India – I dadi truccati di Duryodhana

Nessuno sa che cosa spinse, una volta, Duryodhana ad entrare nel palazzo dei suoi cugini, i cinque fratelli Pândava. Ma appena vi entrò, Duryodhana si perse: si lasciò confondere dalla varietà e dalla molteplicità dei corridoi, si lasciò incantare dai marmi e dai colori delle pareti.
Là dove credeva che ci fosse una porta, finì per sbattere la testa contro il muro, e viceversa, là dove realmente c’era una porta aperta, egli non provò neanche ad attraversarla. Quando gli parve d’essere in un prato fiorito, si chinò a raccogliere una rosa, ma la sua mano non toccò che un dipinto.

DuryodhanaE che dire poi delle ricchezze profuse nella costruzione di quel palazzo? Il tetto era sorretto da mille pilastri di marmo tempestato di gemme e pareva davvero un cielo stellato. Lamine d’oro e pietre preziose erano disseminate un po’ ovunque. Al centro del palazzo, s’apriva una grande sala, il cui pavimento era così levigato che Duryodhana, scambiandolo per uno specchio d’acqua, si alzò la veste prima di camminarci sopra.
Dopo un lungo girare a vuoto, Duryodhana si ritrovò infine fuori del palazzo: quel che aveva visto gli suscitava solo gelosia. Pensò: «La potenza dei miei cugini deve essere abbattuta! Voglio il loro palazzo! Ma come averlo? Essi sono troppo forti con le armi».

Poiché il maggiore dei cinque Pândava, Yudhisthira, era un accanito giocatore di dadi, Duryodhana lo sfidò a una partita coi dadi truccati. A garantire la sua lealtà, chiamò il padre cieco, Dhrtarâstra.
Così ingannato, Yudhisthira perse, l’una dopo l’altra, tutte le poste in gioco: i beni, la regalità, la libertà dei fratelli e perfino la sua.
Alla fine, sperando con un sol colpo di rifarsi di tutte le perdite, osò nientemeno mettere sul piatto la libertà di Draupadî, la sposa sua e dei suoi fratelli.

Prelevata dalle guardie e condotta dal nuovo padrone Duryodhana, Draupadî non si lasciò sfuggire un solo lamento, ma si limitò a domandare: «Quale libertà Yudhisthira ha messo in palio per prima: la sua o la mia? E quando ha scommesso su di me, era ancora padrone di se stesso o apparteneva già a un altro?».
Messo in difficoltà dal quesito, Duryodhana ordinò alle guardie di denudarla e di condurla alle sue nuove mansioni di schiava, con la forza se necessario. «Spogliatela! – disse – e la faccia finita coi suoi sofismi! Un marito è sempre libero di fare ciò che vuole della moglie, anche se lui stesso è ridotto in schiavitù».

E quando una guardia cominciò a strapparle le vesti, Draupadî invocò il soccorso di Yudhisthira e dei suoi fratelli.
Ma poiché quelli, sentendosi obbligati a scontare il loro debito di gioco, non le davano ascolto, allora lei invocò l’aiuto di Krsna. Il dio l’udì ed ecco ciò che fece.
Ogni volta che un indumento veniva tolto dal corpo della donna, egli all’istante ne creava un altro che ne prendeva il posto, e poi un altro, e un altro ancora, finché sfinita la guardia rinunciò al tentativo di denudarla.

Il padre di Duryodhana aveva assistito alla scena e interpretò l’intervento del dio in soccorso della donna come un indizio che la partita era stata giocata coi dadi truccati. Sicché decretò che le poste andavano restituite e reintegrò i cinque fratelli nelle loro proprietà, restituendo a ciascuno la sua libertà.

Ma non passò molto tempo che Duryodhana propose a Yudhisthira un’altra partita, e quello, testardo, accettò malgrado il tentativo dei fratelli di dissuaderlo. Anche stavolta i dadi erano truccati, sicché Yudhisthira perse di nuovo la posta.
Privati di tutto, i Pândava furono costretti a prendere la via dell’esilio, scalzi e coperti soltanto di stracci.
Si pattuì che i perdenti avrebbero vissuto dodici anni nel bosco, più un tredicesimo in una città a loro scelta, ma con l’obbligo di viverci in incognito, senza farsi riconoscere; altrimenti sarebbero tornati nel bosco per altri dodici anni.