» sparsi qua e là, disordinatamente. Se li volesse mettere, come Funes, tutti in ordine, gli servirebbe una vita parallela in cui doppiare, uno per uno, tutti i suoi istanti di vita.
Se invece scaricasse sugli occhi, come il Devoto e come ogni Narciso devoto solo alla sua speculazione, tutto il peso della «questione», se cioè gli bastasse immolarsi ogni santo giorno non importa a chi, neanche si accorgerebbe del disordine.
Il pathos di questa patologia, con buona pace degli epicurei, non si risolve rendendosi «invisibili» allo Sguardo della Gente. Non basta la sola latitanza. Tanto più, se dal proprio covo clandestino si continua a mandare messaggi alla Gente.
Vieni via di là! – questo Epicuro ci manda a dire.
Ha detto troppo poco o troppo assai?

Il pathos di questa patologia è nell’orecchio che ha «udito» il Racconto. È nei solchi di memoria che, passando, il Racconto ha inciso stampandovi le sue tredicesime lettere, quelle dell’Addolorata – di Colei che si punse il dito.
Lassù in soffitta, rovistando tra le cose vecchie, la Figlia del Re trovò (per caso) anche questo frammento in latino: ut nihil non iisdem verbis redderetur auditum – di modo che tutto ciò che fosse stato udito venisse reso con le stesse parole (lo chiami Pioppo oggi, e Pioppo deve essere pure domani!), di modo che non ci fosse niente che non fosse replicato con gli stessi segni, senza cambiare neanche una virgola.

Traduco meglio: in modo da escludere il proprio, il singolare, l’irripetibile, il nuovo senza padre né madre, il non-causato da niente, il fallo di Osiride che ogni giorno genera «figlie» più o meno fantasmatiche.
Dalla metonimia alla metafora. Viaggio di sola andata, nel Reame da cui nessuno più fa ritorno – neanche se impazzisce.
Dal Nome Proprio di ogni atomo vivente, al Nome Comune. Dalla Prima alla Seconda Parola, dal vecchio al nuovo Testamento.
Il minimo che a uno può succedere, è di trovarsi ad aver paura, se apre bocca. A ogni parola per cui la sua lingua passa, la Tredicesima è lì in agguato. E se lui l’incontra, «prende lo spavento», un’altra volta «quello spavento» che di Nessuno fece Odisseo, di un Anonimo sempre singolare, un Nominato nella pluralità dei casi e delle declinazioni della Chiacchiera.