Cos’è, chi è che indispettisce Narciso?

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Magritte – Il segno bianco

La Struttura, se è di questo che si tratta (si vedrà), si fonda, a detta di Lévi-Strauss, su … un’istanza «ambigua»: come altrimenti chiamarla se essa è «in pari tempo, naturale e culturale, affettiva e razionale, animale e umana»?
Non è un’istanza che, incidentalmente, si trova a cadere in contraddizione – ma la Figlia in persona, l’epifania della Contraddizione (ha due ali l’Angelo: una di luce, una di tenebre; ha due cavalli la biga: uno è bianco, l’altro è nero, ecc.).

La Contraddizione è la nostra potenza «creativa». Il consenso, l’accordo, è la nostra abitudine «sedativa».
A crearci «uomini» è la Contraddizione – qui Freud preciserebbe: tra due Narcisi.
Siamo fatti così, «doppi» all’anagrafe, e proprio perché «doppi», neghiamo di esserlo. E ci succede finanche di rinnegarlo tre volte prima che canti il gallo, e più spesso ancora «a scena muta».

Non so se è una struttura, una facoltà o un’istanza, e non mi importa di sapere se è la struttura facoltà o istanza di un Lui o di un io trascendentale, voglio ignorare tutto questo (non è così facile nemmeno a un ignorante come me) – voglio mettermi nei panni di chi non sa niente di tutto questo (dato che le cose vanno allo stesso modo nella capoccia di un Aristotele come di un demente qualsiasi).
M’interessa solo l’attributo di quale che sia la «sostanza» a cui i Dottori, a torto o a ragione, la attribuiscono.
L’istanza è ambigua, è «duale»: la Prima Costellazione di tutte le Età dell’Oro di tutti i cieli – psicologici, metafisici, mistici o semplicemente astrologici – è quella, non a caso, dei Gemelli.

In questo senso, quello di Narciso è pur esso un Mito dell’Origine: perché tra Lui e la Sua «immagine e somiglianza» c’è una relazione gemellare.
Certo, ci sono gemelli «reali» (gemelli in senso proprio, in carne e ossa) e gemelli «virtuali» (immaginari e simbolici, più o meno figurati e astratti), e c’è tra loro una bella differenza. Ma perché affrettarsi a marcarla, se non per prendere – a chiacchiere, s’intende – le distanze dall’abbaglio di Narciso?
Come se non fossimo, ciascuno di noi, il «resto» di una Coppia in entrambi i casi – trovandoci ora a interpretare realmente il gemello che l’Altro s’immagina d’aver trovato, ora invece a fingerci anime gemelle di quell’altro che è per noi un «oggetto reale» di fame o desiderio. 

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Magritte – Le meraviglie della Natura

A furia di tenere tutta la vita i piedi ben piantati in terra, non corriamo così il rischio di doverci, in extremis, aggrapparci al simbolo dell’Albero rovesciato o della crocifissione di san Pietro a testa in giù, per simulare in qualche modo l’«altro» punto di vista – quello dell’Occhio a cui ci siamo accecati per vedere il mondo solo dalla nostra visuale eretta?
Già Socrate sconsigliava questa «fissazione». Noi vediamo il Cielo, diceva, come i pesci vedono noi. Capovolgendoci.

È da un bel po’, dice il Racconto, che la Testa – la Donna – è caduta dalle nuvole, e adesso sotto terra l’abbiamo sepolta. Abbiamo sepolto, per dirla con Lévi-Strauss, le voci della natura sotto le melodie della cultura, la tela delle nostre emozioni sotto i colori degli affreschi razionali, gli istinti dell’animale sotto i tabù e le leggi, sotto le Sante Scritture che negano e rinnegano, per spirito di Contraddizione (guarda un po’!), la loro «crudeltà» simbolica.

Non so di che si tratta. Se è un oggetto o un soggetto, una persona o una cosa in sé, una Realtà o una Virtù – essere o non-essere, per dirla con Amleto.
Non lo so, e non lo voglio sapere.
M’incuriosisce il duale, l’ambiguo, il doppio, il gemellare, e da me mi prendo la licenza di domandare: come fa il gemello, il sosia, l’uguale a contraddirsi? dov’è che incontra il «contro» della Contraddizione, uno come Narciso?

numero-tre-ditaL’esercizio è facile, quando si tratta per un Ulisse di commisurarsi a Polifemo, e per Biancaneve ai Sette Nani. Qui la dissomiglianza è papale, lampante, un pugno nell’occhio. Come possono non contraddirla?
Ma Narciso – come fa Narciso a dissomigliarsi dalla sua propria Immagine? Se è un animale, dove prende lo spunto, la materia prima, per umanizzarsi? Se è natura che vive in lui, non è (e qui vedo lo strutturalista che si sfrega le mani!) essa, la natura, a contraddirsi per creare e generare altra natura, a volte talmente altra da sembrare qualcosa di «innaturale»? tipo: il Bue Verde cinese o il Cavallo Azzurro di Paolo Uccello, ma anche la Tabellina Pitagorica o la Monade di Leibniz.

