Kerényi – Il banchetto di Tantalo

Come l’empio Issione, anche Tantalo sedeva alla tavola degli dèi e, sebbene incluso tra gli uomini – non era un mortale, come dimostra l’eternità del suo castigo. Egli salì in cielo a banchettare con gli dèi e poi li invitò a Sipilo, sua amata città.
Ma il pasto che egli preparò per gli dèi fu tale che i poeti né volevano crederlo, né volevano parlarne; perlomeno i poeti greci. Quelli romani più tardi trovarono il racconto di proprio gusto. Se ne deve parlare, perché questa impresa audace di Tantalo riprende un motivo dalle storie degli dèi, nelle quali si affermava che fosse accaduto a Dioniso bambino quanto era successo all’animale sacrificato in sua vece, capretto o vitellino che fosse: era stato tagliato a pezzi e cotto.

Tantalo-banchetto

A un simile banchetto sacrificale Tantalo aveva invitato gli dèi. Egli osò presentare loro qualche cosa che costituì un peccato ben più grande dell’inganno, col quale Prometeo aveva dato origine al grande culto sacrificale dei Greci.
Tantalo peccò in quanto preparò per il convito degli dèi non un animale, ma sacrificò quanto di meglio poteva dare, cioè il suo proprio figlio.
Egli scannò il piccolo Pelope, lo fece a pezzi, fece cuocere la carne in un calderone e volle, come fu supposto più tardi, mettere alla prova l’onniscienza dei suoi ospiti.
Gli dèi lo sapevano e si astennero dal cibo.

Gli antichi narratori trovarono orribile che qualcuno riservasse davvero un tale sacrificio ai Celesti, e non soltanto per gioco con la sostituzione di un animale.
Rea, la Grande Dea, che aveva ricomposto anche le membra di Dioniso fanciullo, ricompose i pezzi e fece risorgere il ragazzo dal calderone, Ermes poté certamente richiamarlo in vita, o lo fece Cloto, la Moira, che non aveva ancora deciso la sua morte.

Fu come una rinascita. Il calderone rimase puro, non macchiato dall’atto crudele, e il ragazzo ne uscì più bello di prima: una delle sue spalle riluceva come l’avorio. Si diceva che una dea avesse assaggiato la sua carne in quel punto che ora splendeva. Molti affermavano che l’avesse fatto Demetra, distratta dalla perdita della figlia.
Ciò era nello stesso tempo un’allusione al fatto che Demetra, nella sua qualità di dea della Terra, aveva un certo diritto al corpo. Perciò Pelope ebbe da allora una spalla d’avorio, con la quale gli dèi gli avevano sostituito quella che era stata mangiata, e perciò anche i suoi successori portavano fin dalla nascita un segno particolare: o una spalla particolarmente bianca, o una stella su di essa.

Poseidone si innamorò subito di Pelope e rapì il bel ragazzo; lo trasportò con il carro tirato da cavalli dorati fino al palazzo di Zeus. Ciò doveva essere accaduto prima che arrivasse Ganimede. Soltanto male lingue potevano sostenere che, poiché il fanciullo non era stato restituito alla madre, doveva essere stato mangiato.
Ma più tardi gli dèi rimandarono il giovane agli uomini di vita breve: egli doveva diventare dopo il peccatore Tantalo un regnante famoso sulla terra. 

Assereto-punizione-Tantalo
Assereto – La punizione di Tantalo

Poiché vari peccati vennero imputati a Tantalo: peccati certamente, ma forse anche soltanto travisamenti della grande audacia, del compimento troppo esatto di un’azione sacra, azione terribile che doveva ripetersi tra i successori di Pelope.
Si raccontavano di Tantalo peccati gravi come i seguenti: quale ospite degli dèi non aveva saputo trattenere la lingua, ma aveva narrato ai mortali ciò che avrebbe dovuto tacere – i segreti degli immortali. Aveva fatto gustare ai suoi amici – si narrava ancora – perfino il nettare e l’ambrosia, bevanda e cibo degli dèi, e anche questo era un furto, non dissimile da quello di Prometeo. 

Egli fu coinvolto anche nelle male azioni di altri.
Tra le storie di Creta se ne narrava una di un cane d’oro di Zeus. Pandareo, figlio di Merope, uno dei progenitori del genere umano, rubò l’animale miracoloso, lo portò a Sipilo e lo diede in custodia a Tantalo. Però il ricettatore tradì il ladro. Quando si pretese da Tantalo la restituzione del cane d’oro, egli negò di averlo mai avuto e giurò il falso.
Zeus punì entrambi: tramutò Pandareo in pietra, precipitò Tantalo e sul suo capo il Sipilo.

Secondo altri non sarebbe stato Zeus, ma Tantalo il rapitore di Ganimede o perlomeno questi avrebbe avuto parte alla sparizione del ragazzo; ma per questo non fu punito.
Una vecchia poesia non gli attribuiva alcun peccato maggiore del seguente: quando Zeus volle soddisfare ogni desiderio del suo caro ospite, Tantalo gli chiese di poter condurre la stessa vita degli dèi. Indignato di ciò, l’Olimpio soddisfece il suo desiderio, ma gli sospese sopra la testa una pietra, perché non potesse godere di ciò che stava a sua disposizione.

Teatro del suo castigo fu dapprima certamente tutto il mondo.
Di lui si narrava, come di Prometeo, che, legato per le mani, pendesse da una rupe o che, come Atlante, dovesse reggere il mondo!
Si diceva chiaramente che era sospeso tra terra e cielo. […]

Omero racconta (Iliade, 21: 453) che egli sta in uno stagno. L’acqua gli arriva al mento. È tormentato dalla sete e non può bere. Se egli, vecchio, si china per bere, l’acqua sparisce come risucchiata ed ai suoi piedi si mostra la terra oscura.
Sulla sua testa pendono i frutti di grandi alberi, ma se il vecchio vuole afferrarli, un colpo di vento li fa risalire fino alle nubi. Il pittore Polignoto vi aggiunge anche una rupe minacciosa. La rappresentazione del mondo sotterraneo su un vaso tarantino mostra come il re in lunga veste fugge davanti alla pietra: esempio per tutti i tempi per colui che osa troppo e troppo desidera.

(Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia)