Caucaso – L’arruolamento di Atsæmæz

Giunse un dono, presso Nasran Ældar, e che dono!
Una pelliccia fatta col vello di bellissimi agnelli bianchi!
Ma, poco dopo, giunse anche una cattiva notizia. Il Signore d’Egitto gli aveva rapito la moglie!
Egli ordinò al banditore di convocare i Narti: «Che ogni casa armi un guerriero! La casa che non manderà il suo guerriero, sarà punita: sgozzeremo il suo bue, verseremo acqua sul suo fuoco e spargeremo al vento la cenere del suo focolare!».

arruolamento-medioevo

Tutte le famiglie narte mandarono il loro guerriero all’armata di Nasran Ældar. Egli li passò in rivista: solo gli Atsætæ, parenti di sua madre, non avevano inviato nessuno.
Era perché, presso gli Atsætæ, non c’era più un uomo in grado di portare le armi: Atsæ era invecchiato, e suo figlio Atsæmæz era lattante.

Il piccolo Atsæmæz aveva due madri: uno lo aveva messo al mondo, l’altra lo nutriva. Esse lo avevano legato nella sua culla e, sedute ciascuna a un lato, lo cullavano: «A-lo-llay, A-lo-llay! Di acciaio nero e di acciaio azzurro è la tua culla, in pelle di gigante la tua cinghia. Ma sgozzeranno il nostro bue per punirci, getteranno al vento la nostra cenere e verseranno acqua sul nostro focolare!».
A queste parole, il bambino gridò: «E io, andrò io nell’armata!».
«Se tu fossi in età di andare nell’armata – risposero le madri – spargeremmo forse tante lacrime?».

Il bambino tese il suo corpo nella culla. Una delle assi laterali saltò: cadde nel mare e il mare si asciugò; l’altra asse volò sino alla foresta, e da tutta la foresta salirono fiamme azzurre; l’asse della testa urtò la Montagna Nera, quella dei piedi incontrò la Montagna Bianca, e le due montagne sprofondarono.
Il bambino si sedette: «Datemi un cavallo e delle armi, e raggiungerò l’armata».

cavallo-disegnoLe due donne si recarono dal padre Atsæ e gli dissero: «Tuo figlio vuol raggiungere l’armata».
«Ma come, non è nella sua culla?».
«Sì, ma l’ha fatta scoppiare e reclama un cavallo e delle armi».
«Dategli questa briglia. Che la scuota sopra un ponticello, e verrà a lui un cavallo: che lo monti».
Esse diedero la briglia al ragazzo, che la scosse sul ponticello, e un cavallo grande come una macina venne a lui. Lo sellò, lo montò, e la spina dorsale del cavallo si spezzò; invano egli lo colpì con la briglia, il cavallo non si rialzò.

«Che mio padre Atsæ mangi budella d’asino quando sarà morto, se non ha un cavallo migliore di te!», disse, e tutto in lacrime se ne tornò a casa.
Le madri dissero ad Atsæ: «Tuo figlio ha scosso la briglia sopra il ponticello ed è venuto a lui un cavallo. Ma quando vi è montato sopra, la spina dorsale del cavallo si è spezzata. Ed è tornato dicendo: Se mio padre non ha un cavallo migliore, che mangi budella d’asino quando sarà morto».
«Sì, ho un altro cavallo, ma è legato in un sotterraneo e morde il suo freno di ferro; mio figlio non oserà montarlo, né il cavallo permetterà che lui lo tocchi».
Udendo tali parole, il piccolo disse al padre: «Dammi la chiave del sotterraneo perché io veda il tuo cavallo!».

Atsæ gli diede la chiave. Il piccolo aprì la porta. ma cosa vede? Solo le orecchie del cavallo emergevano da un mucchio di letame! Egli l’afferrò per una zampa e lo trascinò, come un capretto, fino alla porta.
Lo lavò col sapone Aryq e, quando fu ben pulito, gli mise una briglia del paese di Hahi; gli mise sul dorso sette coperte del paese di Babì e una magnifica sella del paese di Angus, e montò.
D’un balzo, il cavallo tentò di sbarazzarsene nel cielo, ma, riducendosi alla misura d’una palla di piombo, il bambino si nascose sotto il suo pettorale. Con un altro balzo, tentò di sbarazzarsene sotto terra, ma il bambino si nascose nelle coperte della sella.

«Dove sei finito?», disse il cavallo.
«Sono sempre qui, sopra di te!».
«Allora, puoi servirmi da cavaliere!».
«E tu, finché non avrò trovato un vero cavallo, puoi servirmi da cavalcatura per avvoltolarmi nel fango!».
«Oh! questa parola mi toglie metà della mia forza!».
«Non offenderti: un bambino piccolo è sempre pronto a scambiare carbone per cibo! Io non voglio altro cavallo che te».

E il piccolo Atsæmæz mandò a dire a suo padre: «Ho il tuo cavallo, dammi anche le tue armi».
«Che cosa ne farai, mio povero piccolo?».
«Dammele, il resto riguarda me!».
Il vecchio Atsæ diede al figlio la sua freccia, il suo arco, la cotta di maglia, i suoi tre avvoltoi e i suoi tre cani da caccia. Il bambino montò in sella e disse alle madri: «Guardatemi, come sto sul mio cavallo?».
«Come il chiaro di luna che sfiora la montagna!».
«Allora, avvertite mio padre: io parto!».

(Fonte: Dumézil, Il libro degli Eroi)