La sproporzione obbliga Ulisse e Biancaneve a «scalare» l’Infinito e l’infinitesimo. Essi, la Contraddizione, la «patiscono» da fuori. È l’Altro che gliela impone. Ulisse e Biancaneve sono a casa dell’Altro, dice il Racconto.
Ma Narciso, dico io, Narciso che abita a casa sua, che di fronte non vede e non vuol vedere altro che il suo proprio simile – Narciso che si disgiunge da qualunque Altro che non sia quell’altro lì che lo riguarda, a lui uguale, dalla fonte, come fa Narciso a porre l’istanza contraddittoria?

Voglio dire: come fa a «ripescare» dalla Casa in fondo al mare della sua immaginazione «i pesi e le misure» di un qualunque simbolismo?
Nietzsche ci mette in guardia: c’è del simbolico, dice, già nel gesto, prima della parola.
Tra Narciso e la sua Immagine c’è più di un gesto. L’Immagine risponde alle smorfie di Narciso. C’è intesa, sincronia tra i due.
E allora – da dove la minima istanza di un numero/grandezza? di un numero che sia sfidato a scalare la Grandezza che incontra, se al numeratore e al denominatore sempre Lui, Narciso, abbiamo?
Narciso fratto Narciso. Linea fratto linea – dice Aristotele, non è minimo numero: uno dei due deve contraddire l’altro! e dunque: almeno due linee fratto una, o una linea fratto due mezze linee!

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Il minimo numero o è 2 o è ½.
Da qui non si scappa.
Perciò o due Narcisi, o mezzo narciso: in entrambi i casi … un’istanza doppia.
Non m’interessa qui chi è che si sdoppia – e neanche se dare o meno credito al mito di Apollo che, per volontà di Zeus, viene a dimezzare noi visconti.
Mi interessa la «tecnica» del taglio, chiunque sia stato a infliggerlo.
Vorrei sapere, ma so già che non lo saprò mai, dove affonda il «divino» bisturi là dove tutto è «dannatamente» uguale, simile, normale – come appunto tra Narciso e la sua Immagine.

A ogni gesto che Narciso fa, in sincronia, la sua Immagine risponde pari pari imitandolo come meglio non si potrebbe.
Non vedo nessun simbolismo possibile, così a priori, nel Gesto di Narciso.
Non è il gesto dell’Immagine a contraddirlo!
A sparigliarlo è il suo Silenzio.
L’unica dissomiglianza che Narciso può trovare tra sé e la sua Immagine, è che l’Immagine non parla! risponde sì ai gesti, ma non alle sue parole.

Alle parole di Narciso, dice il Racconto, risponde solo la sua (amante) Eco. Eco che, non riamata, lo ama – solo Lei risponde a parole, Lei che invece, come la Sibilla, è impotente al Gesto – Lei è senza corpo.
Ma l’Immagine non è Eco. Eco è una voce al di là di ogni Immagine.
Mi domando: ma in quale Paese finirà per affondare Narciso se non ci pensa un «dio» a segarlo in due metà perfettamente uguali: una reale, e una virtuale, prima che faccia la fesseria?

Un dio, una struttura, una facoltà naturale, un io-penso all’opera eterna del fare e disfare di Penelope, un fegato di Prometeo che muore e risorge dal becco di un’Aquila che vola alta – ma proprio in alto in alto, che nessuno la vede.
Siamo dimezzati. Siamo sempre coi piedi in due staffe. Sempre sinceramente falsi, o ipocritamente sinceri. E tutto questo di cui si dice nei libri, non è vero, ma è reale. Non è vero com’è vera l’Immagine che Narciso vede e tocca, ma è reale come l’eco incorporea che gli canta la ninnananna.

specchio-brameLa Contraddizione che crea Narciso – quella che lo mette al mondo umano, dopo averlo annegato nell’impotenza dell’immaginario, è pur essa un’istanza immaginaria, ma di una potenza superiore dell’Immaginazione – quella che diciamo Simbolica.
Di quel simbolismo che Narciso incontra solo quando si trova di fronte al «duale scoppiato»: l’Immagine di qua, e la Voce di là.
L’Immagine che fa scena muta, e la Voce, chiacchierona, fin troppo – tant’è che Giunone l’ha dovuta «abbreviare» – che non ha di che apparire agli occhi.
È senza corpo.

Senza saperlo, è Narciso che glielo dà – un corpo.
Narciso dà il suo corpo – convinto di darlo alla sua Immagine, lo dà di fatto al Simbolismo di Eco. Lo immola al posto della Parola Mancante alla sua Immagine. Lo «getta» nel vuoto di risposta verbale. Non gli basta un cenno d’intesa. Ai suoi sguardi innamorati corrispondono due occhi egualmente innamorati.
Solo c’è che l’Immagine non gli canta la ninnananna.
Non gli rivolge la parola.
È talmente piena e soddisfatta di sé che non sente mai il bisogno, macché, di sillabare un suono qualunque.
Narciso, se non s’è capito, è lui la vittima del narcisismo della sua Immagine. Perciò non ha scampo, se non nel Racconto a cui non sfugga che è la Strega a indispettirsi se lo specchio non risponde come dovrebbe. Che è la Contraddizione, la sua stregoneria a spingerci nell’esercizio del Dispetto a noi stessi.