Lory – L’interpretazione del linguaggio alchemico

Un punto cruciale, il cui mancato chiarimento continua a ostacolare qualsiasi studio moderno sull’alchimia, è la questione dell’interpretazione del linguaggio (o dei linguaggi) di tale letteratura.
alchimia-medicalUn semplice approccio, sia pure superficiale, ai relativi testi – quale che sia comunque l’epoca o la sfera culturale da cui provengono – permette al lettore di percepire direttamente quanto la loro lingua sia astrusa, simbolica, distaccata dalla sua forma abituale.
Anche a prescindere dall’introduzione di nomi sconosciuti al linguaggio corrente o di espressioni in «codice» (come il leone verde, il latte della vergine, il drago squamoso), questi testi utilizzano numerosi termini in uso in contesti apparentemente non pertinenti. È, ad esempio, il caso di acqua secca o di fuoco solido, per citare quelli più semplici.

Una seconda difficoltà risiede nella struttura stessa del discorso alchemico. Invece di presentare le operazioni secondo una pura e semplice successione cronologica, i nostri autori scompongono il più delle volte la descrizione della Grande Opera, sconvolgono l’ordine delle operazioni, omettono dei passaggi intermedi, in breve fanno dei loro trattati quasi degli autentici puzzle, lasciando al lettore il compito di ricostruire la composizione corretta […]

Il problema dell’interpretazione di un simile linguaggio costituisce dunque un ostacolo da superare in via prioritaria. Ora, va riconosciuto che le ricerche specifiche in quest’ambito sono state assai rare finora. I più grandi eruditi in fatto di alchimia hanno infatti realizzato vaste sintesi e numerose traduzioni, senza aver considerato utile chiarire i meccanismi di questo esoterismo […]

Se un «codice» esiste davvero – il più delle volte ispirato alla dottrina delle corrispondenze (Marte = il ferro, Venere = il rame, ecc.) o alle analogie di reazione (l’ammoniaca è detta «aquila»), di colore (l’elisir bianco è detto «cerussa», quello rosso «cinabro»), ecc. – esso non costituisce che un aspetto assai parziale e comunque secondario dell’esoterismo dei nostri autori.
Non serve infatti una traduzione, una semplice traslazione al livello dei significanti, ma piuttosto un’inchiesta complessiva sull’utilizzo di questo linguaggio e sul suo innesto nella visione del mondo adottata dai nostri autori ermetici.

alchimia-mutus-liberIl linguaggio infatti – è perfino diventato banale ripeterlo – non rappresenta semplicemente un codice di comunicazione convenzionale, sostituibile ad altre forme di produzione del senso, ma implica anche in chi ne fa uso tutta una visione del mondo, tutta un’analisi preliminare del reale, comprensiva di scelte, esclusioni, scale di valore a priori e insiemi di connotazioni che tra loro corrispondono reciprocamente.
Pertanto, il linguaggio alchemico non va considerato come un semplice codice, una comunicazione velata per circospezione di fronte, ad es., al pericolo di persecuzione: esso contiene, di fatto, implicazioni assai più profonde e complesse, al livello della «lettura» dei fenomeni naturali che si presentano nel corso del lavoro di laboratorio.

Ci sembra di fatto possibile, per chiarire alcune riflessioni, distinguere fin da subito due livelli nell’esoterismo alchemico:

1) Dei giri di parole coscienti e deliberati, consistenti nel velare ciò che si potrebbe comunque formulare più esplicitamente, e ciò secondo quei procedimenti di cui sopra parlavamo: impiego di termini allegorici, metafore, omissioni intenzionali e messa alla rinfusa delle informazioni. La ragione che il più delle volte si adduce per giustificare l’oscurità del linguaggio così ottenuta, è che una scienza così elevata deve essere trasmessa solo a quanti ne sono degni. Solo l’alchimista profondamente motivato avrà la necessaria perseveranza per sbrogliare, poco a poco, la matassa degli enigmi che gli sono proposti.

