Griaule – Il Maestro di parola e il Lebé

Otto famiglie, discendenti degli Otto Antenati, vivevano sulla terra e l’uomo più vecchio di tutti apparteneva all’Ottava.
Ora, l’Ottavo Rango, pur essendo uguale agli altri, ha un privilegio particolare: «Sette – disse Ogotemmeli – è il rango del Signore della Parola. 1, aggiunto a 7, dà 8. L’Ottavo Rango è quello della Parola stessa. La Parola è al di fuori del Settimo che la insegna. Essa è l’Ottavo Antenato. L’Ottavo è il sostegno della Parola che i primi Sette avevano e che il Settimo insegnava».

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Appartenendo all’Ottava Famiglia, il più vecchio dei viventi era, dunque, l’essere terrestre che più direttamente rappresentava la Parola.
Si chiamava Lebé.
Ora, gli uomini possedevano una parola antica, la Seconda, appresa al momento della tessitura, che doveva cedere il posto alla Terza. L’insegnamento di questa nuova parola spettava al Settimo Nommo-Antenato, ucciso dagli uomini, la cui testa riposava sotto il sedile della fucina nella parte settentrionale del campo primordiale.
Bisognava che il vecchio morisse per passare nel medesimo mondo del Settimo e per permettere la realizzazione dei disegni di Dio. Per questo il vecchio morì.

«Ma – fece osservare Ogotemmeli – morì in apparenza. Alla gente semplice fu detto che il vecchio era morto. E si disse che il Settimo era stato ucciso e consumato. In realtà, né l’uno né l’altro sono morti. Il vecchio non poteva morire poiché la morte sarebbe apparsa soltanto più tardi. Il Settimo non poteva morire perché era Nommo».
«E perché ingannare gli uomini?», domandò l’Europeo.
«Per far loro meglio capire le cose», rispose il cieco.
E passò oltre.

Dopo la morte del vecchio, il suo corpo fu deposto sulla terra mentre si scavava, nel campo, non lontano dalla fucina, una tomba orientata da nord a sud. Egli vi fu sepolto supino con la testa a nord, nella posizione della terra e nel suo ombelico medesimo, cioè nel suo centro.
Se lo misero in posizione supina, fu per adempiere ai disegni di Dio e anche perché gli uomini ignoravano la morte e i riti funebri. Più tardi, quando gli uomini cominciarono a morire, essi vennero adagiati nel fondo delle tombe o nelle caverne, con la testa a nord, i maschi sul fianco destro e le donne sul fianco sinistro, nella stessa posizione che prendono per dormire sul terrapieno della seconda camera. Omisero anche di piegargli le membra per qualche istante, come si doveva fare più tardi a tutti i morti, per dar loro contemporaneamente la forma di feto e prefigurare così la rigenerazione.

In tal modo il campo primordiale conteneva, da una parte, il corpo dell’uomo più vecchio e quest’uomo apparteneva all’Ottava Famiglia, ordine della Parola. Conteneva, d’altra parte, sotto la pietra del Fabbro, la testa del Settimo Antenato.
Allora risuonò il primo rumore della fucina.
Vibrò nelle profondità della terra e raggiunse il Settimo Antenato ucciso dagli uomini.

Alla cadenza del mantice doppio che attivava il fuoco e del maglio che batteva l’incudine, il Settimo Nommo prese la sua forma di genio, dal tronco umano terminante in rettile. Poi, drizzandosi sulla coda, con gesti regolari delle braccia spinte in avanti e con scatti ritmici del corpo, nuotò la prima danza che lo condusse sotto terra nella tomba del vecchio.
Al ritmo del lavoro della fucina, il Settimo si presentò a nord del corpo, dalla parte del cranio, e lo inghiottì; lo ricevette nel suo utero e lo rigenerò. Infine, sempre al medesimo ritmo, vomitò nella tomba, in un torrente d’acqua, il prodotto della metamorfosi. […]

«Il Settimo Nommo – disse Ogotemmeli – ha inghiottito il vecchio dalla testa e ha restituito in cambio le pietre dougué, ponendole nello stesso ordine del corpo disteso. Era come il disegno di un uomo fatto con le pietre».
Dogon-scheletro-pietreIl disegno ricordava anche quello che il Nommo fa dell’anima di un uomo, a ogni nascita. E indicava, attraverso la posizione delle pietre, l’ordinamento della società umana.
«Egli ha organizzato il mondo vomitando i dougué che tracciavano il profilo di un’anima d’uomo».

