Nietzsche – Gesto e linguaggio

Più antica del linguaggio è l’imitazione dei gesti; questa si produce spontaneamente e – ancora oggi che il parlare a gesti è generalmente represso e si è acquistato il dominio sui propri muscoli – è così forte, che non possiamo veder muovere un volto senza che un’innervazione si produca anche sul nostro volto (si può osservare che uno sbadiglio finto provoca in chi guarda uno sbadiglio naturale).

disperazioneIl gesto imitato riportava chi imitava al sentimento che si manifestava sul viso o sul corpo dell’imitato. Così s’imparò a capirsi; e così ancora il bambino impara a capire la madre.
Sentimenti dolorosi possono in genere ben essere stati espressi anche con gesti che causavano a loro volta dolore (come strapparsi i capelli, battersi il petto, contrarre e storcere violentemente i muscoli della faccia).

Viceversa: i gesti di piacere erano essi stessi piacevoli e si prestavano quindi agevolmente a comunicare intesa (il ridere come manifestazione dell’essere solleticati, che è cosa piacevole, serviva a sua volta a esprimere altre sensazioni piacevoli).
Appena ci si intese a gesti, poté d’altronde nascere un simbolismo del gesto: voglio dire, ci si poté intendere su un linguaggio musicale di segni, in modo cioè che dapprima si produssero suono e gesto (al quale il primo si aggiungeva in modo simbolico), e più tardi solo il suono.

Sembra che nelle epoche passate si sia già prodotta sovente la stessa cosa che oggi avviene sotto i nostri occhi e orecchi nello sviluppo della musica, specialmente della musica drammatica: mentre in un primo tempo la musica, senza danza e mimo (linguaggio dei gesti) esplicanti, è vuoto rumore, l’orecchio, attraverso una lunga abitudine a quell’unione di musica e movimento, viene educato a interpretare immediatamente le figure musicali e giunge infine a un grado di rapida comprensione, in cui non ha più affatto bisogno del movimento visibile per comprendere il musicista.
Si parla allora di musica assoluta, cioè di musica in cui tutto viene inteso simbolicamente senza altri sussidi.

(Nietzsche, Umano troppo umano, 216)