2) Ma, di fatto, non è richiesta tanto la necessità di una «dignità» morale dell’adepto quanto quella di una sua determinata crescita mentale. Così, il Kitâb al-Mâjid (Il «Libro del Glorioso»), trattato attribuito a Jâbir ibn Hayyân, parla nell’introduzione della necessità di passare gradualmente dalla conoscenza delle realtà sensibili a quella delle realtà intelligibili: «Così stando le cose, se si dessero carni e cibi solidi a un lattante appena uscito dal grembo materno, ne morrebbe senza che le cure prodigate possano guarirlo. Il trattamento più salutare nei suoi confronti è di nutrirlo col latte materno finché non si abitua … Quando ha acquistato un po’ di forze, si passa a un regime di biscotti e zucchero, o di alimenti della consistenza della frutta secca … Successivamente gli si danno cibi solidi come la carne o cose del genere, e in questo modo le sue ossa si rafforzano e il suo corpo cresce. Ma se gli si fossero dati sin dall’inizio, questi alimenti l’avrebbero ucciso invece di farlo vivere. Se viceversa ci si limitasse ora al latte materno, egli sarebbe privato di ogni forza e non potrebbe continuare a vivere. Stando così le cose, è inevitabile che noi ci eleviamo alle scienze spirituali solo grado per grado».

Il testo prosegue proponendo un’altra parabola: «Altrimenti ci troveremmo nello stesso caso di quell’uomo che, tenuto per lungo tempo prigioniero in un sotterraneo senza scorgere un raggio di luce né poter distinguere tra la notte e il giorno, fu bruscamente liberato e, volgendo il primo sguardo dritto al sole, perse di conseguenza la vista. Non ebbe così modo di gioire di quel raggio di luce per cui era uscito. Se invece si fosse esposto gradualmente, avrebbe potuto gustare questa gioia. In ogni modo, come minimo avrebbe potuto non perdere la vista».

Il ruolo di questo linguaggio esoterico si evidenzia dunque meglio là dove l’alchimia è concepita, non come accumulazione di procedimenti, di «ricette» pratiche, ma come introduzione alla conoscenza dei ritmi cosmici che animano la Natura. Se il discorso non procede nel rispetto del senso ovvio, dipende – nell’ottica dei nostri ermetici – dal fatto che la lettura di queste opere, pur situandosi a un livello «universale», richiede un particolarissimo cammino spirituale […]

Wright-of-Derby-alchimista

A essere messa al primo posto era precisamente una trasformazione psichica in grado di condurre a una conoscenza – a una gnosi, per così dire –, e non una pura e semplice manipolazione di sostanze inerti. L’esoterismo e la difficoltà di lettura dei testi considerati non dipendono tanto, come osservano i nostri alchimisti, dall’oscurità della redazione stessa, quanto dalle modeste capacità di comprensione del lettore. In altre parole, dicono, non c’è propriamente parlando né enigma, né linguaggio velato: tutto è apertamente rivelato.

Il ruolo che quindi gioca la maturità psichica del lettore ci conduce a un secondo tipo di esoterismo, che non è più caratterizzato da elaborazioni volutamente complesse, da codificazioni deliberate, ma semplicemente da espressioni naturali di una visione globale delle leggi universali. Per maggiore chiarezza, utilizzeremo due punti di questa visione sopra citati.

Il linguaggio alchemico esprime, come abbiamo visto, la rappresentazione unitaria di un mondo pluridimensionale, costruito su «livelli» di strutture e di ritmi analoghi. Così, in Jâbir, come del resto negli altri alchimisti arabi, il termine rûh potrà riferirsi tanto allo Spirito Universale che anima la materia, quanto allo spirito umano individuale, in cui l’energia sottile anima la sostanza manipolata durante la Grande Opera. In linea generale, la grande polisemia che si manifesta nel lessico alchemico può essere spiegata con questa visione unitaria. I termini acqua e fuoco potranno designare realtà assai diverse per l’osservatore: basta impiegare un solo termine, acqua o fuoco, come ricorda l’autore del Kitâb al-Mâjid, perché il più delle volte il discorso alchemico venga a trovarsi al livello delle idee universali.

In secondo luogo, la spiegazione «animistica» dell’universo professata dai nostri ermetici viene anch’essa a dare un suo particolare indirizzo all’uso del loro determinato linguaggio. È solo attribuendo allo spirito il ruolo di una forza sottile onnipresente, di quel «Mercurio» che anima ogni cosa, che si possono comprendere espressioni del tipo «terra spirituale», «acqua secca», «fuoco umido», o altri mutamenti che essa impone alla sostanza densa e passiva. La «Terra» verrà pertanto a designare qualsiasi sostanza percepita come «fredda» e «secca». Se questa materia viene ad essere sublimata durante un’operazione, si dirà che la Terra (che è sempre fredda e secca) è diventata «spirituale» per una maggiore presenza in essa di spirito, di Mercurio.

(Lory, Introduzione ai «Dieci Trattati di alchimia»)