Depose al suolo le pietre una per una, cominciando da quella della testa e dagli otto dougué principali, uno per antenato, che segnavano le articolazioni del bacino, delle spalle, delle ginocchia e dei gomiti; la precedenza era data alla destra; le pietre dei quattro antenati maschi si trovavano alle articolazioni del bacino e delle spalle, cioè al vertice delle membra; quelle delle quattro femmine alle altre quattro.
«L’articolazione – dichiarò il cieco – è la cosa più importante nell’uomo». […]

«Ma a che scopo – domandò il Bianco, che tornava sempre alla sua idea – a che scopo l’uccisione del Settimo? E perché il Settimo divora il Lebé in quanto discendente dell’Ottavo?».
«Il Settimo Nommo ha divorato il Lebé perché gli uomini credessero che le pietre vomitate erano le sue ossa digerite e trasformate. Perché la cosa fosse una cosa dell’uomo e non una cosa del cielo. Per far credere agli uomini che il vecchio Lebé, il più vecchio e il più rispettabile di tutti, e lui soltanto, era nelle pietre di unione. È perché gli uomini comprendessero tutte le cose che egli ha fatto: che il Nommo è sceso su uno scheletro d’uomo».

«Voi dite far credere. Vi era dunque un segreto da tenere loro nascosto?».
«Se si volesse spiegare questo evento a un uomo che lo ignora, a un uomo comune, gli si direbbe che una potenza celeste è venuta a mangiare il vecchio padre per trasformare le sue ossa in pietre benefiche».
«Ma qual è la verità?».
«Se si volesse spiegarlo a voi, Nazareno, vi si dirà che qualcuno è sceso dal cielo in forma di donna, coi suoi ornamenti e i suoi accessori; che ha mangiato il vecchio padre, ma che le pietre non sono le ossa dell’uomo: sono i suoi ornamenti».

Si riferiva alle pietre contenute nel vaso-utero che si trovava all’incrocio dei tramezzi, al centro del Granaio.
«Ma perché – insisteva il Bianco – il Settimo è stato ucciso?».
Non ottenne risposta.
«Il Settimo Nommo – diceva Ogotemmeli come parlando tra sé – si è sacrificato. Soltanto lui poteva farlo. Il Settimo è il signore della Parola, signore del mondo, è capace di fare qualsiasi cosa. Senza il Settimo, nulla poteva essere riorganizzato. Il Settimo potrebbe dire – non l’ha detto, ma potrebbe dirlo: la cosa che io facevo, l’opera che io compivo, la parola che io parlavo, è: ku ma inné déga dâ bébadu».
Cioè: «La mia testa è caduta a causa degli uomini per salvarli».

«Il Lebé è stato ingoiato come discendente dell’Ottavo Antenato, della famiglia della Parola. La Parola è la cosa più importante del mondo. Mangiando il Lebé, il Settimo Nommo, Signore del Verbo, ha preso quel che vi era di buono nella Parola Antica e l’ha introdotto nelle pietre. Tutto ciò che era impuro è stato espulso con l’acqua e portato via dalle piogge».
«Il Settimo, morto soltanto in apparenza, ha mangiato il Lebé, morto in apparenza. Mangiando l’uomo, egli ha preso ciò che in lui era buono. Ma, per parte sua, ha comunicato la sua forza vitale alla carne dell’uomo, cioè agli uomini. Perché, facendolo per il più vecchio, egli lo faceva per tutta l’umanità».

Così il Settimo e il Lebé, discendente del fratello di lui Ottavo, per il fatto che uno aveva mangiato l’altro, confusero le loro forze vitali.
«E le loro anime? Che cosa divennero le loro anime?».
«Le loro anime si sono congiunte e, pur restando distinte, non si separano mai. Ogni anno, all’epoca del grande sacrificio in onore del Lebé, gli uomini che mangiano la vittima che rappresenta l’Antenato, chiedono che sia sempre così. Essi si recano al santuario e dicono: Che Nommo e Lebé non cessino mai di essere la stessa cosa, che restino la stessa cosa buona, che non si separino da questa qualità di essere la stessa cosa».

(Griaule, Dio d’acqua)